Nel 150° di fondazione del Corpo, le penne nere di Bobbio fanno memoria di nobili figure di Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

Testimonianze sulla vita del Generale Roberto Olmi

Da Balzago, storica terra degli Olmi e da Bruxelles attuale residenza, Roberto Olmi racconta con passione le vicende del nonno, generale di Corpo d’Armata con cuore alpino, di cui porta orgogliosamente il nome.

(Roberto Olmi)

"Mio nonno è nato a Bobbio il 9 maggio 1890 da Carlo, funzionario presso il Ministero delle Finanze a Varzi, e Luisa Garcèa, maestra in varie sedi (Bobbio, Varzi, L’Aquila), figlia del Garibaldino Antonio Garcèa e della pedagoga Giovanna Bertòla. Era un ragazzo vivace, che seguiva gli studi scolastici con profitto.

All’età di 17 anni annuncia in una lettera ai genitori la sua determinazione di abbracciare la carriera delle armi, piuttosto che studi universitari che avrebbero gravato sul bilancio familiare.

In effetti, grazie al brillante diploma di maturità conseguito nel giugno 1908, e per “benemerenze familiari” (un nonno Garibaldino), fu ammesso al Corso Allievi Ufficiali dell’Accademia militare di Modena nel dicembre dello stesso anno, con una borsa di studio che lo esentava dalla retta del primo anno di corso.

Terminato il triennio a Modena come sottotenente, nel settembre 1910 è assegnato al Corpo Alpino, come ardentemente desiderava. Frequenta dapprima la Scuola Centrale di Tiro di Fanteria a Parma, poi tra l’aprile 1911 e agosto 1912 serve nel 7° Alpini, dapprima nel battaglione Feltre, e dall’agosto 1912 nel battaglione Belluno.

Le sue note caratteristiche per il 1911 e il 1912 lo descrivono « calmo ed energico », dotato di buon ascendente morale sui soldati « grazie all’esempio e alla fermezza »; intelligente e dotato di buon senso pratico, « dimostra passione per lo speciale genere di vita degli Alpini (…) è resistente, buon marciatore e sopporta bene le fatiche della montagna ». Insomma, « ha tutte le qualità per riuscire in seguito un buon ufficiale ».

E’ mancato nel settembre 1968 quando io avevo 11 anni e mezzo.

Lo ho conosciuto quindi da bambino. Vedevo le sue medaglie, i cimeli che aveva in casa e mi raccontava tutte le storie e vicende che aveva vissuto e quindi ho sentito dalla sua bocca la sua versione.

Poi più tardi ho letto dei libri e ho approfondito.

(Generale di Corpo d’Armata Roberto Olmi)

Libia 1911 – 1913: Nella guerra italo-turca

“La carriera militare di mio nonno era cominciata sempre negli alpini in Libia. Era uscito dall’accademia militare di Modena come sottotenente degli alpini e il 13 febbraio 1913 è partito volontario a Napoli per Tripoli, dove sbarca tre giorni dopo e raggiunge il battaglione Feltre.

Benché la guerra italo-turca (1911-12) si sia conclusa vittorosamente con il trattato di Losanna, e la Libia sia stata riconosciuta internazionalmente quale colonia italiana, in realtà l’Italia controlla effettivamente solo 7-8 principali località costiere della Tripolitania, mentre l’interno, e buona parte della Cirenaica restano da « pacificare », come si diceva allora.

E’ questo il caso del retroterra di Tripoli, l’altipiano del Gebèl occidentale, dove formazioni di guerriglieri berberi (dette ‘mehalla’) agli ordini del notabile locale Suleiman el Baruni, deputato al Parlamento ottomano, rifiutano di sottomettersi agli italiani.

(altopiano del Gebèl)

(Mehalla- guerriglieri berberi)

Il Feltre è inquadrato nella « colonna Cantore », reggimento speciale Alpino formato ad hoc per la Libia con quattro battaglioni sottratti ad altrettanti reggimenti schierati alle frontiere alpine : il Feltre del 7°, il Susa del 3°, il Tolmezzo dell’8° e il Vestone del 5°.

E’ parte integrante della I^ Divisione e comandato dall’allora colonnello, futuro generale Antonio Cantore, che diventerà noto come « l’eroe delle Tofane ».

L’invio di Alpini in terra africana non deve sorprendere : l’entroterra libico è un vasto altipiano con zone montuose dove proprio le loro specifiche qualità belliche e montanare erano utili allo svolgimento della campagna. Colonne mobili leggere dotate di elevata autonomia tattico-logistica erano idonee a contrastare la speciale guerra di sorprese e imboscate che si combatteva in Libia.

In questa guerra di Libia era, quindi,con il generale Cantore.

(Gen. Cantore)

Campagna nel Gebèl occidentale :

Il primo scontro coi ribelli della Tripolitania è la battaglia del Gariàn del 23.3.1913, che apre agli italiani le porte dell’altopiano.

A seguito della presa del presidio di Assàba da parte delle truppe italiane, il capo ribelle El Baruni fugge in Tunisia, le sue mehalla si sbandano e numerosi capi tribù locali fanno atto di sottomissione e giurano fedeltà al governo italiano.

Per il valore dimostrato in tale combattimento, il S. Ten. Olmi è decorato di medaglia di bronzo al valor militare « perché tenne sempre contegno esemplare e dimostrò fermezza unita a slancio e coraggio – Assàba, 23 marzo 1913 ».

“Energica avanzata contro i ribelli di El Baruni”, film del 1912”

In quella domenica (23 marzo 1913) accadde un episodio di grande umanità alpina. Il battaglione Tolmezzo fu il primo reparto ad entrare nella fortezza conquistata e si trovò davanti una scena umanamente straziante: una donna probabilmente una schiava nubiana che ferita a morte stringeva al petto il suo piccolo piangente di circa due anni. La donna poco prima di morire offrì a quei nemici che la attorniavano il suo bene più prezioso affinchè lo proteggessero. Gli alpini montanari friulani se ne presero cura con affetto. Dopo la battaglia il bimbo rientrò con gli alpini del Tolmezzo in Tripolitania e all’unanimità gli fu dato il nome di Pasqualino Tolmezzo.

Finita la guerra, Pasqualino arriverà in Italia a seguito degli alpini; diverrà ufficiale e in punto di morte chiederà di essere sepolto a Udine vicino agli alpini.

L’avanzata degli Alpini continua a marce forzate, sono prese le località di Misga e Kikla. Il 26 marzo la colonna Cantore, affiancata da quattro reggimenti di ascari eritrei, raggiunge Suadna, accolta dal locale caimacàn e da alcuni capi rimasti fedeli al nostro governo e che per tale motivo erano stati imprigionati dai ribelli.

(Ascari eritrei)

Il mattino del 27 gli italiani sono accolti come liberatori a Jefrèn, al suono delle fanfare e tra due ali di folla festante. Nel castello viene scoperta una fabbrica di munizioni in piena efficienza, gestita da un cittadino francese, tale Léon Laffitte, che confessa di essere stato al servizio prima dei turchi poi di El Baruni. Viene arrestato. La presa di Jefrèn ha ripercussioni favorevoli non solo sulla pacificazione del Gebèl, ma anche sulle regioni limitrofe e accelera il processo di disgregazione nelle file ribelli. L’avanzata della colonna Cantore si conclude nel Gebèl meridionale, con la sottomissione di Zintan e Fessato, e fino a Nalut, ai confini della Tunisia. Il 29 marzo ben 27 capi del Fezzàn e dell’Orfella si recano a Tripoli per fare atto di sottomissione. Le sottomissioni di tribù si moltiplicheranno nell’aprile successivo.

Operazioni in Cirenaica orientale contro i Senussi

Pacificato il Gebèl occidentale, la colonna Cantore si imbarca, sul piroscafo Minas, alla volta di Derna, per affrontare un’altra prova. In Cirenaica orientale è in corso la ribellione della potente confraternita musulmana dei Senussi. Spesso inquadrate da ufficiali e regolari dell’esercito ottomano, tra i quali Enver Bey e Aziz Bey, le mehalle senussite conducono frequenti aggressioni e colpi di mano a partire dai loro campi fortificati, alcuni dei quali dislocati a distanza ravvicinata dalle opere di difesa italiane attorno a Bengasi, Derna e Tobruk.

(Mujahidin Senussi)

Con la presa del campo fortificato di Ettangi nell’entroterra di Derna il 18-19 giugno 1913, gli Alpini della Colonna Cantore ristabiliscono in pochi giorni la critica situazione battendo le truppe di Enver Bey e riconquistando tutte le posizioni perdute nel maggio precedente.

A seguito di quel fatto d’arme il S.Ten. Olmi riceve un encomio solenne perché «comandò il plotone con calma, fermezza e coraggio dando lodevole esempio ai suoi dipendenti. Ettangi 18 giugno 1913 »

Il 17 luglio 1913, dopo « gli ozi di Derna », la colonna Cantore si imbarca di nuovo, alla volta di Tobruk, da dove, a marce forzate, raggiunge e conquista il campo fortificato di Ras Mdauar (18 luglio 1913), costringendo alla ritirata le truppe di Enver Bey.

Da Tobruk, la colonna si trasferisce a el Merg (l’attuale el Marj), ove il sottotenente Olmi, pur continuando a comandare il suo plotone, funge da interprete di arabo cirenaico nel piccolo stato maggiore di Cantore, acquartierato nel locale castello. La sua conoscenza della lingua deve essere stata essenziale, ma sufficiente per interrogare indigeni e trattare con capi locali.

Il 21 settembre 1913 Olmi è promosso tenente.

All’inizio del 1914 da el Merg Cantore si lancia alla presa di el Carruba e di Marana.

La colonna Cantore rimarrà in Cirenaica fino all’agosto 1914, tuttavia con lo spettro del conflitto mondiale che si stava avvicinando, il rimpatrio del battaglione Feltre del 7° Alpini avviene già il 20 gennaio 1914, da Tolmetta (l’antica Tolemaide), in Cirenaica, con sbarco a Siracusa il 23, donde raggiunge gli acquartieramenti del battaglione Belluno, sempre nel 7° Alpini, di cui il ten. Olmi comanda la Sezione mitragliatrici fino all’agosto del 1914.

La campagna di Libia, in cui il tenente Olmi riceve il battesimo del fuoco, è una tappa fondamentale per la sua formazione militare. Secondo i suoi superiori egli « ha dimostrato d’essere robusto e resistente alle fatiche della campagna e al clima della Libia ».

Cantore giudica che « il Ten. Olmi in Libia ha fatto molto bene, è molto intelligente, è di ottimo carattere e promette di farsi un ufficiale di valore”.

Cornice storica

La guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libia), fu combattuta dal Regno d'Italia contro l'Impero ottomano tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, per conquistare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica.

Le ambizioni coloniali e imperialistiche spinsero l'Italia a impadronirsi delle due province ottomane che nel 1934, assieme al Fezzan, avrebbero costituito la Libia dapprima come colonia italiana e in seguito come Stato indipendente. Durante il conflitto fu occupato anche il Dodecaneso nel Mar Egeo; quest'ultimo avrebbe dovuto essere restituito ai turchi alla fine della guerra, ma rimase sotto amministrazione provvisoria da parte dell'Italia fino a quando, con la firma del trattato di Losanna nel 1923, la Turchia rinunciò a ogni rivendicazione e riconobbe ufficialmente la sovranità italiana sui territori perduti nel conflitto.

“Tripoli bel suol d’amore” era il ritornello della canzone più in voga a quel tempo.

La guerra registrò numerosi progressi tecnologici nell'arte militare, tra cui, in particolare, il primo impiego militare dell'aeroplano sia come mezzo offensivo sia come strumento di ricognizione (furono schierati in totale nove apparecchi. Il 23 ottobre 1911 il pilota capitano Carlo Maria Piazza sorvolò le linee turche in missione di ricognizione e il 1º novembre dello stesso anno l'aviatore Giulio Gavotti lanciò a mano la prima bomba aerea (grande come un'arancia, si disse) sulle truppe turche di stanza in Libia. Altrettanto significativo fu l'impiego della radio con l'allestimento del primo servizio regolare di radiotelegrafia campale militare su larga scala, organizzato dall'arma del genio sotto la guida del comandante della compagnia R.T. Luigi Sacco e con la collaborazione dello stesso Guglielmo Marconi. Infine, il conflitto libico registrò il primo utilizzo nella storia di automobili in una guerra: le truppe italiane furono dotate di autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT.

(Fiat Tipo 2)

(motocicletta SIAMT- Stabilimento Italiano Applicazioni Meccaniche Torino)

(aereo italiano in Libia)

“Mio nonno mi raccontava anche diversi aneddoti sulla guerra di Libia; diceva che i libici avvelenavano i pozzi e nonostante le avvertenze dei comandi italiani, gli àscari eritrei bevevano l’acqua e purtroppo morivano.

Poi mi raccontava della Libia un fatto curioso:

avevano in dotazione delle mitragliatrici con raffreddamento ad acqua e per fare il caffè mettevano un po’ di caffè nell’acqua della mitragliatrice, sparavano dei colpi così che l’acqua si riscaldava e ottenevano un caffè caldo da bere. Non so però quanto fosse buono…”

(Alpini in Libia)

(Alpini in Libia)

(Alpini in Libia)

(Alpini nel deserto - 8 luglio 1912: il quadrato degli Alpini che resiste al furioso attacco dei nemici)

Storia della Libia italiana 1911 - 1940

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(continua)


Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

(..continua Gen. Olmi)

Guerra di mina sulle Dolomiti

“Durante la Grande Guerra, mio nonno era stato nella zona delle Tofane precisamente nella val Travenanzes.

Faceva parte, come capitano, del 7° Reggimento Alpini della Brigata Alpina Julia.

Lui aveva un pallino: voleva assaltare il Lagazuoi che avrebbe fatto saltare con delle mine.

Per fortuna faceva troppo freddo e c’era troppa neve e non sono riusciti: magari ha salvato la pelle.”

(Il capitano degli alpini R.Olmi su una teleferica di guerra -1916. Sul cappello il simbolo del 7°Alpini)

Cornice storica

La guerra di mina del Lagazuoi è stata una guerra bianca sul fronte italiano (1915-1918) durante la prima guerra mondiale. L'obiettivo dell'attacco italiano era quello di conquistare le posizioni difensive situate sulla cima del Lagazuoi e controllare gli accessi al passo di Valparola.

(cartina Lagazuoi 1915)

Durante il corso della prima guerra mondiale, tra il 1915 e il 1917, il Lagazuoi fu teatro di aspri scontri tra le truppe italiane e quelle austro-ungariche, che costruirono complesse reti di tunnel e gallerie scavate all'interno del Piccolo Lagazuoi e tentavano a vicenda di far saltare in aria o di seppellire le posizioni avversarie con il metodo della guerra di mina.

(galleria del Lagazuoi)

(Sentiero della Cengia Martini oggi. Baracca degli ufficiali ricostruita dagli alpini della Taurinense)

(Postazioni e sentieri sul Piccolo Lagazuoi)

Tra il 18 e il 19 ottobre 1915 due plotoni di Alpini occuparono alcune posizioni sul versante sud del Piccolo Lagazuoi, tra le quali una sottile cengia ribattezzata Cengia Martini in onore del maggiore Ettore Martini, che attraversa la parete da ovest a est ed era strategicamente importante, mentre le posizioni austro-ungariche si trovavano sulla sommità del monte.

(Ettore Martini – 3° Alpini Battaglione Val Chisone)

(baracche degli alpini sul sentiero della Cengia Martini)

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Ettore Martini assunse il comando del battaglione Val Chisone ma essendo in convalescenza prese servizio solo nell'agosto del 1915. Con il Val Chisone fu artefice della conquista della cengia sul piccolo Lagazuoi. Quella postazione avanzata, sul fondo della Val Costeana, risulterà una vera spina sul fianco degli Austriaci che la batteranno di continuo dall'alto, dal basso, di fianco e addirittura dall'interno della montagna stessa con poderose mine che non varranno però alla sua conquista da parte degli attaccanti. Attorno alla "Cengia Martini" la lotta infurierà per tre anni e solo la ritirata italiana del novembre 1917 (dopo la "rotta di Caporetto") porrà termine alla contesa. Per le azioni sul Piccolo Lagazuoi Martini si meritò una medaglia di bronzo, una d'argento, una croce al merito e la croce di cavaliere della Corona d'Italia.

(baracca ufficiali sulla Cengia Martini- 1916)

Per cacciare gli avversari da queste posizioni, fortificate e scavate nella roccia, gli austriaci fecero esplodere quattro mine, la più potente delle quali il 22 maggio 1917 fece saltare in aria una parte della parete alta 199 metri e larga 136. Nonostante ciò, le posizioni italiane sulla cengia non vennero abbandonate.

(Alpini che si arrampicano sul sentiero della Cengia Martini - 1916)

A loro volta gli italiani scavarono una galleria di duecento metri di dislivello all'interno della montagna, fino all'anticima del Piccolo Lagazuoi; il 20 giugno 1917 fecero brillare sotto di essa 32.664 chili di esplosivo e successivamente, attraverso la galleria, tentarono la conquista delle postazioni intoccate dall'esplosione. L'azione, anche stavolta, non ebbe né vincitori né vinti: gli austriaci ripiegarono e rinforzarono rapidamente le trincee scampate all'urto della mina.

(esplosione mina austriaca sul Lagazuoi)

L'anticima cadde in mano italiana, ma tentare di occupare l'intero ripiano del Piccolo Lagazuoi avrebbe portato ad ulteriori gravi perdite tra gli Alpini. Il cratere provocato dalla mina italiana è tuttora individuabile, assieme all'immenso accumulo di detriti scivolati a fondovalle, sia di questa che delle altre mine austriache. La quarta mina austro-ungarica, esplosa nel settembre del 1917, ebbe una potenza minore rispetto a quella del maggio precedente e portò all'ennesimo nulla di fatto. Dopo la battaglia di Caporetto gli italiani si ritirarono da tutte le loro posizioni e le operazioni militari nella zona ebbero fine.

(Il Lagazuoi visto dal fronte italiano. Da notare i due grandi ammassi detritici accumulati dopo le innumerevoli esplosioni di mina dei due eserciti.)

La guerra di mine

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(continua)


Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

(..continua Gen. Olmi)

“Mio nonno ha lasciato dei diari non della 1^ guerra mondiale: uno sulla guerra di Spagna e uno sulla campagna di Russia.

Però sulla grande guerra ha scritto dei racconti basati sulle sue esperienze in chiave umoristica; aveva scritto un volume intitolato “ Il buon umore e la guerra” .

Il suo humor lo aiutava nelle situazioni difficili.”

Novembre 1917 – Fatti d’armi a Cima Campo

“Al comando del battaglione “Monte Pavione” composto da circa 800 alpini nell’ambito del 7° Reggimento, mio nonno schierò sulla direttrice dei monti che vanno dalla val Sugana alla valle del Cismon i suoi soldati. Per quanto riguarda la 1^ guerra mondiale sulla vicenda di Cima Campo c’è un libro molto ben fatto che descrive questo episodio basato sui diari del reparto che lo storico è andato a consultare a Roma nei musei dove si conservano tutti i diari ufficiali. E in questi diari c’è esattamente quello che mi aveva raccontato mio nonno di quella battaglia.

Cornice storica

Motto del 7° Alpini : "Ad excelsa tendo"

I battaglioni del 7° Reggimento Alpini operavano nella Grande Guerra in Val Brenta, alla Forcella Lavaredo, nell’Alta Val Cordevole, sulle Tofane, nella zona della Marmolada e in val Cismon.

Lo storico Luca Girotto scrive nel libro “La lunga trincea 1915 – 1918”: Il sacrificio del Monte Pavione a cima Campo.

Il 24 ottobre 1917 era stato un giorno del tutto simile ai precedenti per i giovani alpini del btg. Monte Pavione sulle frastagliate creste del massiccio di Cima d'Asta: nelle loro trincee, ormai rafforzate da oltre un anno di laboriosa permanenza, la vita scorreva tranquilla, quasi noiosa. Erano tutte posizioni tra i 2300 e i 2500 metri, sopra pareti quasi inaccessibili o alla testata di angusti valloni: sorprese da parte austriaca non se ne dovevano temere. Eppure quel giorno, con i successivi, sarebbe passato alla storia.

Sulle remote vette di Rava le prime voci del disastro di Caporetto arrivano con le salmerie all'inizio di novembre, ma “radio scarpa” questa volta è confusa, incerta; l'enormità della tragedia rende la stessa assai difficile da credere: centinaia di migliaia di prigionieri, migliaia di cannoni catturati, perfino Udine in mano austriaca!

(Alpini)

Poi, il 4 novembre, la svolta: arriva l'ordine in apparenza innocuo che il comandante del battaglione proceda allo studio di un “ipotetico” arretramento sulla linea Asolone-Solarolo nel massiccio del Monte Grappa.

Il magg. Olmi capisce immediatamente di che si tratta, esegue e resta in attesa.

Il 7 ecco i temuti ordini: la ritirata avverrà tra il 7 e l'8 novembre per le fanterie, le artiglierie e i servizi che saranno i primi a ripiegare; in giornata il Pavione entra a far parte, col Val Brenta e Natisone, del cosiddetto gruppo Sirolli che assieme agli altri due gruppi Streva e Dalla Bona(dai nomi dei rispettivi comandanti) costituisce il gruppo di copertura del ten. col. Piva con il compito di proteggere la ritirata del XVIII° corpo d'armata tra la Valsugana e il Primiero.

Al gruppo Sirolli , l'8 novembre, spetta estendere la sua occupazione a sud del Cimon Rava per sostituire i reparti che si sganciano in successione; anch'esso poi, la sera del 9, inizierà il ripiegamento in fasi successive, prima sulla cosiddetta “linea gialla”, la sera del 10 sulla “linea verde”, la sera dell'11 su quella “azzurra” ed infine, il 12, tra monte Asolone, monte Pertica e Solarolo. Ma prima dovranno essere distrutte baracche, teleferiche, depositi di viveri e vestiario; il tutto senza attirare l'attenzione del nemico.

(Il progressivo arretramento italiano(7,9 e 10 novembre), le direttrici d’attacco austriache e lo schieramento della “colonna Piva”.)

Tutto procede alla perfezione fino al mezzogiorno del 10, quando i telefonisti commettono l'imprudenza di incendiare con troppo anticipo le stazioni a monte dei loro impianti.

Gli austriaci se ne accorgono e già all'imbrunire le loro truppe da montagna premono con molestia sulla linea gialla. Dalla già occupata conca di Tesino e dalla val Cismon gli imperiali dirigono quindi verso Cima Campo e cima Lan con l'intenzione di puntare poi su Primolano. Ciò viene giustamente visto come un potenziale disastro dal comandante del XVIII° corpo, gen. Tettoni, il quale sa bene che le sue truppe della zona Strigno-Scurelle sono in grave ritardo sulla prevista tabella di marcia e rischiano di trovare la strada della ritirata chiusa alle loro spalle da una troppo rapida calata degli austriaci. Inoltre non è ancora iniziato lo sfilamento per Primolano di una grossa colonna in ripiegamento dal bellunese: la sua sorte sarebbe segnata se la truppe da montagna austriache non venissero trattenute sui monti.

Ecco quindi che, il mattino dell'11, giunge da Cismon l'ordine per il maggiore Olmi di non spostarsi sulla retrostante posizione di Col del Gallo (linea azzurra) ma di rimanere ad ogni costo sui rilievi costituenti la linea verde.

Detto, fatto: per l'alba dell'11 gli 800 alpini del Monte Pavione, assieme ad una cinquantina del Val Natisone, occupano tutta la serie di alture che tra il precipizio sulla Valsugana ed il solco del torrente Cismon si oppongono alla progressione dei reparti imperiali.

Perno fondamentale della linea difensiva del Pavione è l'imponente complesso corazzato di Cima Campo chiamato forte Leone. Si trattava della fortificazione più potente costruita dagli italiani a ridosso della linea di confine tra il corso dell'Adige e la Marmolada: scavato in gran parte nel versante stesso del rilievo da cui mutua il nome, il suo armamento principale consisteva all'inizio in 6 cannoni da 149A sotto cupole di 5 metri di diametro e 16 centimetri di spessore poste sulla copertura; 3mitragliatrici in casamatta; 5 mitragliatrici Gardner in torrette blindate “a scomparsa”(cioè retrattili) ed un cannone automatico per la difesa del fronte di gola completavano la dotazione sussidiaria.

(Forte Leone di Cima Campo, costruito nella roccia. Si vedono i fori dai quali spuntavano i cannoni)

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Un tale complesso di mezzi d'offesa e di difesa avrebbe potuto costituire un ben difficile superabile ostacolo per qualsiasi attaccante.. se la cronica penuria italiana in fatto di artiglieria non avesse causato, tra il 1915 e la fine del '16, il disarmo completo del forte i cui cannoni vennero ritenuti più necessari sulle linee di Valsugana e del Lagorai.

Con la ritirata cima Campo tornava in prima linea, ma nulla ormai restava dell'originaria potenza della fortezza: dalle cupole occhieggiavano falsamente minacciosi 6 tronchi d'albero verniciati di nero e destinati ad ingannare, come effettivamente avvenne, l'osservazione aerea austriaca. All'interno, magazzini vuoti, camerate deserte, corridoi silenziosi; vuota pure la polveriera data l'assenza di artiglierie.

(Forte Leone – Lato anteriore)

Agli Alpini non rimaneva che sistemarsi alla meglio, approfittando delle spesse protezioni e del vasto complesso trincerato che circondava il rilievo su cui sorgeva l'opera; e così fecero.

Nel mattino dell'11, reparti austroungarici provenienti dalla Valsugana attraverso la conca del Tesino e da passo Rolle lungo la valle Cismon occupavano Lamon. Poco dopo iniziava il cannoneggiamento dei forti , ritenuti pienamente operativi, con la pronta risposta delle 3 batterie da montagna italiane impegnate senza pausa per tenere in soggezione il nemico.

(Fucilieri)

Nel primo pomeriggio, l'improvviso cedimento delle esauste compagnie del battaglione Cividale sulle pozioni a cavallo del Cismon, scopriva il fianco destro di cima Lan causando, all'alba del 12, la cattura dell'intero plotone esploratori del Val Brenta stesso nei dintorni del ponte di Frassenè.

La minaccia d'aggiramento non faceva tuttavia desistere gli alpini, i quali per tutta la sera, spostando continuamente nel bosco le poche mitragliatrici, rallentavano la marcia dei Kaiserschutzen.

(Mitraglieri alpini nella valle del Cismon - 1917)

All'alba del 12 il Monte Pavione era ormai spezzato in due tronconi: uno, quello orientale, in lento ripiegamento su Arsiè proteggeva ancora il fianco della conca di Primolano; l'altro, quello occidentale, teneva ancora il margine dell’altopiano di Celado.

(Forte Leone)

Verso le 8.00 del 12, con una delle ultime comunicazioni telefoniche dal comando di corpo d'armata, perveniva al magg. Olmi a cima Campo l'ordine di resistere ad oltranza con le truppe disponibili attorno al forte (il comando di battaglione, la 148^ e resti della 95^ compagnia) perchè non tutte le unità italiane in ritirata avevano oltrepassato la stretta di Primolano.

Fino alle 9.00 il bombardamento austriaco martellò le trincee tra l'opera corazzata e Col Mangà, quindi prese a battere insistentemente la fortezza ove restavano solo lo Stato Maggiore, alcuni feriti con l'ufficiale medico ed il cappellano del battaglione. Si susseguono diversi assalti in parte respinti dagli alpini. Alle 13.00 il comando austriaco, ormai esasperato, getta nella fornace, quasi tutte le truppe di cui dispone nelle prime linee: da monte Celado attaccano ancora i Kaiserschutzen mentre da malga Campo e dal fondo di val Sermana avanzano i reparti della 1^ brigata alpina; resta in riserva il battaglione degli Shutzen volontari dell'alta Austria. L'assalto sorretto dal tiro di batterie da 75 e 105 mm, procede su tre lati, lento ma inarrestabile. Cade per primo Col Mangà verso le 14.30; alle 15.00 Col Gnela; fino alle 15.30 gli alpini resistono sulle posizioni all'esterno del forte, appiattiti nelle trincee, mentre dietro a loro torreggiano imponenti(ed impotenti) le vuote cupole del 149.

Manca poco alle 16.00 quando la pressione avversaria obbliga il magg. Olmi ad ordinare ai superstiti il ripiegamento all'interno del perimetro della fortezza: vengono distribuite le restanti scorte di munizioni e bombe a mano, avanzi dell'ultimo rifornimento giunto al mattino da Primolano, giusto in tempo per impedire ad alcuni ardimentosi nuclei austriaci di scendere nel fossato o inerpicarsi sulle mura. Le armi automatiche ancora efficienti vengono disposte sui 4 lati, presso le cupole, e gli alpini guarniscono le feritoie del cortile posteriore e la trincea di cemento che contorna il blocco delle artiglierie.

Alle 16.30 viene lanciato nella mischia anche il battaglione degli Schutzen volontari dell'Alta Austria, affiancando il 164° Landsturn nell'ultimo assalto; proprio in quegli attimi, dal vicino forte di Cima Lan s'innalza una nera colonna di fumo che segna tra fragorose esplosioni la fine dell'opera gemella.

Verso le 17.00, il te. Col. Sirolli, comandante del gruppo alpino, chiama da Cismon (quel filo telefonico ancora intatto rappresenta un vero miracolo) elogiando il battaglione ed annunciando che tutti i reparti del XVIII° c.d'a. hanno oltrepassato il ponte sul torrente Cismon: gli alpini si ritirino pure ora, dato che anche i forti di Primolano sono stati sgomberati e stanno per essere fatti saltare.

Olmi risponde con fierezza che il suo reparto è ormai circondato, che è lieto di apprendere che il sacrificio del Pavione abbia salvato i reparti di val Brenta e di Val Cismon dalla cattura e che cercherà comunque con ogni mezzo di aprirsi la via verso il Grappa.

(Il Forte Leone appena catturato dagli austriaci nel 1917- foto d’archivio)

Novembre 1917

 

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(continua)


 

Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

(..continua Gen. Olmi)

(Le vuote cupole corazzate del forte di Cima Campo 12 novembre 1917)

La conversazione non si è ancora interrotta quando un terrificante boato scuote la conca di Primolano : la tagliata della Scala e quella della Fontanella sono saltate in aria.

Nel forte, assieme ad Olmi, rimanevano a questo punto 12 ufficiali e circa 300 uomini, dei quali solo una cinquantina indenni, quasi privi di munizioni e granate. Ma gli alpini non erano ancora domi: Olmi e il comandate della 148^ organizzavano un'ultima disperata sortita dalla postierla corazzata meridionale, vicino all'ormai vuota polveriera, contando sulla nebbia e sull'oscurità incipiente. Si disponeva che tutti gli uomini efficienti spostassero la penna del cappello in avanti, nell'ingenuo tentativo di confondere le idee al nemico simulando le “Spielhanstoss(pennacchio) dei Kaiserschutzen, preparandosi all'estrema lotta.

(Kaiserschutzen)

Alle 18.00 la nebbia, che già copriva Col Gnela, arrivava al forte: alle 18.30 la squadra del sergente Pederiva dalle feritoie della facciata sud e quella del sergente Dall'Agnolo di Mellame da quelle del muro del cortile, effettuavano un'ultima scarica con le poche decine di cartucce rimaste, mentre le ultime SIPE (bombe a mano italiane) volavano verso il ghiaione su cui risalivano gli Schutzen; nello stesso istante la postierla blindata sud si apriva e gli alpini ancora validi iniziavano ad uscire in silenzio. Ben presto però il nemico si accorse dell'espediente ed iniziò a sparare nel buio, con le mitragliatrici, contro la porta ferrata riuscendo ad interrompere il flusso dei fuggitivi; solo una ventina di questi riuscì quindi a scampare alla cattura, gettandosi a rotta di collo giù per boschi e rocce.

Dall'interno della fortezza assediata, nel frattempo, il magg. Olmi, allo scopo di evitare ulteriori inutili spargimenti di sangue, comunicava senza ulteriori indugi la propria resa ad un ufficiale del 164° Landsturn. Senza più incontrare resistenza, gli austriaci entrarono dunque nella temuta opera corazzata, catturata pressochè intatta, raccogliendo nel piazzale i superstiti italiani e constatando con stupore l'assenza di qualsivoglia pezzo d'artiglieria nelle minacciose cupole girevoli: i tronchi d'abete avevano egregiamente sostenuto fino all'ultimo il loro ruolo di simulacri , trattenendo artiglierie nemiche per due lunghi giorni!

Un episodio particolarmente toccante si verificò in questo frangente quando un cappellano austroungarico che aveva smarrito la propria dotazione di Olio Santo, vedendo il cappellano del Pavione , pur esso prigioniero, aggirarsi tra i feriti, lo supplicò di dargliene un poco del suo, se ne avesse avuto, per impartire l'estrema unzione ad alcuni austriaci moribondi. E così avvenne, nella silenziosa commozione di vincitori e vinti.

Al magg. Olmi, per l'eroico comportamento tenuto dal suo reparto nel fatto d'armi, il comandante austriaco concesse l'onore di conservare la pistola d'ordinanza durante la prigionia.

“Mio nonno fu quindi catturato il 12 novembre 1917 dopo aver combattuto strenuamente alla testa del suo battaglione e condotto in un campo di concentramento in Serbia credo, dove rimase per un anno e dove ha imparato il serbo-croato.

(Commemorazione dei fatti d’armi al Forte Leone)

Però quando è finita la guerra e lo hanno rilasciato gli hanno fatto un processo perché era un atto dovuto: se qualcuno si arrendeva al nemico era un sospetto traditore. Lui era molto arrabbiato perché pensava di aver diritto ad una medaglia per il successo che aveva raggiunto ; il suo colonnello lo aveva lodato… e invece lo hanno messo sotto inchiesta.

Alla fine gli hanno dato una croce di guerra al valor militare con la seguente motivazione:

“Per la fermezza e l’abnegazione di cui diede prova, alla testa del suo reparto, in condizioni di resistenza disperate”- Cima Campo 12 novembre 1917.

Secondo lui, però, questa impresa che è ricordata nei libri meritava ben altro.

Di questi avvenimenti si fa memoria ogni anno.

(Cima Campo. Commemorazione italo austriaca per non dimenticare)

So che degli altoatesini che erano nell’esercito imperiale vanno e ricordano quegli avvenimenti come loro vittoria. Ho trovato anche delle memorie di ufficiali austriaci che con grande disprezzo dicono “italiani codardi, si sono arresi”.

Celebrano la loro vittoria, ma in realtà sono stati tenuti in scacco da 800 alpini contro due divisioni se non erro di kaiserjager e altre truppe scelte.

(Altoatesini a Cima Campo)

Subito dopo la guerra il nonno era nella Commissione d’armistizio con l’Austria a Klagenfurt.”

Dopo la Grande Guerra fu liberato e tornò in Italia.

Nel 1922 sposò a Torino la signorina Jolanda Maria Apollonia Carletti conosciuta anche con il nome Jo’ di Benigno.

Cornice storica

(Jo di Benigno)

Jole di Benigno era nata a Larnaca (Cipro) il 25 febbraio 1902. Alla morte del padre si era trasferita in Italia a Torino. Qui conobbe e sposò l’allora Maggiore dell’Esercito Roberto Olmi che frequentava la scuola di guerra.

Jole seguì allora la carriera del marito: nel 1922 addetto al comando del corpo d’armata di Trieste; nel 1926 comandante del battaglione alpini di Belluno; nel 1927 tenente colonnello al 19° reggimento fanteria a Catanzaro; nel 1931 al 62° reggimento fanteria a Parma, nel 1933 a Como dove veniva promosso colonnello.

Nel frattempo Jole Olmi arricchiva la sua cultura e divenne scrittrice di romanzi di successo.

Nel dicembre 1939 Roberto Olmi, ormai generale, fu trasferito a Roma, ma la guerra lo tenne quasi sempre lontano dalla città dal 1940 al 1945.

La moglie visse dal dicembre 1939 ininterrottamente a Roma; fu impiegata al Ministero della Guerra e, poi, assistente del Ministro Antonio Sorice nel 1943.

È utile ricordare che Jo Di Benigno, per gli speciali incarichi al Ministero della Guerra in quei cruciali giorni di settembre 1943, scrisse un importante testo intitolato Occasioni mancate - Roma in un diario segreto 1943 –1944.)

(continua)


Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

(..continua Gen. Olmi)

Spagna 1937 – 1939: Nella guerra civile tra nazionalisti e democratici popolari

“Dopo la grande guerra, quindi, mio nonno è stato in diverse guarnigioni un po’ dappertutto in Italia : è stato in Calabria a Catanzaro, è stato Chieti, poi a Como, a Trieste e a Milano.

Sempre negli alpini?

No.

Prestò servizio anche nella Fanteria con spirito di abnegazione e fedeltà all’esercito e alla monarchia.

(Comandante Roberto Olmi)

Raggiunse in carriera il grado di Generale di Corpo d’Armata della Fanteria ma sempre con cuore alpino indossava il prestigioso cappello nelle adunate e in tante ricorrenze.

Ha girato un po’ dappertutto ma sempre nella fanteria.

Poi nel 1937 è partito come volontario in un corpo di spedizione in Spagna. Lui è andato due volte in Spagna: una volta nel ’37 e una volta nel’39.

Da quello che ho capito, nel ’37 non aveva un comando: era addetto allo stato maggiore , faceva delle missioni di collegamento e raccontava che c’era un po’una lotta tra tanti ufficiali che volevano fare carriera: la Spagna era vista come un trampolino di lancio per avanzare in carriera nell’apparato fascista.

Intanto aveva cambiato arma, era diventato carrista perché si era entusiasmato a questa nuova arma.

Nel ’39 è stato comandante del raggruppamento carri leggeri ; erano piccolissimi carri che nella seconda guerra mondiale avrebbero fatto una brutta fine , ma in Spagna contro le fanterie delle brigate internazionali erano molto efficaci, rapidi, corazzati quanto bastava contro delle armi leggere.

(carro leggero)

C’è un rarissimo filmato dell’Istituto Luce che ritrae mio nonno durante un’azione verso Casteldans in Catalogna nella marcia verso Barcellona.

(mio nonno che dirige personalmente le operazioni)

Lui racconta nel suo diario che c’erano rivalità tra italiani: da una parte i fascisti della divisione Littorio, che nella propaganda era sempre lei protagonista, e dall’altra i volontari come mio nonno che invece comandava il raggruppamento carri e dimostrava di essere più efficiente.

La campagna di Spagna si conclude con la presa di Barcellona; i suoi carri sono stati i primi ad entrare in città.

C’era il giornale quotidiano El Pais che titolava:” El libertador de Barcelona gheneral Roberto Olmi” .

Sono andati per prima cosa alla fortezza di Montjuic e hanno liberato tutti i prigionieri politici; avevano trovato atrocità, entrambe le parti fucilavano, ammazzavano. Avevano trovato una cantina piena di preti ammazzati e bruciati.

(Castello di Montjuic)

Quindi nella guerra di Spagna aveva fatto azioni di movimento come nella battaglia di Santander nelle Asturie ,da lì la discesa verso la Catalogna e alla fine la presa di Barcellona.

E con la Littorio che gli diceva :”Va indietro, se avanzi ti spariamo noi!”

(Ossario contenente i resti dei soldati italiani caduti durante la Battaglia di Santander)

Trovava che gli spagnoli non erano abbastanza veloci, lui voleva avanzare velocemente ma la strategia di Franco era di avanzare molto lentamente e di fare tutta un’epurazione durissima e questo lui non lo aveva capito: i franchisti volevano controllare bene il territorio fucilando un sacco di gente.

 

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(continua)

Cornice storica

(La guerra civile spagnola (nota in Italia anche come guerra di Spagna) fu un conflitto armato nato in conseguenza al colpo di Stato militare del 17 luglio 1936, che vide contrapposte le forze nazionaliste guidate da una giunta militare, contro le forze del legittimo governo della Repubblica Spagnola, sostenuta dal Fronte popolare, una coalizione di partiti democratici che aveva vinto le elezioni nel febbraio precedente. Obbedendo a un piano prestabilito, la guarnigione militare di stanza nel Marocco spagnolo si era ribellata al governo della Repubblica, e nei tre giorni successivi un gran numero di unità militari al comando di cospiratori si sollevarono anche sul territorio metropolitano, cercando di assumere il controllo di più vaste aree del paese e di saldarsi le une con le altre.

Questo conflitto coinvolse vecchie e nuove potenze internazionali, soprattutto Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Unione Sovietica, che direttamente o indirettamente si confrontarono nelle vicende spagnole, sia a livello diplomatico, sia con un sostegno concreto in uomini e armi alle due fazioni. Nonostante la politica di appeasement proposta da Regno Unito e Francia, che si proponeva di evitare qualsiasi ingerenza nel conflitto - ma che di fatto favorì le forze nazionaliste - le altre tre potenze fornirono grossi quantitativi di armi e uomini alle parti in lotta: l'Italia fascista e la Germania nazista ebbero un peso determinante a favore della causa nazionalista mentre l'Unione Sovietica si impegnò a rifornire armi alla Repubblica. Allo stesso tempo migliaia di volontari spinti dagli ideali di libertà e democrazia, si recarono a combattere in Spagna nelle file dei repubblicani, dando vita alle Brigate internazionali, che comprendevano uomini di circa cinquanta nazionalità diverse, i quali diedero un importante contributo militare e morale alle forze armate repubblicane, ottenendo allo stesso tempo un grosso risalto internazionale dovuto alla militanza e all'appoggio dato loro da decine di intellettuali antifascisti.)

“Dopo la Spagna è stato a Milano.

Nel 1940, quando la guerra è scoppiata, è stato volontario di nuovo non in un reparto combattente ma in una specie di unità logistica che doveva migliorare la logistica dell’attacco italiano alla Francia.

(Fanteria italiana varca il confine con la Francia)

Anche qui ha raccontato cose grottesche. Ad esempio: c’era il SIM, il servizio informazioni militari e alla domanda: “ Avete la cartina delle fortificazioni francesi?” La risposta è stata : “Certo” .

“Allora mostratela.”

Risposta:”No non si può è segreta.”

E cose del genere.

Poi è stato incluso nella commissione d’armistizio con la Francia e ha avuto varie sedi: è stato a Chambery per esempio ma poi è stato circa un anno a Marsiglia , forse la sede più importante :

la sua commissione doveva verificare che da parte dei francesi dell’esercito di Vichi si ottemperasse alle limitazioni in materia di armamenti al deposito di armi pesanti.

Invece nel governo di armistizio detto di Vichi, collaborazionista, in realtà c’era una sorta di resistenza, c’era il “service du camouflage” ( mio nonno non lo sapeva a quell’epoca) , che doveva sottrarre la più grande quantità possibile di cannoni, carri armati e nasconderli per il momento della riscossa.

Cornice storica

(Con governo di Vichy, si indica comunemente lo Stato che governò la parte meridionale della Francia dopo l'invasione tedesca nella seconda guerra mondiale (1940-1944), con l'eccezione della zona di Mentone(occupata dall'Italia) e della costa atlantica, governata dalle autorità tedesche.

Nel corso della seconda guerra mondiale mantenne la sua neutralità militare, ma non politica, vista la dipendenza dai nazisti. Il nome di Stato francese era contrapposto a quello di Repubblica Francese, ovvero la Terza Repubblica estintasi con l'armistizio del 1940. Ufficialmente indipendente, in realtà era uno Stato satellite del Terzo Reich. Il nome ufficiale dello Stato è ormai decaduto dall'uso comune e nel dopoguerra si è diffusa la definizione regime di Vichy o Francia di Vichy.)

“A questo proposito ad un certo punto un delatore francese si è presentato ai comandi italiani e ha detto: se mi date una moto militare Guzzi vi dico dove sono nascosti i carri armati; non gli hanno dato la moto ma una piccola somma e questo ha detto dove erano . Mio nonno è andato con un autista e qualche uomo in queste cave di Les Baux de Provence in Provenza e seguendo le indicazioni hanno trovato le tracce dei cingoli e nel nascondiglio, dove era tutto murato, hanno trovato una decina di carri armati pesanti francesi Renault B1 che sono stati sequestrati e portati in Italia in treno .

(moto Guzzi Alce)

(Carro B1 bis al Museo dei Blindati di Samur)

Poi ricordo altri episodi: ad esempio, cercavano di imbarcare truppe verso le colonie, le truppe potevano imbarcarsi ma non le armi pesanti.

Dopo un anno di questa vita non paragonabile al fronte , si annoiava e quindi ha fatto domanda per andare al fronte russo e questo era nel dicembre 1941.”

(continua)


Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

(..continua Gen. Olmi)

Campagna militare di Russia 1941 - 1942

“Nel 1941 mio nonno ha quindi fatto domanda per andare al fronte russo. La campagna era cominciata nel giugno; c’era stata una rapida avanzata, poi nell’inverno si era impantanata e fermata.

Lui è arrivato nel Donbas, tristemente attuale oggi nel conflitto russo-ucraino, come ufficiale della Divisione di Fanteria “Pasubio”.

(Divisione Pasubio in marcia verso il Don)

Tanti nomi delle località erano a quell’epoca diversi da quelli odierni: Doniezk si chiamava Stalino, Luhans'k era Voroshilovgrad , Kharkiv era Char’kov; nomi russi, adesso invece nomi ucraini.

E quindi è arrivato in un momento di stasi invernale,che non voleva dire che non ci fossero combattimenti o movimenti. Tutte le notti l’aviazione sovietica bombardava con scarsa precisione facendo più vittime tra la popolazione che tra le forze occupanti e poi c’erano continui attacchi notturni di pattuglioni di cento o duecento uomini.

Spesso e volentieri c’erano dei disertori , soldati che erano di varie nazionalità dell’unione sovietica: c’erano dei georgiani, dei caucasici, degli armeni esattamente come adesso.

Non avevano alcuna motivazione, non erano stalinisti, volevano salvare la pelle e preferivano arrendersi agli italiani che combattere. Quindi c’è sempre stato un viavai di attacchi e disertori : quando erano russi venivano interrogati sul posto se no bisognava mandarli nelle retrovie quando erano di lingue più rare.

Quindi nell’inverno ’41-‘42 erano praticamente fermi. Poi in primavera c’è stata l’avanzata fino al Don nel 1942.

Istituto Luce - Fronte russo. Gloriosi episodi del Corpo di Spedizione italiana - 1942

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Lui era comandante della fanteria divisionale della Pasubio.

(Comandante Olmi)

Voleva dire che c’era il comandante della Divisione che si chiamava Giovannelli che se ne stava tranquillo nelle retrovie, poi c’era mio nonno che era il comandante della fanteria operante sul campo. C’era anche il reggimento di artiglieria. Sarebbero state delle divisioni semi trasportate ma erano mal equipaggiate.

Sono quindi arrivati selle rive del Don e malgrado l’equipaggiamento scarso rispetto ai tedeschi, mio nonno ci teneva moltissimo che i suoi soldati avessero tutto l’equipaggiamento necessario: era molto rompiscatole per le continue richieste ai comandi superiori.

Per questo i suoi soldati avevano tutte le armi e munizioni e vari mezzi, poi usavano anche le slitte tirate da cavalli per muoversi sulla neve . Quindi lui si occupava molto dei suoi soldati. Non dovevano stare all’addiaccio e dovevano avere il meglio possibile dell’equipaggiamento.

(fiume Don)

Poi nel settembre del ’42 questo generale Giovannelli è andato in pensione ed è stato mio nonno comandante a tutti gli effetti per tre mesi.

I soldati della Pasubio erano nel loro settore caratterizzato da un’ansa a forma di berretto frigio. Più a sud c’era la Celere . I russi attaccavano spesso con questi pattuglioni, attraversavano il Don o gelato ma anche con delle barche . Si susseguivano questi attacchi notturni che a volte riuscivano a prendere delle posizioni ma complessivamente nel settore della Pasubio comandata da mio nonno gli italiani non hanno mai arretrato , non hanno mai perso nulla.

Mio nonno instancabilmente andava di posizione in posizione; aveva fatto la scuola di guerra ed era esperto di fortificazioni e quindi tutti i capisaldi erano correttamente preparati con postazioni di mitragliatrici con muretti di sacchi. Litigava con i tedeschi: aveva,infatti, un ruolo di collegamento con loro e parlava correntemente il tedesco.

I tedeschi non erano d’accordo su come lui organizzava le truppe: lui aveva dei capisaldi ogni chilometro o due sulle posizioni dominanti che dovevano coprire la difesa di tutta la linea. I tedeschi invece sostenevano che ci dovevano essere pochi uomini ma vicini su tutta la linea. Per mio nonno questi erano dei consigli, mentre invece nei documenti i tedeschi dicevano che gli italiani non volevano ubbidire alle loro istruzioni, loro pretendevano di dire come si doveva fare. Comunque nel suo settore i russi non hanno mai sfondato.

Nel dicembre ’42, scaduto il suo anno, lui non ha fatto domanda per prolungare anche perché era si d’accordo con il generale Messe ma non andava d’accordo con altri generali come Gariboldi credo..

(Gen. Giovanni Messe)

(Gen. Italo Gariboldi)

E’ rientrato in Italia e per sua fortuna non fu coinvolto nella tragica ritirata di Russia.

E’ stato decorato con medaglia d’argento,penso meritata perché appunto ha tenuto duro nel suo settore, ha trattato bene i suoi soldati e quando chiedevano licenze per motivi validi famigliari lui le ha sempre date e mai nessuno ha disertato.

Fu insignito di medaglia d'argento "sul campo" con la seguente motivazione:

"Comandante di un raggruppamento tattico, lo guidava con perizia e valore, distinguendosi per decisione ed audace azione di comando. In una situazione particolarmente critica si dimostrava dominatore di ogni difficoltà e suscitatore di energie, riuscendo a sbaragliare un nemico agguerrito e feroce e ristabilendo la situazione molto compromessa".

Fiume Don (fronte russo) 17 agosto 1942 - 12 settembre 1942

Poi, sul suolo di Russia, c’è stata la tragica ritirata degli alpini con Nikolajevka.

Ho riletto il diario di mio nonno alla luce degli avvenimenti attuali della guerra in Ucraina negli stessi posti e ho rilevato che alcune cose dell’esercito attuale russo sono di eredità sovietica:

disprezzo totale per la vita dei soldati, buttare le reti fregandosene delle perdite e poi la logistica malfatta.

Tante cose risalgono ai tempi della 2^ guerra mondiale. E poi la multi nazionalità: mandare i siberiani o i caucasici e non i russi .

I rapporti con la popolazione erano buoni: facevamo la messa e venivano gli abitanti del villaggio per partecipare , vendevano uova, qualche gallina . Anzi hanno anche regalato a mio nonno un’icona.

Anche i tedeschi erano per gli ucraini dei liberatori. Tutti sanno che nel 32-33 c’era stata la carestia provocata da Stalin perché gli ucraini rifiutavano la collettivizzazione nell’agricoltura e poi l’ Ucraina a quei tempi aveva varie minoranze che sono state deportate .

Ci sono ancora nomi tedeschi di località in Ucraina .

(Cosacchi del Don)

Quando sono arrivati sul Don si sono trovati in una zona di cosacchi; questi si erano opposti anche loro a Stalin negli anni trenta. La riva occidentale del Don era piena di villaggi cosacchi bruciati negli anni trenta. Questi cosacchi non facevano nessun atto ostile , non c’era guerriglia o resistenza come in altri posti . Erano cristiani e anzi speravano che tedeschi e italiani vincessero.

(Isba dei cosacchi del Don)

Nel Diario che mio nonno ha scritto e illustrato con maestria si leggono diversi episodi singolari.

(icona donata dai cosacchi al comandante Olmi)

(Diario scritto e illustrato dal gen. Olmi)

(Giovani danzatrici nell’immaginario dei soldati italiani)

(Isba, sede del comando di divisione)

(Piantina del settore della Pasubio)

(Ritrovo Ufficiali )

Lo schieramento difensivo italiano sul Don 1942

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(continua)


 

Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

 

(..continua Gen. Olmi)

In Italia, nei momenti travagliati della caduta del regime fascista.

“Era il gennaio del 1943 e mio nonno diventò il comandante della divisione di fanteria “Legnano” che assicurava la difesa costiera della Provenza.

Era una specie di vacanza in confronto alla campagna militare di Russia.

Non poteva dimenticare le asprezze del fronte russo: lui segnava le temperature, ad esempio -38. Descriveva poi i bombardamenti con gli effetti che questi causavano: vetri sempre rotti…macerie..morti…freddo.

Parlando dei tedeschi diceva che si tenevano i settori dove c’erano città così avevano alloggio per le loro truppe e mandavano gli italiani dove non c’era nulla così che questi dovevano scavare delle buche o trovare qualche isba.

(Generale Roberto Olmi)

Quindi la Provenza era quasi una vacanza. Lo scopo era quello di prevenire un eventuale sbarco che poi accadrà più tardi .

Nel Luglio del ’43 risulta da lettere che ho letto e dai suoi scritti che la divisione Legnano era stata in Albania prima, poi l’avevano rimandata in Italia ed era stata messa in quella zona abbastanza tranquilla. Gli umori dei soldati erano bassi, c’era del disfattismo .

Mio nonno era molto attento, curava la disciplina, come in Russia dove curava i soldati. Era quindi una divisione ben equipaggiata con l’equipaggiamento al completo ; non ci sono stati episodi di diserzione come in altre unità simili dove la gente cominciava ad andarsene .

Nel luglio ’43 la divisione ha l’ordine di trasferirsi nel sud Italia .

(Un motociclista della divisione Legnano)

Nel settembre ci fu l’armistizio.“

8 settembre 1943 e dintorni: La guerra dopo l’armistizio.

Jole Di Benigno nel suo libro “Occasioni mancate: Roma in un diario segreto 1943 – 1944” racconta i momenti di sbandamento e di sconcerto seguiti alla dichiarazione di armistizio.

(Jole Di Benigno)

(Nella Biblioteca Ariostea di Ferrara)

La sera del 7 settembre arrivò d’improvviso a casa (a Roma) Roberto. La sua Divisione aveva ricevuto l’ordine di spostarsi da Bologna a Brindisi e già uno dei suoi reggimenti di fanteria e un gruppo d’artiglieria doveva aver raggiunto la nuova destinazione; il rimanente della Divisione era in moto: l’ultimo reparto doveva staccarsi da Bologna la sera dell’8 settembre, e così in effetti avvenne. “Io ho fatto questa deviazione” mi disse Roberto, “per cercare di ottenere da Roma un cambiamento di zona”. “Non vuoi andare a Brindisi?”. “Non mi pare il momento più adatto per andarsi a cacciare nel tacco dello stivale”. “E dove vorresti portare la Divisione?”. “In direzione di Potenza; conosco bene l’Appennino lucano; ho fatto le manovre sui gruppi del Serino nel 1930; la Legnano è una delle poche divisioni in piena efficienza in questo momento; ho un gruppo di ufficiali uno meglio dell’altro, sono riuscito a farmene cambiare 14 in questi sei mesi…”

La mattina dell’8 settembre egli andò al ministero a perorare la sua causa; tornò a casa al tocco, visibilmente euforico per aver ottenuto buone speranze per il cambiamento: “Sorice (ministro della guerra)è entrato subito nel mio ordine di idee e mi ha detto che lo otterrà lui stesso da Roatta(capo di stato maggiore), che va bene, che andando a presentarmi a Lerici che comanda il corpo d’armata di Bari, gli faccia sapere che sarò autorizzato a portare la Legano verso l’Appennino”. “Quando riparti?”. “Domani all’alba”.

Ma le cose dovevano andare diversamente. Tornando a casa verso le 19,30, dopo essere andata fuori per Rosandra(la cavalla infortunata), trovai Roberto già intento a preparare il bagaglio. Alzò la testa e mi fissò con gli occhi smisuratamente allargati: Partiamo subito – disse. Devo raggiungere subito i miei reparti in Abruzzo. Riunirli al più presto. Apri pure la radio: poco fa il generale americano ha annunciato l’armistizio con l’Italia e tra poco parlerà anche Badoglio.

Non sei contento? Non so. Vorrei essere ancora a Bologna: la Legnano era in grado di battersi bene, ma ora, come ci troviamo, sparsi qua e là, è un danno. Bisogna rimediare subito.

-Ma il grosso della Divisione dov’è?

-In movimento verso sud; si tratta ora di mandare a sud il rimanente dei reparti- Perciò parto immediatamente. Per noi c’è rimedio, ma Bologna è indifesa: la “Celere” , che è sul posto, non è in condizioni di poter far fronte ai tedeschi.

Nella notte del 9 settembre succedevano frattanto, ad insaputa di tutti, cose straordinarie.

Quando la famiglia reale e Badoglio si erano trasferiti, per misura precauzionale, al ministero della guerra, nulla era stato ancora deciso circa il da farsi, anche perché rimaneva, per il momento, oscuro il contegno che si proponevano di assumere i tedeschi. Alla sede della loro ambasciata l’agitazione era immensa, va e vieni, ordini e contrordini, carte bruciate, partenza precipitosa dello stesso von Rahn che, arrivato a Siena, dovette poi tornare indietro per un ordine di Berlino.

Ma dopo la mezzanotte, qualche cosa di sicuro si fece udire e furono i colpi di cannone che si andavano sempre più avvicinando. Nella segreteria del capo di gabinetto, ove s’era installato il duca Mario Badoglio, giungevano, man mano che la notte avanzava, notizie più concrete: si seppe così che anche le due divisioni tedesche stanziate a Viterbo ed a Siena s’erano mosse e marciavano in direzione di Roma.

Alle sei in punto del giorno 9 mi svegliò ancora il numero militare: era il ministro in persona.

-Qui i miei ospiti sono andati via tutti- disse.

Una mia esclamazione di incredulità lo interruppe.

-E’ proprio così: ho qui l’elenco di quelli che devono seguire il capo del governo.

-Voi rimanete con noi, naturalmente.

-Vi chiamerò fra dieci minuti.

-E a Roma chi rimane?

Continuai a ripetermi questa domanda, perdutamente, in preda ad una commozione che anche a distanza di tempo non mi pare eccessiva.

L’11 settembre, nel suo discorso radiofonico, Hitler dichiarò di aver circondato Roma per un raggio di 50 chilometri assicurando i punti strategici: questa era la realtà della situazione.

10 Settembre 1943 - I tedeschi occupano Roma

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Quello stesso giorno mi telefonò da Chieti il colonnello Tuti della “Legnano”; mi disse che Roberto stava bene, che quasi tutta la divisione era passata sana e salva a sud, eccetto un reparto che, dopo uno scontro a San Severo, tornò indietro con vari feriti ed alcuni muli colpiti a morte, distribuiti poi alla popolazione.

Dovevo in seguito, dopo qualche mese piuttosto turbinoso, venire a conoscenza di quanto era avvenuto in quel di Chieti il 9 settembre.

Giungendo quella mattina , Roberto ed i suoi si erano accorti di una insolita animazione nelle vie della città. Pochi minuti dopo arrivava di corsa un ufficiale a chiamare Roberto da parte di Roatta. Questi chiese come mai si trovasse a Chieti(tuttavia l’ordine di spostamento della divisione era stato emanato dallo stato maggiore) e quando seppe che vi si trovava solamente di transito, osservò: No rimani qui ed organizza la difesa di Chieti con quei mezzi che potrai racimolare sul posto. Non potete più proseguire; nella zona di San Severo si sono concentrati 4000 tedeschi e la loro aviazione è molto attiva. Tieni fermo qui finchè non saremo arrivati noi di ritorno.

Altro particolare curioso è questo, che mentre Roatta intratteneva il comandante della Legano , giungevano le segnalazioni ed i fonogrammi circa la situazione: Genova occupata, Trieste occupata…Qualcuno a fianco di Roatta, nel trasmettere, intendeva che fossero degli anglo-americani!

(Mario Roatta con l'uniforme da Generale di Corpo d'Armata)

Comunque, se l’ordine di fermarsi a Chieti garantiva provvisoriamente la sicurezza di quei paraggi, separava però la divisione Legnano dal suo comandante. Al contrario di alcuni altri, indotti dagli eventi a distaccarsi dai propri reparti in preda al disorientamento, egli ebbe però la ventura di aver messo tutti i suoi a posto, prima di accingersi ad affrontare l’oscura lotta dell’individuo isolato contro l’agguato ed il pericolo collettivo.

Lotta dalla quale uscì, grazie a Dio, vincitore.

La Val Trebbia produce ancora di questi soldati vecchio stampo.

L’arresto :13 settembre areoporto di Pescara

Dalla relazione del gen. Olmi al Comando militare territoriale del 7 novembre 1952.

Quando fui catturato dai Tedeschi all’aeroporto di Pescara, la mattina del 13 settembre 1943, era presente all’episodio materiale della cattura ,(fatta con mitra puntato al petto da un militare tedesco che partecipava col suo reparto d’assalto all’attacco dell’aeroporto con cannoncini anticarro e mitragliatrici, incendiando e distruggendo aerei e baraccamenti), un tenente degli alpini che faceva parte del quartier generale della Divisione da me comandata(LEGNANO). L’ufficiale riuscì a svignarsela subito e dovette riferire della mia cattura al sottocapo di S.M. che era rimasto a Chieti, nella sede in cui S.E. Roatta, nell’ordinarmi di non proseguire il viaggio verso Brindisi, aveva ordinato che si stabilisse il mio comando. Il capo di S.M.(stato maggiore) titolare era il ten. col. di S.M. Armando Tuzi. Il Tuzi era stato da me salutato all’aeroporto di dove gli avevo ordinato di partire con una mia relazione all’autorità superiore in Puglia e con un cifrario provvisorio atto a rimediare all’avvenuta distruzione dei cifrari da parte dell’alto comando profugo. L’importanza della relazione era tale che il bravo ten.col. Tuzi non esitò ad eseguire l’ordine neanche nel momento drammatico del decollo dell’aereo, sotto il tiro dei cannoncini e delle mitragliatrici.

(aereo Savoia-Marchetti della Regia Aeronautica)

L’aereo per tale missione mi era stato concesso da S.A.R.(sua altezza reale) la compianta Principessa Mafalda, giunta il 9 settembre all’aeroporto di Pescara proveniente da Sofia, dove aveva partecipato ai funerali del cognato re Boris di Bulgaria. Proprio nel momento in cui l’aereo si accingeva a decollare, venne sferrato l’improvviso attacco tedesco proveniente da ovest.

Cornice storica

La principessa Mafalda di Savoia soggiornò a Chieti per otto giorni dopo l’11 settembre di ritorno da Sofia dove aveva presenziato ai funerali del cognato. Le fu sconsigliato di muoversi da Chieti anche dal padre, il re Vittorio Emanuele III; ma con mezzi di fortuna, il 22 settembre 1943 riuscì a raggiungere Roma e fece appena in tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da monsignor Montini (il futuro papa Paolo VI), escluso il maggiore, Maurizio, che era già in Germania, come il padre.

(Mafalda di Savoia con 3 dei quattro figli)

(Re Vittorio Emanuele III)

Il 23 mattina, all'improvviso, venne chiamata al comando tedesco con tutta calma, per l'arrivo di una telefonata del marito da Kassel in Germania. Si trattò invece di un tranello: in realtà il marito era già nel campo di concentramento di Flossenbürg.

Mafalda venne subito arrestata per ordine di Kappler e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu trasferita poi a Berlino e infine deportata nel lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto il falso nome di von Weber.

In seguito ad un bombardamento degli alleati, rimase gravemente ferita ad un braccio: si doveva intervenire per evitare la cancrena.

L'opinione del dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, è che Mafalda sia stata intenzionalmente operata in ritardo, seppur con procedura in sé impeccabile, per provocarne la morte. Il metodo delle operazioni esageratamente lunghe o ritardate era già stato applicato a Buchenwald ed eseguito sempre dalle SS su alte personalità di cui si desiderava sbarazzarsi.

La principessa Mafalda morì dissanguata nella notte del 28 agosto 1944.)

(Mafalda di Savoia)

(modello del campo di concentramento d Buchenvald)

Mafalda di Savoia - La Storia

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(continua)

 


 

Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.


(..continua Gen. Olmi)

Prigionia ed evasione dall’internamento.

Scrive il generale Olmi nella sua relazione:

Condotto a Bologna, fui internato all’albergo Baglioni, dove trovai altri ufficiali prigionieri. Durante tale internamento con tanto di sentinelle armate nel corridoio, dal quale ci era vietato uscire, ricevetti la visita di un magistrato conoscente il quale aveva appreso la mia cattura ed aveva ottenuto il permesso di venirmi a visitare. Trattasi del Consigliere di Corte d’Appello comm. Peveri, tuttora magistrato a Bologna.

Prosegue Jole Di Benigno:

In quella occasione (aeroporto di Pescara) Roberto, venne fatto prigioniero assieme a nostro figlio il cui corso di allievi ufficiali che faceva il campo in quel di Pescara si era sciolto per l’armistizio.

Io seppi la notizia il 17 settembre. Credetti di averli perduti tutti e due. Prima cosa preparai una valigia con indumenti di lana, i più pesanti che avevo, in previsione dell’inverno in Germania; macchinetta a spirito e tutto quanto poteva essere consentito alla vita di un campo di concentramento. Quella stessa sera del 17, inaspettatamente, mi fu restituito il ragazzo forse a causa della sua giovane età.

Mi disse che suo padre si trovava all’albergo Baglioni di Bologna con altri prigionieri; se non fossi accorsa subito, rischiava di essere deportato in Germania con la sola camicia che indossava. I tedeschi avevano bloccato i negozi, incominciando dall’unione militare di Bologna.

(Hotel Baglioni – Bologna anni 30)

Raccolsi tutto il denaro che avevo e lo unii ad un abito borghese; questo per una seconda soluzione. Partendo per Bologna mi pareva che nel petto trovassero posto tutte le amarezze e non un filo di speranza. Invece no; il subcosciente vigila e guida le nostre azioni indipendentemente dalla volontà razionale.

Arrivai a Bologna all’alba del 19; stazione deserta, non un facchino naturalmente; mi trovai nel semibuio, una valigia per mano, sulla piattaforma di un tram che dalla stazione porta in via Indipendenza. Tedeschi armati alla porta del Baglioni trasformato in sede germanica: tedesco di guardia, armato, sprofondato in una poltrona della hall; sentinelle armate su e giù per i corridoi, dinnanzi alla porta di ogni stanza. Tutti gli ufficiali della nostra Divisione Celere, ed altri, si trovavano in quel momento lì. Non posso dire che Roberto fosse disperato; il male della Patria era così grande, che la sorte individuale non importava più. Nei due giorni nei quali condivisi la sua prigionia, gli uscì dalle labbra una sola frase, il cui ricordo doveva ritornarmi torturante lungo il viaggio di ritorno: “Finire così la mia carriera a quest’età…”.

Poi doveva avvenire questo che la funesta imprecisione degli aerei americani verso la fine di settembre sul centro di Bologna e via Indipendenza finisse per rappresentare la sua ancora di salvezza; durante il secondo di quei bombardamenti, egli trovò modo di eludere la sorveglianza.

(Ufficiale tedesco)

Dopo ventiquattro giorni di prigionia, con indosso l’abito borghese che gli avevo portato, lasciò il Baglioni, andò direttamente a rifugiarsi alla Ghisiola sul colle di San Luca e da lì, dopo un breve sopraluogo sulle rive della natia Trebbia e sistemazione di alcuni interessi che lo svincolavano dal bisogno materiale, capitò a Roma inaspettatamente.

Scrive il generale Olmi nella relazione:

Circa l’essermi sottratto all’internamento e l’essermi dato alla macchia, tanto da provocare ricerche da parte della polizia nazifascista, riferisco: La mia conoscenza della lingua tedesca e il fatto di portare all’occhiello dell’uniforme il nastrino della “croce di ferro” , mi aveva consentito di ottenere qualche confidenza da un ufficiale viennese e così seppi da quell’ufficiale che il comando del Corpo d’Armata SS, che aveva sede a Reggio Emilia, aveva ordinato di sospendere la mia partenza dal concentramento provvisorio di Bologna, perché dovevo essere interrogato in merito al comportamento di reparti della Legnano che a San Severo delle Puglie aveva sparato contro i Tedeschi che si opponevano al loro proseguimento verso Brindisi. Fui anche tradotto, verso il 25 o 26 settembre, a Reggio Emilia e messo sotto una tenda in attesa dell’interrogatorio. Ma l’interrogatorio non ebbe luogo perché quel giorno il generale tedesco non era rientrato.

(militari tedeschi delle SS)

Nei giorni successivi, approfittando della confusione creata dai bombardamenti massicci e dai continui allarmi e dal fatto che il comando SS di Reggio Emilia aveva allargato la sua sfera d’azione fino al Piemonte e alla Lombardia e poco si occupava di Bologna, riuscii – sempre tramite il buon viennese- a ottenere un permesso di recarmi a Bobbio per rifornirmi di denaro e di quanto mi occorreva.

Bologna bombardata

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Giunto a Bobbio, vi trovai reparti tedeschi. Al ristorante Barone, dove cenai la sera del 4 ottobre, mi incontrai con l’ufficiale tedesco.

Dato il piccolo paese, questi aveva già saputo della mia presenza e lo stesso maresciallo dei carabinieri di Bobbio si era premurato di venire a casa mia per consigliarmi di svignarmela, perché i Tedeschi sapevano già che ero giunto a Bobbio.Trovatomi a tu per tu con l’ufficiale tedesco, mi rivelai senz’altro e gli chiesi un lasciapassare per recarmi a Roma; motivo del viaggio : Anzughelung = procurarsi vestimenta, con l’obbligo però di essere di ritorno entro sette giorni.

(Lasciapassare del comando tedesco di Bobbio – 1943)

Richiestogli l’indomani di modificare il sette in quattordici e di cancellare la qualifica di “generale” dal documento, per evitare Belastiguengen=molestie, l’ufficiale ancora annuì. Allora lo scrivente che nel frattempo si era procurato al Municipio una carta d’identità quale civile (dall’impiegato comunale Mozzi Giovanni ed essendo podestà e sindaco il commissario Casartelli o Castelli) partì per Roma, subendo bombardamenti aerei alla stazione di Firenze con lunga interruzione del traffico, e successivamente a Orte.

Giunto finalmente a Roma in ora di coprifuoco, con scarsa possibilità di allontanarmi molto dalla stazione Termini, pernottai all’albergo Continental, di dove presi contatto telefonico con i miei famigliari.

L’indomani raggiunsi la mia abitazione, che però mi decisi di abbandonare per sottrarmi a eventuali ricerche. Andai ad abitare un appartamento al 2° piano di via Rubicone 8, sotto lo stesso tetto dove erano ospitati clandestini i generali Traniello e Caratti. Non essendo naturalmente più rientrato a Bobbio, come da ingenua pretesa del giovane ufficiale tedesco, venni ricercato dalla Questura repubblichina di Roma (Commissariato Prati-Uffici di via Marcantonio Colonna) in seguito a segnalazione della polizia repubblichina di Bobbio.

Sistematomi alla meglio nella nuova abitazione, avendo appreso che il ministro della guerra, S.E. il generale Sorice non era partito per il Sud ed era a Roma, ospite di casa Colonna, piazza Aracoeli 1, di dove stava prendendo i primi contatti con ufficiali che non avevano aderito alla Repubblica Sociale, con la collaborazione del compianto colonnello di Montezemolo, andai a presentarmi a lui, mettendomi a sua disposizione per l’azione di resistenza ch’egli andava organizzando.

 

 

(Antonio Sorice – ministro della guerra)

Ricordo ancora l’angoscia della Principessa Colonna, il cui figlio sottotenente Francesco, che aveva fatto tutta la guerra in Balcania subalterno in una batteria alpina e in Russia quale ufficiale a disposizione dello scrivente, era partito col colonnello Tuzi da Pescara con l’aereo della Principessa Mafalda, nelle tragiche circostanze, e nessuna notizia di lui le era più giunta.

(Principessa Isabelle Colonna)

(continua)


Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

(..continua Gen. Olmi)

La Resistenza Romana

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Nella Resistenza a Roma

“Nella casa con mio nonna c’era il ministro della guerra Sorice che era l’unico del governo Badoglio che era rimasto a Roma, però nascosto, e poi c’erano tanti ufficiali: vari furono fucilati alle Fosse Ardeatine e lui è stato un po’ lì sotto falsa identità mandando informazioni di intelligece a sud .

Era la cosiddetta “armata segreta”, una forma di resistenza monarchica verso l’occupante tedesco.”

Jole di Benigno scrive:

Contemporaneamente all’opera del ministro della guerra, durante i primi tempi parallela, ed in seguito, sotto vari aspetti, in netto antagonismo con questa, sorgeva l’iniziativa di quello che doveva in seguito chiamarsi il centro X.

Due uomini (ten. Col. Ugo Corrado Musco e maggiore Felice Santini, ambedue di aviazione) ai quali dovevano aggiungersi altri tre (ten. Frusciante, maresciallo Baldanza, serg. Magg. Patrucco) ed una radio trasmittente: ecco il centro X intorno al quale dovevano roteare per nove mesi le principali attività della Resistenza romana. La città colpita , militarmente occupata ed assediata, poteva finalmente fare udire la sua voce!

Rimane accertato in modo incontrovertibile che, partendo da Roma, il maresciallo Badoglio(capo del governo) non ha lasciato alcuna disposizione, pur avendo appreso prima della sua partenza che il senatore Ricci, ministro dell’interno, all’invito che gli era stato fatto a nome del maresciallo di assumere l’interim durante l’assenza del governo, aveva risposto rifiutando e dando le dimissioni.

(Maresciallo Pietro Badoglio 1943)

Il concetto accettato pareva essere questo: uscire dallo schieramento delle opposte truppe per garantirsi la libertà.

Gli umili del centro X; coloro che disubbidivano alle leggi per l’esistenza… Pascoli afferma che l’uomo è uomo appunto per questa sua qualità di disubbidire alle leggi per l’esistenza.

Nessuno è mai riuscito a decrittare i loro messaggi. Essi trasmettevano su onde corte. La chiave cambiava ad ogni testo di messaggio. Fissata l’ora esatta, una delle radio incominciava a trasmettere per esempio su 37.5; dopo trenta secondi si ferma, e l’altro apparato continua , mettiamo su 40.20, mentre i primi restano in ascolto. Se l’apparecchio ricevente Sud non da il segnale di “ricevuto” la stazione che sta in ascolto, riprende lanciando di nuovo il gruppo cifrato già trasmesso sulla propria lunghezza d’onda, fino al segnale del “Ricevuto”; e così avanti. Esisteva poi anche un apparecchio trucco che trasmetteva solamente allo scopo di farsi radiolocalizzare, nel timore dei servizi di radio spionaggio, che potevano essere disposti ovunque.

Dopo la sua nomina effettiva a rappresentante dello stato maggiore di Roma, il colonnello Giuseppe di Montezemolo avvertì in pieno la responsabilità della carica e tentò di prendere tra le mani tutte le fila delle varie organizzazioni.

(Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, martire alle Fosse Ardeatine)

Il suo prestigio si andava sempre più affermando, e si può oggi dire senza dubbio, che le bande politiche si formarono ed ebbero vita, appunto per questo senso di continuità che la permanenza del ministro della guerra a Roma, e di un degno rappresentante dello stato maggiore al suo fianco, davano con la loro presenza tra i partigiani ; varie organizzazioni politiche chiesero aiuti ed armi; ebbero progressivamente gli uni e le altre nel limite delle possibilità oltre a consigli e notizie; gli uomini di buona fede si intesero e si stimarono, indipendentemente dal colore politico.

(ricetrasmittente in valigetta 1944)

Nota storica

Nei due giorni di guerra aperta per le strade di Roma, dall’8 al 10 settembre e nei successivi 9 mesi di occupazione tedesca a fianco di antichi combattenti per la libertà, di giovanissimi studenti appena emersi dal lungo sonno della propaganda fascista, di operai, di popolane, di soldati si trovarono uomini per i quali il comunismo era stato qualcosa di pauroso e lontano e la patria un valore alto e indiscutibile per il quale si doveva combattere e si poteva morire. Erano ufficiali dell’esercito, della Marina, dei Carabinieri come Frignani, Oddone, Maraffa come il colonnello Cordero di Montezemolo, ucciso alle Ardeatine, come il generale Martelli Castaldi.

Monarchici per tradizione, estranei alla politica, avevano combattuto le guerre fasciste in Africa e in Spagna, spesso riportandone decorazioni e gradi, avevano creduto o voluto credere nella vittoria dell’Asse, avevano vissuto l’armistizio come una dolorosa sconfitta, resa più amara dalla gioia del popolo e dei loro uomini.

(crittografia 2^ guerra mondiale)

(Enigma – macchina per cifrare e decifrare messaggi)

Furono approntate diverse radiotrasmittenti che venivano spostate da un luogo all’altro dentro valigette. Anche il gen. Olmi era attivo in queste operazioni.

Ma non si trovava a suo agio, abituato com’era ai comandi in campo aperto e sui monti.

Jole di Benigno scrive:

Roberto non riusciva a stare in casa mezza giornata completa: un po’ l’insofferenza di viver solo in simili momenti, un po’ per il suo temperamento, un po’ per l’assenza di anni da una grande città( due inverni consecutivi nel fango del Don non glieli toglieva nessuno), certo è che non stava fermo. Ogni tanto incontrava qualcuno che sarebbe stato meglio non incontrare.

“Poi nel ’44 è riuscito a passare nel regno del sud .

Intanto la divisione Legnano che, nonostante tutte queste peripezie, aveva ultimato il suo trasferimento risultava essere una divisione motorizzata ben equipaggiata: è stata il nucleo delle forze italiane cobelligeranti; è stata la prima unità che era efficiente.”

Al comando di una nuova Divisione

“Mio nonno dopo un po’ ha avuto il comando di una nuova divisione: la 209^ divisione Gran Sasso 2^, sempre fanteria. Questa divisione ha combattuto con inglesi e americani sul lato adriatico risalendo la penisola.”

Le Divisioni Costiere

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Cornice storica

l 15 settembre 1944 la divisione fu ricostituita come 209ª Divisione ausiliaria in seno al nuovo Esercito Cobelligerante Italiano.

Esercito Cobelligerante Italiano è una denominazione con la quale si identificano quei reparti del Regio Esercito combattenti a fianco delle forze alleate angloamericane durante la seconda guerra mondiale nel corso della guerra di liberazione italiana, che coincise in buona parte con la campagna d'Italia alleata.

Fu costituito in seguito alla riorganizzazione del Regio Esercito nel cosiddetto Regno del Sud, dopo l'annuncio dell'armistizio dell'8 settembre 1943 tra l'Italia e gli Alleati. Il primo nucleo fu il Primo Raggruppamento Motorizzato.

Dal marzo 1944 esso fu inquadrato come Corpo Italiano di Liberazione. Alla fine del 1944, a seguito del parziale sfondamento della Linea Gotica da parte degli alleati, fu riorganizzato in diciassette grandi unità (sei gruppi di combattimento di grandezza divisionale, otto divisioni ausiliarie e tre divisioni di sicurezza interna).

Come le unità analoghe, la 209^ divisione fu utilizzata per compiti di vigilanza e di lavoro a favore degli Alleati, in particolare al seguito degli inglesi dell'Ottava armata britannica.

La divisione seguì lo spostamento del fronte verso nord. Nel gennaio 1944 il comando era dislocato in provincia di Chieti, con i reparti sparsi tra Puglia ed Abruzzo. Tra la fine dello stesso anno e l'inizio del 1945 il comando venne trasferito ad Osimo e la divisione assunse la responsabilità territoriale su Abruzzo, Umbria e Marche. La forza salì dai 19.000 uomini di gennaio ai 22.000 in aprile. L'unità venne infine sciolta a maggio alla fine delle ostilità in Europa.

Nel settembre 1944 , il comando della Divisione fu affidato al Generale Roberto Olmi.

(logo della 209^ Divisione Costiera)

(Militi della 209^ Divisione Costiera Gran Sasso 1943)

Dalla penna del cronista

13 settembre 1968

Il Generale degli Alpini Roberto Olmi è “andato avanti” il 13 settembre 1968.

Da alcuni giorni egli sembrava più sofferente del solito e più stanco. Chiese insistentemente di rientrare a Roma quando ancora le sue vacanze bobbiesi non si potevano dire concluse. Nel viaggio verso Roma, presso Arezzo i due coniugi stavano riposando, ma improvvisamente si aggravò il malore del generale che si accasciò e morì appena entrato nell’ospedale civile di Orvieto.

Ad Orvieto si sono svolte le esequie solenni con onori militari quali si addicono ad un ufficiale di grado così elevato. E’ stato lo stesso comando di zona militare che ha chiesto a quello di Bologna-Firenze il privilegio di onorare in tal modo il generale Olmi poiché , per singolare coincidenza, egli è morto nella sede dell’80° reggimento, una delle unità comprese nella Divisione Pasubio che appunto combattè sul fronte russo in prossimità di Stalingrado, sotto il comando dell’allora generale di divisione bobbiese.

La salma è stata poi portata a Bobbio dove si sono svolti i funerali religiosi ed è stata tumulata nel cimitero di Cognolo.

(Cappello alpino del Generale Olmi)

Fonti narrative e iconografiche:

- Roberto Olmi (nipote del generale)

- Generale R. Olmi

- Luca Girotto (storico della grande guerra)

- Jole Di Benigno (scrittrice e saggista moglie del generale)

- Enciclopedie online

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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