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Categoria: cuore alpino
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Storia di una valle e dintorni.

Le pagine qui pubblicate contengono la narrazione, in versione ristretta,  fatta dall’alpino Italo Londei  delle vicende della lotta partigiana nella val Trebbia e nelle valli limitrofe dall’8 settembre 1943 al 28 aprile 1945 nel suo Memoriale.

Al centro del racconto sta la storia della 7^ Brigata Alpina creata e comandata da uno dei protagonisti della lotta di Liberazione.

Il Gruppo Alpini di Bobbio intende valorizzare il patrimonio storico-culturale di tale documento proponendolo anche ai giovani per conoscere e per non dimenticare il passato della storia di Bobbio.

Quelli chela Storia non la riscrivono.

Albori della guerra partigiana 

 

(Italo Londei)

Già alla sera del giorno 9 settembre 1943, dopo lo sbandamento subito dall’Esercito italiano, truppe tedesche, risalendo la statale N. 45 da Piacenza e calando da Voghera, avevano raggiunto la città di Bobbio, presidiandola con forze cospicue. Nei giorni successivi i reparti tedeschi, legandosi con altri provenienti da Genova, completarono l’occupazione di tutta la valle. Nelle altre due vallate parallele i tedeschi compariranno solo in un tempo successivo, data anche la scarsa disponibilità di truppe. Fu appunto in questo periodo, precisamente nella notte del 10 settembre, che l'autore di queste memorie capitò a Bobbio. Proveniva da Alessandria, dove prestava servizio militare in qualità di s. tenente di Artiglieria presso la Caserma Giuffrè. Anche in questa città l’armistizio aveva sorpreso i Comandi dei reparti italiani colà dislocati e nonostante gli eroici tentativi di difesa fatti dall’11° Regg. Artigl. Divisionale, accantonato nella Caserma Giuffrè, e dalle truppe del Forte della Cittadella, la città dovette capitolare. Ne seguì la cattura di molti reparti e lo sbandamento di altri. In compagnia di tre artiglieri riuscimmo ad evitare di essere fatti prigionieri e quindi accorremmo in aiuto di un piccolo reparto che, in piazza Rattazzi, ancora resisteva, rinchiuso nel palazzo in cui aveva sede il Comando di Zona. Agli assediati, che erano comandati dal gen. Giuseppe Bellocchio, furono portati viveri ed indumenti civili, onde evitare che cadessero prigionieri dei tedeschi. Il gen. Bellocchio, potè così riparare in quel di Valenza, dove subito cercò di organizzare un Comando clandestino, insieme con alcuni ufficiali a lui rimasti fedeli; io, invece, presi la via verso il paese d’origine, in compagnia dei miei tre artiglieri.

Come si è detto, giungemmo a Bobbio nella notte tra il 10 e l’ 11 settembre e trovammo la città già occupata dal nemico. Trovammo conforto in casa mia, ma nel corso della notte stessa fummo costretti ad abbandonarla. Dopo aver occultato le armi, ai tre artiglieri venne lasciata facoltà di raggiungere la propria famiglia; io, invece, preferii rifugiarmi in un casolare dei dintorni di Bobbio (Bosco del Comune), dove sempre armato ed in compagnia di un cane avevo deciso di darmi alla macchia, in attesa degli eventi. Mia madre e mia sorella mi recavano, insieme col mezzadro, vettovaglie e notizie sulla situazione.

Gli eventi non si fecero attendere, perchè un giorno una delle staffette mi recapitò un ordine: questo proveniva dal gen. Bellocchio che m’invitava a raggiungere Valenza. Qui giunto, diedi notizie sulla situazione che regnava nella val Trebbia e fui messo al corrente della necessità di sciogliere subito il Comando clandestino, perchè i tedeschi già ne avevano avuto sentore e cercavano di catturarne i componenti.

 

(Generale Giuseppe Bellocchio)

Fu quindi deciso che il gen. Bellocchio riparasse nella provincia di Piacenza (in quel di Carpaneto), per incontrarsi con l’avv. Francesco Daveri, nobile figura di cospiratore e di patriota, mentre l’autore di queste note farà ritorno ai monti di Bobbio, dove si metterà a vagare ed a scegliersi diversi rifugi di emergenza. Prenderà poi contatto con la popolazione contadina ed inizierà una attiva propaganda antitedesca ed antifascista, invitando a sabotare in tutti i modi i movimenti ed i rifornimenti del nemico, convincendo i giovani a non presentarsi, ma a raccogliere armi e ad organizzarsi, onde riprendere la lotta per il trionfo della libertà. Quel militare che si aggirava armato, mentre tutto sembrava perduto, incitava gli altri a seguirlo e spronava alla ribellione.

Il Comune di Bobbio è amministrato dal dott. Passanitello, in qualità di Commissario Prefettizio che sarà un interprete fedele e scrupoloso degli ordini dei nazi-fascisti. Il presidio militare è costituito da un reparto tedesco, da un reparto dell’antiaerea, comandato da un capitano italiano e da un gruppo di carabinieri. Vi è poi un numero imprecisato di gerarchi fascisti e di simpatizzanti, i quali si adoperano per aiutare in mille modi le truppe del presidio. Nella prima metà del mese di dicembre ebbi l’ordine di recarmi a Piacenza per abboccarmi con l’avv. Daveri, il quale però già viveva nascosto perchè condannato in contumacia dal tribunale fascista per atti ostili al Regime.

(avvocato Francesco Daveri)

In questa città entrai pure in contatto con Emilio Canzi, con padre Firmino Biffi, con Paolo Bellizzi, con l’avv. Bersani, che poi cadrà nella lotta, e con altri cospiratori. Dall’avv. Daveri ebbi l’incarico di svolgere un’importante missione: si trattava di passare le linee del fronte meridionale e di mettermi in contatto con gli Alleati, al fine di preparare l’espatrio dello stesso avvocato e del gen. Bellocchio. Un sommergibile avrebbe dovuto prelevarli dalla costa ligure (Savona) e portarli al Sud. Il giorno prima della partenza pervenne però l’ordine di desistere dall’impresa e questa non ebbe più luogo: le due persone interessate avevano deciso di restare al Nord, dove potevano svolgere un’attività più proficua, anche se più rischiosa.

(Paolo Bellizzi)

Nel territorio della provincia, la cospirazione andava organizzandosi e proprio sui monti sorgevano le prime bande partigiane.

Erano questi dei piccoli nuclei, costituiti da militari sbandati, da ex prigionieri di guerra appartenenti a diverse nazionalità, e da vecchi antifascisti. Nella val Trebbia ne esistevano due: una a Peli e l’altra nei dintorni di Marsaglia.

La prima era comandata da un tenente montenegrino e l’altra da uno slavo di nome Gaspare, entrambi ex prigionieri di guerra, fuggiti dai campi di concentramento, in seguito ai fatti dell’8 settembre. Erano però un pugno di uomini male armati ed ancor meno equipaggiati ed organizzati. Da Piacenza il col. Canzi e l’avv. Bersani provvidero ad inviare armi, munizioni e viveri. Questo materiale arrivava a Bobbio e veniva concentrato in casa mia, di dove poi mia madre e mia sorella provvedevano a farlo pervenire a Peli.

 

(Milic Dusan – Montenegrino)

 

(Camernik Gaspar - Gaspare)

Questa attività si protrasse fino a tutto il febbraio del 1944.”

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(Unità antifascista - Lo spirito del CLN)

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(Le armi nella chiesa di Peli - Collaborazione fra il col.Canzi e don Bruschi)

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Quelli cheperseguono ideali di libertà e disdegnano ogni forma di sopruso o vendetta verso i nemici.

Scioglimento della banda Gaspare

“Nel mese di marzo(1944) ebbi ad accompagnare gli avv. Daveri e Cantù, costretti a rifugiarsi in Isvizzera, per sfuggire agli sgherri dell’Ufficio Politiço, che ormai li stavano braccando dappresso. Li precedetti a Moltrasio, sul lago di Como, allo scopo di prendere conoscenza della zona e di preparare l’espatrio.

 

(Moltrasio)

Questo ebbe luogo nella notte tra il 14 e il 15 marzo, ma traditi da contrabbandieri locali, scelti quali portatori di bagagli, i due vennero catturati da finanzieri e rinchiusi nella loro casermetta, in prossimità del confine, con la poco lieta prospettiva di venir consegnati ai tedeschi. Nel corso della notte stessa, però, dopo lunghe trattative essi riuscirono a convincere il comandante dei finanzieri a lasciarli liberi di varcare il confine e mentre i due perseguitati riparavano in territorio straniero, io feci ritorno a Milano e quindi a Piacenza per assicurare che la missione aveva avuto esito felice.

Dopo pochi giorni presi la via della val Trebbia con l’incarico di andarvi a controllare l’attività della banda « Gaspare ». Infatti le notizie che pervenivano parlavano di gravi irregolarità e di soprusi da essa compiuti. Questa banda, come si è detto, operava nella zona di Marsaglia. Era costituita per la maggior parte da giovani elementi locali ed era comandata dallo stesso Gaspare. Gaspare era un uomo abbastanza giovane, dalla corporatura piuttosto tarchiata; sapeva esprimersi discretamente nella nostra lingua; la prima impressione che ci fece fu quella di un individuo diffidente, cinico, arrogante, e per di più disonesto come i fatti poi dimostreranno. Le prime azioni di guerra di questa banda vennero effettuate contro i presidi montani della antiaerea e fruttarono armi, indumenti e scorte di viveri. Nello stesso tempo si procedette anche al prelevamento di qualche « gerarca » e di altri elementi pericolosi, perchè supposti spie o comunque compromessi coi nazi-fascisti. Di fronte a tale stato di cose gli altri gerarchi nemici, presi dal panico, o fuggirono o chiesero un reparto di militi per la salvaguardia della loro persona. Così accadde a Cerignale ed a Rovaiola, dove un noto gerarca piacentino aveva a sua disposizione un armatissimo nucleo di militi. Contro questo reparto verrà sferrato un forte attacco da parte dei partigiani della banda « Gaspare », attacco che provocherà la fuga dei militi, ma costerà alla banda la morte del partigiano Mazzoleni, di Cortebrugnatella.

 

(Cortebrugnatella - Brugnello)

Numerose furono pure le azioni di disturbo del traffico nemico sulla statale N. 45 e sulla strada dell’Aveto. Numerosi furono pure i prigionieri, ricco il bottino delle armi, fra le quali le mitragliatrici, mitra, pistole, mitragliatori, fucili, bombe a mano e munizioni.

Sorgeva però il problema dei prigionieri nemici. Dove alloggiarli? Come nutrirli? Gaspare non se le pose mai queste domande. Lui i prigionieri li faceva eliminare, fucilandoli subito o dopo breve tempo dalla cattura. A nulla valsero le intercessioni dei parroci, dei civili e di alcuni degli stessi partigiani. Queste esecuzioni sommarie andranno crescendo al punto da provocare disgusto e sgomento fra la popolazione, che è contraria alle crudeltà ed alle nefandezze della guerra civile. Non vale la giustificazione che i partigiani non possono sobbarcarsi il peso dei prigionieri, creando dei campi di concentramento, data appunto la precarietà della situazione ed il fatto che sono costretti a continui ed improvvisi spostamenti, perchè ormai braccati giorno e notte, senza soste e non vale neppure la giustificazione che l’esempio l’hanno dato per primi i nemici, i quali hanno anche seviziato i cadaveri dei partigiani uccisi. La reazione nemica non tardò a manifestarsi. Si ebbero infatti delle forti puntate col preciso scopo di distruggere la banda di Gaspare e quella del Montenegrino, la quale ultima, dopo molesti e vittoriosi scontri sostenuti nella val Nure, in quella dell’Aveto ed anche in quella del Trebbia si era concentrata nella zona di Peli e di Pradovera.

 

(Peli)   

(Pradovera)

Purtroppo le cose tra i partigiani non funzionavano molto bene perchè gli abusi e le irregolarità gravi compiuti dalla banda « Gaspare » , e per sanare le quali io ero stato inviato sul posto, rispondevano a verità. Il contegno cinico e prepotente dello stesso Gaspare, il quale più che ai bisogni dei suoi dipendenti ed alle azioni militari pensava agli amori e ad arricchirsi, portando via beni e denaro alla popolazione, come se la zona in cui operava la sua banda fosse diventata per lui terra di conquista, era più che eloquente. Che altro poteva esservi nella sua rozza mentalità di straniero, privo di idealità, di moralità, di sensibilità, ed avido solo di preda e di sangue? Attorno a lui vi erano poi altri degni della sua fama e quel che è peggio si trattava di elementi italiani. Non molti in verità furono coloro che in tali frangenti seppero mantenersi onesti e incorrotti; non molti furono i puri e gli idealisti.

Sempre da Cerignale inviai tre successivi rapporti al col. Canzi, nei quali non lesinavo le critiche e le accuse, mettevo a nudo i reati e gli arbitrii, svelavo le colpe ed i colpevoli, illustravo la grave situazione e sollecitavo a porvi rimedio, suggerendo l’immediato invio di un certo numero di partigiani armati, onde procedere al disarmo della banda « Gaspare », e provvedere poi alla sua riorganizzazione, dopo aver allontanato gli elementi turbolenti, quelli disonesti e quelli inutili, per il buon nome del movimento. Il disarmo ebbe luogo soltanto sul finire del mese di giugno, non da parte però dei partigiani piacentini, bensì da parte dei Garibaldini di Bisagno.

 

(Aldo Gastaldi detto Bisagno)

Tutto si svolse, contrariamente alle previsioni, nella massima calma e senza dover ricorrere all’uso delle armi. Gaspare venne esonerato dal comando della banda, mentre gli elementi più turbolenti e pericolosi vennero disarmati, diffidati ed allontanati. La maggior parte dei partigiani venne incorporata nella formazione Garibaldina. Anch’io ebbi l’invito ad entrare a far parte della formazione di Bisagno, ma preferii lasciare la zona ligure per avviarmi verso Bobbio, per incontrarmi col signor Virgilio Guerci, il quale da qualche tempo era riuscito ad organizzare un piccolo nucleo partigiano nel paese di Coli.

(Piani di Coli)

Con me era pure Tom (Francesco Gobbi), un partigiano giovanissimo che dovrà poi farsi molto onore nella 7^ Brigata Alpina.”

(Virgilio Guerci comandante della IV^ brigata GL)

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Quelli che.. considerano la libertà e la democrazia beni per nulla garantiti e scontati.

La liberazione di Bobbio.

“In quel di Bobbio giungemmo alla sera del giorno 6 luglio, pernottando in un cascinale, in faccia alla città al di là del fiume, e l’indomani c’incontrammo col comandante Guerci, che nel frattempo era stato avvertito della nostra presenza. Messi al corrente da alcuni civili che il presidio tedesco e quello della Muti nel corso della notte avevano evacuato la città, decidemmo di entrare in Bobbio, dove era rimasto ancora il reparto dell’antiaerea, comandato da un capitano e forte di un centinaio di uomini, nonché il nucleo dei carabinieri.

La città di Bobbio venne conquistata alle ore 7,30 del giorno 7 luglio(1944), mediante uno stratagemma. Come dirà poi Radio Londra, sarà la prima città ad essere stata liberata fra quelle dell’Italia del Nord. Tom, Guerci ed io guadammo il fiume Trebbia nei pressi di Valgrana inoltrandoci risoluti con le armi in pugno nella città.

(Bobbio)

Io ero armato della sola pistola e Tom di bombe a mano: tutto qui il nostro armamento. Tuttavia, ci apprestammo ad attaccare un centinaio di nemici, asserragliati ed armatissimi. Lo strattagemma fu questo : entrammo in bicicletta dalla parte Sud della città, e ne percorremmo la piazza e la via principale, invitando i curiosi, che già si accalcavano acclamando, a ritirarsi nelle case, in vista di uno scontro armato in quanto — dicevamo — sarebbe arrivato il « grosso » e vi sarebbe stata battaglia.

Ma il « grosso » dei partigiani non c’era alle nostre spalle: si trattava d'ingannare il nemico circa l’entità delle forze attaccanti. La notizia infatti arrivò agli orecchi degli avversari prima ancora che i partigiani si avvicinassero alla loro caserma, per modo che quando essi comparvero trovarono i militi e i carabinieri che già, con le mani alzate e le armi al piede, davano manifesti segnali di resa. Di essere stati ingannati si accorsero dopo, poiché il grosso dei partigiani tardava a giungere, ma ormai era troppo tardi. Noi avevamo già provveduto a disarmarli e a metterli nelle condizioni di non nuocere. Il grosso arrivò soltanto nel pomeriggio in quanto io avevo anche provveduto a far avvertire il comandante Fausto dell’avvenuta occupazione della città. Questi allora si affrettò a marciare verso Bobbio alla testa di un folto gruppo dei suoi partigiani per assumere il presidio della città. Verso sera e all’indomani giunsero anche i partigiani del Montenegrino col loro comandante e col col. Emilio Canzi.

 

(Emilio Canzi)

 L’atmosfera di giubilo da parte della popolazione fu indescrivibile, tanta era la soddisfazione per la riconquistata libertà e la fine dell’oppressione e del terrore; apparvero alle cantonate manifesti inneggianti ai partigiani, suonarono a stormo le campane della chiesa, si tennero discorsi. In mezzo a tanto tripudio suscitò perciò una certa impressione il fatto che noi avessimo ripristinato il coprifuoco. A tanto eravamo però stati costretti dalla necessità di mantenere l’ordine pubblico e di impedire rappresaglie e saccheggi, che già alcuni partigiani volevano attuare. In tal modo la città e la popolazione non ebbero a subire alcun danno. La preferenza accordata al comandante Fausto ed ai suoi uomini non fu determinata in noi da ragioni politiche, ma unicamente dal fatto che questi partigiani potevano fornire garanzie di serietà. La popolazione e la città di Bobbio stavano del resto molto a cuore al comandante, per cui anche in seguito egli si adoperò onde evitare lutti e rovine.

 

(Fausto Cossu)

Come si è detto, Fausto arrivò in Bobbio liberata nel pomeriggio del 7 luglio, alla testa di un forte gruppo di suoi partigiani; gli consegnai la città, i prigionieri fatti e le armi catturate. Fausto da parte sua mi nominò suo aiutante maggiore.

Dopo l’occupazione di Bobbio tutta la val Trebbia era ormai libera da Rivergaro a Torriglia per una profondità di circa 90 km. e la statale N. 45 era chiusa al nemico. A Bobbio confluivano partigiani di tutte le formazioni, essendo quello il centro di maggior importanza ed ormai nelle retrovie. In questa città, veniva ammassato il grano e da qui ripartito alla popolazione ed alle formazioni partigiane.

(Mappa della Zona Libera di Bobbio * 7 luglio-27 agosto 1944)

Presiedeva a queste operazioni d’ammasso ed alla amministrazione del Comune il prof. Bruno Pasquali. Le due tipografie locali lavoravano a pieno ritmo per i partigiani: quella Repetti per i Garibaldini, il cui Ufficio Stampa era retto da Bini; quella Bellocchio per la Divisione G. L. con Ufficio Stampa retto da Edo (Marco Roda). Nascevano così i primi manifesti emessi dalle nuove Autorità civili e dai partigiani, volantini di propaganda, carteggio vario ed anche due giornali. Quello della formazione di Fausto si chiamerà « Il grido del Popolo ».

  

( Edo – Marco Roda)

L ’Ospedale Civile di Bobbio era anch’esso a disposizione dei partigiani, i cui feriti ed ammalati vi confluivano da tutte le formazioni, anche da quella garibaldina. Lo dirigeva il dott. Ellenio Silva, nobile figura di patriota e di antifascista, con la collaborazione del prof. Arturo Fornero, del dott. Landi, di alcuni studenti in medicina e di suor Tommasina. Quest’ultima esplicherà poi anche altre attività a favore dei partigiani, sottraendo armi, munizioni, indumenti ai nemici e fornendo inoltre informazioni preziose.

(dott. Ellenio Silva)

I fascisti di Bobbio venivano rinchiusi nel castello del Dego, trattati umanamente ed impiegati in lavori manuali per la costruzione di una passerella sul Trebbia, in località Barberino. Infatti il ponte locale della statale N. 45 era stato fatto saltare dai partigiani della IV brigata, per creare una grave interruzione della strada stessa, in vista di un eventuale ritorno del nemico verso la città di Bobbio.

(Castello del Dego)

In Bobbio liberata si avevano incerte notizie che agissero delle spie in favore del nemico. Tutti ne parlavano, ma nessuno sapeva fornire indicazioni precise. Erano allusioni vaghe, non indizi sicuri che servissero a scoprire una trama. Perciò decisi di agire personalmente. Vestiti abiti borghesi mi recai un giorno al palazzo Malaspina, dove sapevo di trovare la signora Passanitello, moglie del commissario prefettizio, il quale era fuggito al seguito del nemico, quando questo aveva evacuato la città.

 

(Bobbio – Palazzo Malaspina )

Temendo un attacco alla colonna, cosa che poi avvenne, la signora ed i figli erano rimasti. Mi presentai come commissario di P. S., dicendo di recar nuove del marito e di essere stato inviato in incognito sul poste, onde assumere informazioni e creare un centro di spionaggio. Occorreva però conoscere il nome della persona di « sicura fede » a cui appoggiarsi e più ancora quello di coloro che già avevano « lavorato », onde «tessere la trama spionistica. La signora ingenuamente rivelò un solo nome: quello di colui che per la sua capacità, il suo prestigio e l’attività già svolta poteva considerarsi il capo. Era quanto mi bastava; non diedi ordine di arresti, ma solo mi limitai ad abboccarmi con l’informatore ormai smascherato, diffidandolo. La vergogna di vedersi scoperto e per di più da un concittadino, la paura della rappresaglia e delle gravi conseguenze a cui avrebbe esposto se e la propria famiglia e fors’anche l’opportunità di riguadagnarsi la stima e l’onore così meschinamente perduti, valsero a farlo ravvedere. I fatti lo confermeranno in seguito, ma il suo nome resterà un segreto per tutti.

Sul finire del mese di luglio, mentre mi recavo da S. Giorgio all’Alzanese, caddi da cavallo, producendomi una grave lacerazione alla gamba sinistra. Si rese perciò necessario il mio ricovero all’ospedale civile di Bobbio, dove rimasi degente per otto giorni. Quando però feci ritorno a S. Giorgio, per riprendere il mio posto, trovai questo occupato da un altro. Un tale che millantava di essere stato inviato dal partito comunista con specifici incarichi di carattere molto ambiguo. Questa persona giunse ad ingannare a tal punto il comandante che ne ebbe pieno credito. Per questo intervento e per la presenza di altri elementi che si agitavano mossi da invidie e gelosie, al comando di divisione si era intanto creata un’atmosfera di disordine e di scarsa disciplina.

Naturalmente questa situazione era aspramente criticata da molti partigiani; di conseguenza io venni nella determinazione di abbandonare il comando di divisione. Mi seguirono i partigiani Tom, Gianni, Mix(Agostino Covati), Barba I°, Barba 2° e Russo ed insieme ci avviammo verso la città di Bobbio, scegliendo per noi l’azione, il rischio, un'attività che risultasse proficua. Da questi propositi e come frutto delle azioni svolte contro il nemico, ebbe origine la 7^ brigata alpina.”

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Quelli checombattono per ideali nobili di libertà e non si lasciano imbrigliare nelle ideologie politiche.

Vicende della val Trebbia libera.

“Fausto Cossu, ex ufficiale dei R.R.C.C., era già da tempo pervenuto nella val Trebbia insieme con un gruppo di carabinieri, precisamente in località Alzanese sulla riva sinistra tra la val Trebbia e la val Tidone, proprio alla sorgente del torrente Luretta, col fermo proposito di diventare partigiani.

Egli aveva già fatto parlare molto di se e si era creato una certa popolarità nella zona per le brillanti azioni compiute e per la serietà dei suoi propositi. Solo un fatto era commentato sfavorevolmente da una parte della popolazione: il disarmo dei partigiani della banda «Piccoli», che operava nell’alta valle di Mezzano Scotti e l’uccisione del loro comandante. Fausto e molti altri giustificarono il fatto come dovuto alla necessità di eliminare un individuo che era diventato pericoloso per la sua prepotenza e per le sue grassazioni esercitate contro la popolazione civile della zona. Si dovevano impedire i soprusi, si doveva pur salvare il buon nome dei Partigiani.

 

(La Sanese – toponimo Alzanese)

La formazione di Fausto aveva il proprio Comando alla Alzanese, nella casa di un contadino di nome Remigio, anch’egli diventato partigiano, come del resto tutti i suoi familiari. Era articolata in diversi distaccamenti, tutti dislocati, al tempo della liberazione di Bobbio, sulla riva sinistra del Trebbia e del Tidone. Aveva già compiuto audaci azioni nelle due vallate ed aveva anche attaccato, in località Cassolo sulla statale N. 45, i militi fascisti che nella notte del 6 luglio avevano abbandonato la città di Bobbio per far ritorno a Piacenza. L ’azione aveva avuto buon esito.

 

(partigiani in azione)

Dopo aver accettato il nuovo incarico che mi veniva offerto, mi recai alla Alzanese, dove, come si è detto, aveva sede il Comando della formazione. Anche il comandante Guerci coi suoi partigiani venne incorporato nella formazione di Fausto e costituì la IV Brigata, col compito di presidiare il Comune di Coli, quello di Bobbio ed il Passo del Monte Penice, verso Varzi. A quest’epoca la formazione partigiana di Fausto si era ormai ingrossata anche per l’apporto di nuovi arruolati e formava una Divisione, che prendeva la denominazione di « Divisione Giustizia e Libertà ».

La formavano cinque brigate, fra le quali operavano più precisamente nella val Trebbia la III comandata da « Paolo », per la zona di Scarniago-Travo-Monte Pillerone-Rivalta-Rivergaro-Montechiaro presidiando la bassa val Trebbia;

la brigata del comandante « Tredici » che operava nella zona di Travo ed aveva il Comando a S. Giorgio nella valle di Bobbiano  e la predetta IV Brigata del comandante Guerci nella parte media della valle. Oltre Bobbio, nell’alta val Trebbia, operavano la Brigata dell’Istriano e la Divisione Garibaldina di Bisagno.

 (Ernesto Poldrugo – l’Istriano)

Rivalità ideologiche e gelosie cominciarono a sorgere tra le formazioni partigiane. E’ strano constatare che, proprio quando la situazione si era fatta più tranquillizzante, i partigiani, alleviati dalle preoccupazioni di ordine militare, trovavano modo di pensare alla politica ed a farsi dei dispetti. La qualificazione politica che cominciava a manifestarsi presso alcune formazioni, l’infiltrazione di elementi politici e della loro propaganda, il contegno di molti degli stessi partigiani, determinavano frizioni ed urti, per nulla graditi, con grave pregiudizio per l’unità del movimento. A questo stato di cose si cercherà di porre rimedio in seguito, con la creazione dei Comandi Unici, con accordi e con la dichiarata tregua tra i vari partiti, ma il serpe della gelosia, la gara a chi arriva prima, l’ansia di prepararsi condizioni più favorevoli per un domani, insieme con quella di accaparrarsi tutto il merito e la gloria del movimento, continueranno ad albergare nell’animo di molti ed i fatti smentiranno le buone parole, le buone intenzioni e le dichiarazioni rese.

La divisione « Giustizia e Libertà », come già si è detto, aveva il suo comando all’Alzanese, nella casa di Remigio, e quindi in posizione centrale rispetto alla schieramento dei suoi vari distaccamenti, i quali operavano nella val Trebbia, nella val Tidone e, a nord, verso la pianura Padana.

(Remigio Albasi e la cascina Alzanese)

Questi distaccamenti assumeranno, dopo la liberazione della città di Bobbio, il nome e l’importanza di brigate e comandanti di brigate si chiameranno i loro ufficiali.

La formazione del comandante « Pippo » essendo attestata nella valle di Mezzano Scotti con comando a Rocchè, e quindi chiusa in una zona ormai libera e tranquilla, avrà compiti di rincalzo alla III brigata di « Paolo », il cui comando si trovava a Scarniago.

La IV brigata dovrà invece custodire il Passo del Monte Penice e salvaguardare la divisione « G. L. » dalla parte di Varzi, insieme con la brigata del capitano Giovanni, che operava un po’ più esposta verso nordovest, in quel di Romagnese.

Le altre formazioni si trovavano a Pecorara, a Rocca d’Olgisio ed a Pianello.

Vi erano poi, staccati verso la pianura, il distaccamento del Ballonaio, quello del Valoroso e quello autonomo di Muro. Le varie formazioni venivano quindi a costituire un anello, chiuso attorno al comando dell’Alzanese. All’atto della loro costituzione, la forza numerica delle varie brigate si aggirava sui cento uomini, destinati ad aumentare considerevolmente in seguito. Ogni brigata risultava suddivisa in distaccamenti, i quali per lo più prendevano il nome della località o del paese in cui erano attestati. La denominazione in onore dei Caduti verrà adottata soltanto in seguito, dopo il grande rastrellamento invernale. I partigiani si trovavano alloggiati in qualche modo nelle case e in molti posti non mancavano le comodità del letto, delle brande e delle tavole imbandite, col ristoro di una buona tazza di caffè e di una autentica sigaretta. I viveri a quell’epoca non mancavano: provenivano da offerte spontanee da parte dei civili, dagli ammassi, da prelevamenti più o meno regolari e arbitrari, da sottrazioni fatte al nemico nella cosiddetta « terra di nessuno » verso la pianura Padana e sulla via Emilia. Meno fortunati erano invece i partigiani delle formazioni dislocate sui monti, verso Bobbio, e più ancora di quelle dell’alta val Trebbia, perchè quella zona è assai povera di prodotti agricoli.

 

(Moschetti - Museo della Resistenza di Piacenza)

L ’armamento era buono ed ormai sufficiente per condurre la guerriglia. Per lo più esso era stato sottratto al nemico nel corso dei combattimenti; proveniva da fortunati e temerari prelevamenti nelle polveriere e nei depositi nemici; verso la pianura alle porte di Piacenza, proveniva dagli aviolanci che gli Alleati avevano cominciato ad effettuare.

Le azioni di guerra condotte in questo torno di tempo, dalla liberazione di Bobbio sino alla battaglia del Penice, furono numerose anche nella val Trebbia. Infatti, passato un primo momento di panico e di sorpresa, il nemico ritornò ad attaccare, con puntate insidiose e fatte con forze di una certa importanza, sia come numero che come armamento. Specificatamente nella val Trebbia si ebbe il bombardamento delle installazioni dei pozzi petroliferi di Montechiaro da parte di aerei nemici, scontri a Rivergaro contro militi fascisti asserragliati nelle case. Il peso di questi combattimenti era sostenuto dai partigiani della III brigata di « Paolo », la sola dislocata nella zona. La situazione nella bassa val Trebbia era però molto fluida. Diverse località vennero perdute e successivamente riprese: era un alternarsi continuo di possesso da parte dei due contendenti, che procurò ansie e paure alla popolazione, perdite al nemico, ma anche alcune ai partigiani. Squadre volanti della III brigata costituivano posti di blocco sulle strade in cui, verso la pianura, si dirama la statale N. 45 e sulla statale stessa distruggevano convogli nemici, catturavano prigionieri, anche tedeschi, e, penetrando nei depositi e nello stesso arsenale di Piacenza, asportavano materiale bellico preziosissimo. Il comandante Paolo che non solo studiava, ma guidava personalmente queste azioni, si fece molto onore per la sua audacia e per la sua perizia, creando intorno a se una specie di mito. Era Paolo un ex brigadiere dei R.R.C.C., dai gesti nervosi, dai lineamenti muscolosi e marcati, che denotavano subito una volontà che sa imporsi ed una decisione non comune; ma sotto la rude scorza albergava un cuore generoso e nobile, un cuore che sapeva comprendere ed anche perdonare. Perdonerà anche ai suoi carnefici quando lo fucileranno nel cimitero di Piacenza, La perdita di Paolo sarà molto grave non solo per i partigiani della III brigata, ma per tutta la divisione « G. L. ».

 (Paolo Araldi)

Nella « terra di nessuno » della bassa val Trebbia il nemico impiegava autoblinde e carri armati, per cui nonostante la strenua resistenza opposta dalla III brigata, un battaglione di alpini nemici riuscì a raggiungere, come si è detto, l'abitato di Travo e successivamente quello di Perino. Anche in queste località si avranno scontri armati, sostenuti dalle pattuglie della III brigata, da quella di Pippo e dalla IV in località Barberino.

In questo periodo di tempo si provvide a far saltare il ponte attraverso il quale la statale N. 45 passa dalla riva destra a quella sinistra del Trebbia, per poi sboccare a Bobbio. Abbarbicati alle rocce che sovrastano le rovine del ponte crollato, reparti della brigata di Pippo e della IV^ stazionarono per molto tempo e crearono appostamenti difensivi.”

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Quelli chefanno fatica a dire “alpini nemici”; ma le scelte nella vita, purtroppo, non sono mai equivalenti come in un gioco di società.

La battaglia del Penice e l’abbandono di Bobbio.
“Il 27 agosto(1944) il nemico sferrò un forte attacco dalla parte del monte Penice. Si trattava di forze considerevoli, costituite da tedeschi e da militi del famigerato col. Fiorentini,

(Felice Fiorentini)

appoggiate da mezzi corazzati e da batterie d’artiglieria. Nella battaglia intervennero i garibaldini dell’Americano, la brigata del cap. Giovanni e la IV brigata della divisione « G. L. ». A queste due ultime, che già avevano sostenuto vittoriosi scontri a Pietragavina, fu affidato il compito di sbarrare il passe Penice al nemico incalzante.

 

(Passo Penice - 1948)

 I combattimenti si protrassero con alterna fortuna per tutta la giornata finché alla sera, grazie all’apporto di reparti più freschi, il nemico riuscì a sfondare. Ne seguì un frettoloso ripiegamento dei partigiani che lasciarono così aperta all’avversario la via verso Bobbio. La città venne evacuata; fuggirono anche gli amministratori civili, insieme con tutti coloro che comunque risultavano compromessi coi partigiani. I feriti degenti all’ospedale civile vennero anch’essi evacuati ed avviati al preventorio di Bettola, attraverso la val Perino, con mezzi di fortuna. La costernazione della popolazione era grande, tanto più perchè si temevano rappresaglie da parte del nemico.

Nella città questo arrivò in forze, costituite da tedeschi e da militi dalla parte del Penice, da un battaglione di alpini dalla parte del Genovesato. Infatti la battaglia del Penice non aveva avuto il carattere di un’azione locale, ma si inseriva in una manovra strategica di più largo respiro, in sincronismo con la forte puntata dei battaglioni alpini della divisione « Monterosa », che, attraverso la due valli del Trebbia e dell’Aveto, marciavano verso Bobbio, con lo scopo evidente di liberare tutta la statale N. 45 e le altre strade che ad essa si ricollegano.

(Alpini della Divisione Monterosa)

La divisione di Bisagno nella val Trebbia e la brigata dell’Istriano nella val d’Aveto, avevano contrastato l’avanzata dei battaglioni alpini, ma questi alla fine avevano prevalso, data la superiorità numerica della loro forza e la miglior qualità del loro armamento. A Bobbio giungerà il battaglione « Aosta », comandato dal magg. Della Valle ed a tale battaglione i tedeschi affideranno il presidio della città da essi occupata per primi.

 

(La Divisione “Monterosa” in Germania)

La divisione <<Monterosa>> era  formata da militari italiani, era stata costituita in Germania, dove i suoi componenti avevano ricevuto un'istruzione militare di prim’ordine; era formata per la maggior parte da soldati di leva prelevati dai tedeschi in Italia dopo l’8 settembre e da ex alpini del R. Esercito, i quali ai rigori della prigionia avevano preferito optare per la Repubblica di Salò pur di avere l’occasione di far ritorno in Patria. Anche i suoi quadri erano formati da sottufficiali ed ufficiali italiani, controllati però da ufficiali tedeschi. Numerosi erano poi anche i fascisti, elementi fanatici incaricati di sorvegliare la truppa ed alcuni degli stessi ufficiali, sospettati di nutrire sentimenti tutt’altro che filo-tedeschi.

Incontro alle truppe nemiche che dopo la battaglia del Penice stavano per entrare in Bobbio, si fece avanti, alle porte della città evacuata, il vecchio vescovo, monsignor Bertoglio, accompagnato da pochi prelati. Chiedeva clemenza e scongiurava il nemico di non compiere rappresaglie. Aveva tutti i motivi per pensare che queste si verificassero dal momento che l’avversario le aveva compiute di già nella zona che era stata teatro della battaglia. Da ogni parte infatti erano giunte notizie di atrocità, di atti di saccheggio e si potevano scorgere ancora le fumate sinistre degli incendi che al Penice andavano distruggendo la villa del dottor Pietra, padre del comandante partigiano Italo; l’albergo Buscaglia e numerose altre villette. Tuttavia, per quanto i comandanti responsabili avessero dato assicurazioni, anche in Bobbio il nemico sfogava la sua rabbia; ne farà le spese lo stesso Virgilio Guerci, comandante della IV brigata, la cui casa sarà completamente saccheggiata. Come se ciò non bastasse, alcuni militi del colonnello Fiorentini prelevavano dalla propria abitazione il signor Chiapparoli, un sarto, e dopo averlo condotto con un pretesto appena fuori dell’abitato, lo freddavano barbaramente. Rimase questa una morte oscura sulla quale nessuno seppe mai fornire elementi utili per giungere a una giustificazione. L’ucciso era notoriamente una persona dal carattere mite, lontana dagli eccessi, che non si era mai qualificata politicamente e tanto meno determinata per l’una o per l’altra delle due parti contendenti; certamente si trattò di rancori personali che in quella atmosfera potevano facilmente sfogarsi.

Comunque sta il fatto che molti uccidevano semplicemente per il gusto sadico di uccidere, senza affatto riflettere sulla gravità dell’azione e sulle conseguenze, anche morali, che ne sarebbero derivate. La vita di ognuno, anche per i civili, era ormai sostenuta da un filo esilissimo ed il più delle volte bastava un nonnulla, un capriccio, per produrre la catastrofe. Questo fatto, il quale da solo bastava ad accrescere la già triste fama della banda Fiorentini, unito poi all’aspetto dei militi fascisti ed al loro comportamento, valse a creare in Bobbio un vasto, profondo senso di inquietudine e di terrore.

 

(Cerignale)

A dimostrare che i tedeschi non fossero da meno rispetto ai fascisti, giunse poco dopo, il 22 agosto, la grave notizia che l’intero centro abitato di Cerignale era stato dato alle fiamme. In tal modo sfogavano anch’essi il loro cieco furore contro una popolazione che tanto generosamente aveva dato asilo ai partigiani. Per la paura di esporsi, i civili di Bobbio se ne stavano rinchiusi nelle case e la città appariva deserta. Ovunque regnava lo sgomento e la desolazione, ognuno presagiva tempi ancora più tristi. Fu quindi con un certo senso di sollievo che la popolazione vide alternarsi al presidio dei tedeschi e dei militi fascisti quello degli alpini dei battaglione « Aosta », comandato dal magg. Della Valle, proprio per la maggior garanzia che sembrava essi offrissero in fatto di comprensione e di minor crudeltà.”

 

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Quelli chenon nutrono sentimenti di ritorsione e di vendetta.

La guerriglia intorno a Bobbio (alcuni episodi)- Nascita della VII^ brigata alpina “Aosta” .

“Dopo la ritirata dal Penice i garibaldini dell’« Americano » erano ripiegati sulla linea del Brallo;

(Domenico Mezzadra – nome di battaglia “Americano”)

la VI brigata aveva fatto ritorno a Romagnese, sua zona abituale, la IV brigata si era ritirata sulla riva destra del Trebbia, nella zona di Coli-Arelli-Gavi. Le rimanenti brigate della divisione « G. L. », le quali non avevano preso parte alla battaglia e quindi non si erano logorate, erano rimaste sulle loro posizioni.

La vasta zona che dal Penice scende verso il fiume Trebbia ed è compresa tra il torrente Carlone a sud di Bobbio ed il torrente Dorbida a nord di Mezzano Scotti, era però stata evacuata dai partigiani; da questo lato la divisione di Fausto presentava il suo fianco scoperto. Fu appunto in questa zona che decisi di operare, mentre ancora nelle file partigiane regnava la confusione della disfatta, gli animi erano depressi ed il morale molto scosso. Infatti, già nel corso della notte del 23 agosto, provvidi con i miei uomini a far saltare il ponte della Rocchetta, sul quale corre la statale N. 45, a soli 900 metri a nord della città di Bobbio. Il giorno 30 agosto Barba 1° ed io, rimasti a scopo di osservazione nei dintorni del ponte distrutto, riuscimmo a sorprendere e a catturare una pattuglia di due alpini armati di mitra. Saranno queste le prime armi automatiche della VII^ brigata. Nella stessa notte gli alpini catturati vennero condotti a Cicogni; là, come farò sempre in seguito, prospettai loro la scelta tra la libertà di raggiungere la propria famiglia e la decisione di farsi partigiani. Nel secondo caso avrebbero riavute le armi e sarebbero stati trattati a parità di diritti rispetto agli altri. Nessuno ebbe incertezze e tutti optarono per la soluzione che parve migliore, in quanto era sintomo di ravvedimento, ed anche la più onorevole perchè offriva loro la possibilità d’impugnare le armi contro gli invasori e contro i veri nemici della Patria.

Dopo i tristi giorni della ritirata del Penice, i fatti recenti parvero dare finalmente il segnale della riscossa ed ebbero larga eco fra i partigiani delle altre formazioni. Al comando di divisione l’accoglienza fu delle migliori : Fausto ebbe parole di elogio per i partigiani che avevano preso parte all’azione e parole di comprensione per gli alpini, ai quali non solo diede il benvenuto, ma anche difese con accanimento, contro un comandante di brigata ed alcuni partigiani lì presenti, che ad un certo punto, manifestarono il desiderio di impadronirsi delle armi catturate e dei buoni scarponi che gli alpini calzavano.

 

(Fausto Cossu con partigiani all’Alzanese)

Da questo incontro nacque la VII^ brigata alpina « Aosta », che per assoluto desiderio mio e con l’approvazione di Fausto fu lasciata libera di operare nella zona di Bobbio, con autonomia pressoché assoluta. In effetti si trattava di un distaccamento più che una vera e propria brigata, in quanto contava soltanto 31 unità, oltre il comandante.

Nella notte del 3 settembre (1944) i partigiani della VII^ brigata ritornarono all’azione attaccando il caposaldo di « quota 432 », a nord-ovest di Bobbio, difeso da due squadre di mitraglieri e da una squadra di fucilieri. Data la distanza relativamente breve dal castello Malaspina, in cui come si è detto aveva sede il comando nemico, questa quota era stata con cura sistemata a difesa, onde bloccare un eventuale attacco partigiano al castello.

 

(Castello Malaspina)

L ’attacco ebbe luogo dopo la mezzanotte, dopo aver atteso nelle vicinanze che la luna si celasse dietro una coltre di nubi. Procedevo rapido e senza incertezze, data la perfetta conoscenza della zona ed ero seguito a breve distanza dal solo Barba 1°. I rimanenti, invece, avevano l’ordine di seguire più distanziati, in fila, e tutti avanzavano strisciando con cautela. La violenta reazione avversaria non riuscì, tuttavia, ad impedire di portar via gli alpini catturati e le loro armi. Fra i numerosi moschetti e bombe a mano figuravano pure un fucile mitragliatore M. G. 42 ed alcune cassette di munizioni.

(Mitragliatrice MG 42)

Da parte partigiana non fu sparato un solo colpo e non si ebbero perdite. Solo Tom e Gianni, trovandosi in difficoltà, stentarono a sganciarsi, ma alla fine raggiunsero indenni il luogo di raccolta prestabilito. I sei alpini partigiani portati all’azione si comportarono egregiamente e fra tutti si distinse il sergente Nino Castelli, anch’egli uno dei prelevati al ponte Dorbida.

Tutte queste azioni, per la loro sempre crescente frequenza e temerarietà valsero a risollevare il morale dei partigiani e dei civili, nonché a scuotere quello dell’avversario, al quale ormai non veniva più lasciata alcuna tregua, nè di giorno, nè di notte, a logorarne i nervi e la resistenza fisica, a farlo vivere in una atmosfera di incubo, di allarme continuo, di continua paura.

 

(Partigiani in azione)

Nella notte dell’ 11 settembre condussi l’intiera squadra distaccata alla Colletta ad attaccare il posto di blocco che il nemico aveva stabilito in località Maiolo, sulla rotabile Bobbio-Penice.L'attacco ebbe perciò la direttrice Bobbio-Maiolo e fu coronato dal pieno successo, anche se le difficoltà non furono poche.

Il 12 settembre la squadra fu spostata dalla Colletta a Buffalora, perche l’osservazione aveva avvertito movimento di automezzi tedeschi sulla vicina statale N . 45. Nel frattempo la squadra, appostata a Buffalora, apriva il fuoco contro un automezzo tedesco che non si era fermato all’intimazione di resa: centrato dalle raffiche dei due Barba e da quelle del mitragliere Sbarbaro, veniva messo fuori uso. Fu ucciso un capitano tedesco e ferito un maresciallo (Muller) pure tedesco. Fu in questo preciso momento che uscendo dalla parte di Valgrana con il prigioniero alpino, io mi imbattei in essi e li catturai, provvedendo nello stesso tempo ad inviare un civile in città dal dottor Silva con l’invito di recarsi a Moglia per prestare al ferito le cure mediche necessarie. Quindi con i tre prigionieri raggiunsi la squadra di Buffalora, mi recai nel luogo dello scontro e diedi ordine di occultare l’automezzo e la salma del caduto.”

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Quelli che…sanno leggere i propri sbagli e dopo travaglio interiore sanno prendere sentieri di verità e di giustizia.

Le vicende del battaglione Alpini “Vestone

“Nel pomeriggio della stessa giornata(12 settembre1944), dall’alta val Trebbia, calava a Bobbio il battaglione alpino « Vestone » al comando del maggiore Paroldo. Veniva a rinforzare gli altri ormai logori nel fisico e nel morale. Insieme col battaglione alpino calavano alcuni reparti tedeschi e l’automezzo fermato a Buffalora ne costituiva l’avanguardia.

(Reparti tedeschi)

Ormai i nazisti, dopo i gravi colpi inferti dalla VII^ brigata, più non si fidavano degli alpini o per lo meno li ritenevano privi di mordente. Occorreva perciò sorvegliarli da vicino, tanto più che in Bobbio erano apparsi dei volantini che invitavano gli alpini alla defezione. Li avevano scritti gli alpini partigiani per i compagni che ancora stavano dall’altra parte della trincea e noi, o personalmente, o per mezzo di collaboratori civili, li avevamo fatti circolare in città.

(Alpini della Monterosa)

Il battaglione « Vestone » nella sua marcia attraverso l’alta val Trebbia, già si era fatto conoscere ed aveva acquistato triste fama. A Montebruno appena fuori dell’abitato aveva lasciato alle sue spalle il cadavere di un alpino appeso a un palo telegrafico. Si trattava di un disertore passato ai partigiani garibaldini e poi ucciso appena catturato. Voleva esser questo un monito severo per quanti ancora tentennassero nel morale e diretto a stroncare il moto di ribellione che già si faceva strada nell’animo delle truppe.

(Montebruno)

A Gorreto, a Ottone, a Marsaglia e altrove si ebbero altri fatti di crudeltà e di violenza: prelevamento di ostaggi e percosse ai civili. La squadra della VII brigata, che quasi al completo era rimasta in postazione sui contrafforti rocciosi di Buffalora sulla parte sinistra del fiume, vide sfilarsi dinanzi tutto quanto il battaglione « Vestone », ma non aprì il fuoco, data la troppo scarsa disponibilità di munizioni. Fu così che il nemico potè giungere indenne a Bobbio. Qui si chiesero subito notizie dell’automezzo tedesco che aveva preceduto nella mattinata. I tedeschi montarono su tutte le furie e se la presero con gli ufficiali degli alpini, i quali, per evitare il peggio, si diedero a fare ricerche.

Certamente qualche civile al corrente del fatto e spaventato dalle minacce, fu costretto a fare rivelazioni. Sta di fatto che lo stato maggiore del battaglione « Vestone », con forze considerevoli, ritornò sui suoi passi arrestandosi alla curva di Buffalora, il luogo preciso dello scontro.

(Zona Buffalora – Bobbio)

Il furore dei tedeschi però non si placò e diventò furore anche del Paroldo, che diede subito l’ordine di prelevare quindici ostaggi civili, fra i quali numerose donne; costoro furono rinchiusi in carcere e minacciati di fucilazione, qualora i partigiani non avessero restituito i prigionieri. Questi intanto erano stati trasferiti a San Cristoforo, in località più arretrata, e qui affidati alle cure di due donne, mia madre e mia sorella, mentre il partigiano alpino Cavallo, il solo che conoscesse la lingua tedesca, faceva da interprete.

(San Cristoforo)

Quella del maresciallo Miiller era una brutta ferita alla testa : per quanto di striscio, un proiettile gli aveva forato la scatola cranica. Il cervello non era stato offeso, ma il ferito sentiva delle fitte atroci e alternava momenti di lucidità ad altri di deliquio. Il trattamento riservatogli era quanto di meglio potessero offrire i partigiani, ma certamente insufficienti erano le cure. Si rendeva necessario il ricovero in ospedale e questo fu il pensiero che maggiormente mi preoccupò. Nella mattinata del 14 settembre il maggiore Paroldo chiese un incontro, al quale ben volentieri aderii, tanto più che in mani nemiche, oltre agli ostaggi civili, si trovavano prigionieri tre partigiani. Di questi, due erano garibaldini catturati nei dintorni di Marsaglia, dei quali uno (Lupi) era ferito. Il terzo, di nome Prati, era un alpino disertore passato alla VI brigata e poi catturato nella zona del Penice. Per quest’ultimo, specialmente, la sorte era ormai segnata: il triste esempio dell’alpino di Montebruno lo faceva in tutto presagire. Infatti, processato per direttissima in quanto disertore, era già stato condannato a morte mediante fucilazione alla schiena. Non restava che dare l’ordine di esecuzione.

Il colloquio, preparato anche per l’intervento del clero di Bobbio, ebbe luogo in località Brada Marina, a circa un chilometro dalla città, lungo la rotabile del Penice; ad esso presenziarono due sacerdoti (don Balzarini e don Marini). Mi presentai puntuale, senza alcuna scorta e disarmato: la sola coccarda tricolore spiccava sul mio petto all’altezza del cuore e risaltava al sole della giornata radiosa. Il maggiore Paroldo, invece, si fece aspettare qualche tempo e contrariamente ai patti, portò con se la pistola, per cui si rese necessario l’invito a levarne il caricatore. Nell’incontro si trattò per prima cosa dello scambio dei prigionieri; ottenni che per i due tedeschi mi fossero consegnati i tre partigiani e fossero posti in libertà tutti gli ostaggi civili. Furono stabilite tutte le modalità dello scambio che avrebbe dovuto avere luogo l’indomani, in località San Martino.

Il discorso cadde, quindi, sulla città di Bobbio, della quale chiesi l’evacuazione immediata; sulla situazione generale della guerra in Italia e sulla posizione del tutto particolare nella quale si erano venuti a trovare i reparti alpini della « Monterosa ». Prospettai anzi al Paroldo l’opportunità del passaggio suo e dei suoi uomini ai partigiani, con le opportune assicurazioni che in tale caso sarebbe stato loro riservato l’onore di conservare le armi; sarebbero poi stati trattati a parità di diritti con i partigiani.

(Gorreto - Commemorazione del passaggio alla Resistenza degli alpini del btg. Vestone)

A questa prospettiva, l’interpellato rispose piuttosto evasivamente; si capiva il suo travaglio interiore: doveva salvare il suo onore di soldato e nello stesso tempo sentiva una grave responsabilità verso i suoi alpini.

La decisione di passare ai partigiani sarà presa solo più tardi, nell’alta val Trebbia; la resa sarà fatta ai garibaldini di Bisagno, ma il germe era già stato gettato nell’incontro della Brada.

(Incontro trattativa di Bisagno con il maggiore Paroldo. Nella foto originale da sx: Paroldo, Bisagno, Miro e Marzo)

Il 15 settembre, approntata una barella su cui adagiare il maresciallo Miiller, con la scorta di alcuni uomini, lasciai San Cristoforo per scendere a San Martino. Questa volta furono però i partigiani che ritardarono all’appuntamento, dato lo stato pessimo delle mulattiere e la necessità di procedere lentamente, per evitare scossoni al ferito. Giunti sul luogo stabilito, dopo aver scambiato il saluto con gli ufficiali nemici e chiesto che si facessero avanti i partigiani prigionieri, vidi dinanzi tre individui più simili a cadaveri che ad esseri pieni di vita.

Le operazioni di scambio ebbero luogo celermente. Commovente e significativo fu il distacco del tenente Folkof, che rivolto a me mi fece dono del suo binocolo e cercò di abbozzare un saluto e di irrigidirsi sull’attenti, mentre i suoi occhi luccicavano e le sue membra tremavano, scosse dalla commozione e da un sussulto interiore.

Oramai le file della VII^ brigata si erano ingrossate con l’apporto degli alpini prelevati, che si convertivano in altrettanti partigiani convinti. Anche l’armamento era discreto, grazie alle armi sottratte al nemico. Soltanto il munizionamento era scarso; di qui il severo ordine di non farne spreco e di limitarsi a sparare soltanto in caso di estrema necessità, pena il disarmo immediato. La brigata, forte di oltre cento unità, era stata suddivisa in quattro squadre, al comando rispettivamente di Barba 1°, di Barba 2°, di Castelli e di Mazzucco.

Le prime due costituivano le squadre di punta, in quanto formate dagli elementi più esperti e temerari; non avevano una sede fissa ed operavano nelle immediate vicinanze di Bobbio, costituendo intorno al nemico uno stretto semicerchio da Buffalora-Cerpiano-Colletta a MazzuccaCaborelli. Le rimanenti squadre si trovavano su posizioni più arretrate e avevano compiti di rincalzo e di rifornimento : quelle di Mazzucco a Lagobisione-Degara, quelle di Castelli nella zona di Mezzano Scotti fino all’orrido di Barberino.”

(Orrido di Barberino)

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Quelli checonoscono una sola Patria, quella libera e democratica.

Verso la liberazione di Bobbio.

“In Bobbio ritornai ancora, di notte e di giorno, per prelevare uomini, armi, materiale, per assumere informazioni sul luogo e studiare i piani di attacco. Molti civili mi vedevano e mi aiutavano, ad essi infondevo coraggio e fiducia. Per i nemici divenni invece una vera ossessione; dicevano di avermi visto nei luoghi più disparati senza però essere mai riusciti a catturarmi e vivevano sempre nell’incubo di una mia apparizione improvvisa.

 (Militi della Guardia Repubblicana)

Il giorno 27 settembre(1944) il nemico effettuava una forte puntata offensiva sulla riva destra del fiume Trebbia, con l’intento di annientare la IV brigata. I reparti alpini con il favore della notte uscivano da Bobbio dalla parte del ponte di San Colombano, guadagnando quota celermente e già all’alba raggiungevano l’abitato di Gavi, sede del comando partigiano. Il comandante Virgilio Guerci e i suoi uomini, per quanto colti di sorpresa, riuscivano ugualmente a sottrarsi alla cattura e senza accettare l’impari combattimento, data la sproporzione delle forze in campo, ripiegavano in posizioni più arretrate. Questo fatto irritò molto gli avversari, contrariati per il mancato combattimento.

Nella notte del 28 settembre una squadra di partigiani pionieri si portava con me sulla statale N. 45, nel tratto tra Buffalora e San Salvatore, e provvedeva a far saltare un ponte della medesima. Con questa grave interruzione la VII brigata veniva a tagliare i rifornimenti al presidio di Bobbio dalla parte del Genovesato e a completare l’isolamento dell’avversario, la cui situazione si faceva in tal modo sempre più critica.

(San Salvatore)

Intanto in città era arrestato Mario Fruschelli, perchè tradito da alcuni alpini nei quali aveva riposto fiducia; venne associato con Sbarbaro nelle carceri locali dove già da parecchi giorni languivano numerosi ostaggi civili. Erano questi per lo più genitori di partigiani, loro familiari, collaboratori, propagandisti, uomini di partito, la cui attività era stata scoperta o comunque sospettata. Il nemico ormai stava perdendo il controllo delle proprie azioni e scendeva ad atti di rappresaglie. In questo periodo, sempre a Bobbio, in piazza Fringuella, era data alle fiamme la casa del signor Draghi, per sospetta connivenza con i partigiani, il che non corrispondeva affatto a verità.

Nella notte del 30 settembre, quattro squadre della VII^ brigata, al comando rispettivamente del sottoscritto, dei due Barba e di Mazzucco, penetravano profondamente nello schieramento avversario, provenendo da direzioni diverse. L ’intento era quello di occupare la città di Bobbio. Erano in tutto cinquantadue uomini e si preparavano ad attaccarne un migliaio. Si volevano liberare i partigiani Sbarbaro e Fruschelli, nonché i numerosi ostaggi civili detenuti nelle prigioni e nello stesso tempo raggiungere un fine propagandistico. La data dell’attacco non era stata scelta a caso. Infatti, con il 1° ottobre, il nemico si aspettava la rivelazione della cosiddetta « arma nuova », ormai famosa perchè celebrata dai nazifascisti come il mezzo miracoloso capace di capovolgere in loro favore le sorti della guerra. I partigiani volevano invece fare ben altra sorpresa. Da parte nostra non si ebbero perdite e l’azione, per quanto non riuscita, conseguiva ugualmente un risultato : quello di far desistere gli alpini dal proposito di puntare su Coli.

(Partigiani in azione)

Il giorno 2 ottobre fui convocato dal comandante Fausto a Bocchè, dove erano già convenuti altri comandanti partigiani; precisamente: « Bandiera » ispettore generale delle formazioni partigiane del nord-Emilia, « Prati » comandante della divisione partigiana della val d’Arda, il tenente Inzani e il tenente Pippo Panni. Mi trovai perciò in presenza di quattro divise alpine e di quattro barbe autorevoli, poiché, escluso Fausto, tutti erano stati alpini del disciolto esercito e quindi alla divisa e all’onor del mento tenevano moltissimo. Nel convegno si parlò della situazione di Bobbio e per risolverla essi prospettarono la necessità di un attacco massiccio con l’appoggio persino dell’artiglieria che il comandante « Prati » di buon grado avrebbe messo a disposizione. Evidentemente si volevano fare le cose su grande scala e farla finita una buona volta con gli alpini della « Monterosa », poiché essi costituivano effettivamente una spina dolorosa proprio nel cuore dello schieramento partigiano.

(distintivo della Divisione Alpina Monterosa)

Però in città, in Bobbio, frammista agli alpini c’era la popolazione civile e di essa non si poteva non tener conto. Per queste considerazioni espressi il mio parere contrario e insieme con Fausto insistetti sull’opportunità che la VII brigata continuasse le sue azioni cosi come le aveva condotte fino allora e da sola ne sopportasse il peso, attesi gli ottimi risultati già conseguiti. Alla fine questa tesi ebbe il sopravvento ed in tal modo fu scongiurato il pericolo di esporre la città e i suoi abitanti ad inutili distruzioni e lutti. La formazione, infatti, superava ormai le duecento unità e non si poteva certo pensare di approfittare più oltre della generosità della popolazione contadina. Occorreva ormai un vero e proprio servizio logistico; il merito di averlo organizzato fu principalmente del commissario Gino Cerri, coadiuvato dai partigiani Tom e Mix e dal sergente Nino Castelli. Ne faranno le spese i convogli nemici sorpresi sulla via Emilia e sulle strade della pianura. Nel frattempo il capitano medico De Luca provvedeva ad organizzare un servizio sanitario da campo, con infermeria e crocerossine. Già da tempo infatti, oltre a mia madre e a mia sorella, facevano ormai parte della VII^ brigata due valorose partigiane: Carla Lentoni e Alice Ricci, entrambe di Bobbio.

      

(Staffette partigiane)

II giorno 21 ottobre, in località Cassolo del comune di Bobbio, una pattuglia della VII^ brigata sorprendeva e catturava cinque alpini armati del battaglione « Aosta ». Durante la notte dello stesso giorno le truppe alpine del presidio di Bobbio, esauriti i viveri e visto ormai impossibile ogni rifornimento attraverso la strada del Penice e quella di Genova, evacuavano la città.

Alle ore 6,20 del mattino le prime pattuglie della VII^ brigata col loro comandante facevano ingresso in Bobbio liberata.

 (Zona di Bobbio nuovamente libera  21 ottobre - 27 novembre 1944)

Fu un tripudio per tutti: per i civili che nell’attesa della liberazione avevano palpitato e sofferto, per i partigiani che con tanta bravura si erano battuti ed avevano costretto il nemico alla fuga. Un pensiero doloroso rimaneva però nel loro cuore: gli alpini ritirandosi avevano trascinato seco in catene i partigiani Sbarbaro e Fruschelli. Saranno portati a Chiavari a languire in quelle carceri, sottoposti a percosse e a minacce di fucilazione. Avevo invano tentato di liberarli, prima nel fallito attacco notturno del 1° ottobre e poi attraverso trattative di scambio; in una lettera, indirizzata al comando del presidio di Bobbio e affidata al clero locale, ero giunto infatti a proporne lo scambio con il tenente Zannier. Purtroppo, lo scritto non giunse mai a destinazione.”

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Quelli che… si mettono a disposizione per il bene comune, gratuitamente.

In Bobbio nuovamente liberata.

“Occupata la città, la VII^ brigata, la cui consistenza numerica era ormai di 308 unità, veniva suddivisa in tre distaccamenti, più un reparto comando, una squadra pionieri, un reparto sanitario e uno addetto alla sussistenza e ai collegamenti.

Il distaccamento di Barba 1° veniva staccato a Pietranera - Carana - Brugnello a sud di Bobbio,

 

(Brugnello)

quello di Russo nella zona di Lagobisione - Vaccarezza - S. Maria,

 

(Lagobisione)

mentre quello di Barba 2° veniva lasciato, coi compiti già visti, nel settore Monteventano, verso la pianura.

 

(Castello di Monteventano – Piozzano)

In città rimaneva il reparto comando diretto dal maresc. Mazzucco, unitamente a quello sanitario e a quello per i collegamenti e la sussistenza diretti rispettivamente dal cap. medico De Luca e dal commissario Gino Cerri. La squadra pionieri, comandata dal sottotenente Magistrati, veniva invece staccata al Passo Barberino, per riattivarvi il transito con passerella, a fianco del ponte distrutto, e poi a S. Salvatore, sempre con compiti di ricostruzione di opere che erano andate distrutte, di sorveglianza del traffico e di repressione di illeciti mercati.

Io personalmente ero costretto alla città, dove ero trattenuto non tanto dalla presenza del reparto comando e dalla posizione centrale e di comodo che questo aveva rispetto alla dislocazione degli altri reparti della brigata, quanto dalla necessità di dovermi occupare anche dell’amministrazione civile. Infatti, dopo l’infelice esperienza fatta nel periodo della prima occupazione partigiana, in Bobbio più non era possibile trovare alcuna persona che volesse interessarsi direttamente e in posizione scoperta della cosa pubblica.

(Approvvigionamenti)

I vari civili, per lo più esponenti di partiti politici, che già l’avevano fatto prima della battaglia del Penice, non volevano più essere compromessi. Messo al corrente della situazione, il comandante Fausto cercò di venirmi in aiuto, convocando nel Municipio di Bobbio i maggiori esponenti della città. Fu una riunione tempestosa e quando questi dichiararono apertamente che dell’amministrazione più non volevano occuparsi perchè la situazione era ancora troppo fluida e i partigiani non davano sufficienti garanzie di sicurezza, ma che tutti sarebbero stati subito pronti a farlo a guerra finita, io temetti il peggio, conoscendo l’irruenza oratoria del mio comandante, al quale per certo non facevano difetto il coraggio e la decisione. Infatti egli non mancò di apostrofarli con durezza; però alla fine le cose rimasero come erano, non solo perchè a noi partigiani non conveniva alienarci la simpatia dei politici, ma soprattutto perchè si sentì la necessità, oltre che il dovere, di soccorrere una popolazione che altrimenti sarebbe rimasta abbandonata a se stessa.

(Municipio di Bobbio)

Fu così che io mi trovai ad avere in città poteri assoluti, sia di carattere militare che civile. Ancora Fausto mi venne in aiuto col suo consiglio, con l’invio di viveri di prima necessità e di medicinali che furono distribuiti all’Ospedale civile e ai civili più bisognosi.

I partigiani della VII^ brigata provvidero ai servizi di sicurezza della popolazione, che in tal modo fu salvaguardata nei suoi diritti, stroncarono casi isolati di mercato nero che speculatori senza scrupolo andavano svolgendo tra Bobbio e il Genovesato, evitarono eccessi da parte di fanatici che avrebbero voluto calare in città per prelevare i fascisti locali e far razzia nelle loro case.

A questo proposito dovetti intervenire personalmente più di una volta, facendo opera di persuasione, e a chi reclamava la testa di qualcuno, sempre feci presente l’esigenza di una richiesta scritta, di una denuncia circostanziata che giustificasse il provvedimento, poiché i partigiani non si dovevano porre sullo stesso piano dei nazifascisti. Se qualcuno era colpevole era giusto che pagasse il suo debito alla giustizia, ma a guerra finita, dinanzi a un tribunale regolare e con possibilità di difesa.

Assicurato nel modo che si è detto l’ordine pubblico, la popolazione ebbe a godere di un certo benessere e di tranquillità. In Bobbio liberata dovetti amministrare anche la giustizia. Si trattava però di piccole controversie di carattere civile che si risolvevano quasi sempre da sole, con un po’ di buona volontà da parte dei contendenti e con sentenze che lasciavano soddisfatte ambo le parti, che riuscivo a convincere alla pace e al rispetto reciproco. Persino ai permessi di caccia mi trovai costretto a provvedere, rilasciando gratuitamente ai cacciatori un documento che li autorizzava a portare la doppietta. Naturalmente si trattava di persone ben conosciute al nostro comando e che non avrebbero usato l’arma per altri fini.

L’occupazione di Bobbio costituì un’altra affermazione di validità militare e civile della nostra brigata; a testimoniare l’importanza del fatto giunsero presto in città il colonnello Canzi e il comandante Fausto. Quest'ultimo mandò armi, munizioni, viveri e persino del denaro, col quale il commissario Cerri istituì un premio di L.300 a tutti gli alpini.

C’era scarsità di coperte e assoluto bisogno di indumenti invernali, perchè la stagione già si rivelava inclemente per le piogge e particolarmente rigida per il freddo. Di qui la preoccupazione mia e di Gino Cerri per cercare di provvedere, ma per quanti sforzi facessimo e per quanto grande fosse la generosità dei civili, le prospettive erano delle peggiori. Tutto difettava, dalle scarpe alle coperte, dagli indumenti ai viveri, dai medicinali alle munizioni e, in quanto a denaro, proprio non ce n’era.

(Neve – zona del Penice)

All’Ospedale civile di Bobbio, come già nel periodo della prima occupazione della città, venivano ricoverati partigiani ammalati o feriti di tutte le formazioni e sempre vi trovavano la preziosa assistenza del dott. Silva, coadiuvato ora dal cap. medico De Luca. Anche suor Tommasina fu instancabile nell’adempimento del suo dovere procurando a noi partigiani anche indumenti e munizioni che era riuscita a sottrarre agli alpini della « Monterosa ».”

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Quelli chenon sono mai secondi nella dedizione e nel sacrificio.

Il rastrellamento invernale.

“Tra la fine d’agosto e i primi di settembre del 1944 i favorevoli eventi della guerra avevano lasciato sperare in una fine imminente del conflitto. L ’offensiva alleata contro la « Linea Gotica » e lo sfondamento operato in più punti di questa, avevano anzi indotto i comandi partigiani a dar ordine ai reparti d’intensificare gli attacchi e a predisporre addirittura dei piani per l’azione insurrezionale finale. Le speranze rimasero invece purtroppo deluse quando ci si accorse che l’offensiva anglo-americana anziché essere risolutiva, si era andata esaurendo in una serie di attacchi di limitata portata territoriale e che la tanto attesa avanzata sarebbe stata procrastinata, rimandando tutto a primavera. A noi partigiani rimaneva quindi la terribile prospettiva di passare l’inverno in armi e la certezza che il nemico, favorito ora dalla stasi sul fronte meridionale, avrebbe scagliato contro di noi forze di gran lunga più considerevoli di quelle impiegate nei precedenti rastrellamenti estivi.

Il secondo proclama, col quale il gen. Alexander ci invitava a cessare le operazioni su vasta scala in attesa di eventi migliori, fu poi una doccia fredda che colse di sorpresa i nostri comandi, li indusse a cambiare i piani già predisposti e a provvedere in tutta fretta a quanto la nuova critica situazione andava invece richiedendo con urgenza.

 

(Gen. Alexander)

Il tanto temuto rastrellamento ebbe inizio il giorno 23 novembre del 1944. Il nemico si servì di truppe mongole, composte da ex prigionieri di guerra catturati sul fronte dell’Ucraina e inquadrate da ufficiali e graduati tedeschi nella 64^ divisione «Turkestan». Si trattava di soldati abbrutiti dalla prigionia, cui ora il comando tedesco concedeva piena libertà d’azione, per spronarli al combattimento, il che, in una truppa priva di ogni base morale, doveva sfociare inevitabilmente nel furore più cieco, nella bramosia più famelica di preda e di stupro, facendo di essi dei novelli barbari ai quali nulla ormai più importava se non la distruzione e il massacro.

 

(Divisione Turkestan)

Il giorno 24 novembre la VII^ brigata veniva messa in allarme e nella notte stessa partiva da Bobbio in rinforzo alla VI brigata nel settore di Romagnese. Era assente il solo distaccamento di Barba 2° che trovavasi, come si è detto, a Monteventano in appoggio del distaccamento autonomo del comandante Muro e già schierato in quel settore che fu uno dei primi ad essere investito, pur con attacchi di carattere diversivo.

All’alba del giorno 25 gli alpini della VII^ si schieravano nella zona di Casella - Costalta, sul costone compreso tra il Tidone e l’abitato di Cicogni, in posizione nord-est avanzata rispetto a Romagnese, per bloccare l’invasione avversaria nella valle che da Romagnese stessa per Casa Matti sale al Passo Penice, e in quella ancor più angusta che da Pecorara confluisce a Vaccarezza di Bobbio. Alla sera dello stesso giorno 25 un dispaccio del capitano Giovanni recava l’ordine per la VII brigata di sgomberare la zona e di ripiegare su Bobbio, unitamente ai reparti della VI. La situazione era infatti apparsa delle più gravi, in quanto lo sfondamento era profondo e i partigiani erano ormai in rotta, una rotta disordinata e disastrosa, dinanzi a un nemico che appariva irresistibile, pronto a travolgere tutto col peso dei suoi battaglioni e col fuoco delle sue armi.

 (Piano del rastrellamento invernale)

L ’ordine, tuttavia, non fu ascoltato da noi e mentre la VI brigata si apprestava ad arretrare e ad abbandonare la zona di Romagnese e quella del Penice, la VII^ solo si limitava a spostarsi più a destra nel settore di Cicogni-monte Crigno-monte Lazzaro, il più minacciato, per bloccare l’avanzata avversaria sulla strada per Bobbio.

L’alba del giorno 26, grigia per la fittissima nebbia che nascondeva ogni cosa, trovava gli alpini della VII^ brigata schierati a semicerchio da Praticchia a Cicogni e da Cicogni a monte Lazzaro.

(Cicogni)

Attendevamo il nemico in postazioni improvvisate nel corso della notte; ma il nemico indugiava, non avanzava e non si scopriva. Allora gli stessi alpini presero l’iniziativa e si spinsero avanti con la loro ala sinistra. Nelle prime ore del pomeriggio si effettuò finalmente il primo contatto coi nazi-mongoli il che avveniva per merito del distaccamento di Barba 1° che li attaccava con estrema decisione e riusciva a tenerli impegnati. Per sfruttare il successo ottenuto, la VII^ brigata insisteva ancora nella sua azione di attacco, ancora avanzava e occupava i centri abitati di Sevizzano e di Marzonago.

A sera erano ormai vicini alla stessa Pecorara in posizioni favorevoli per espugnarla. Coi partigiani Funnel e Ragaglia mi portai in pattuglia avanzata sotto le case per preparare l’attacco decisivo contro il nemico che si era arroccato nelle case. Qui però mi raggiungeva subito il maresciallo Mazzucco con un ordine perentorio di Fausto, che mi imponeva di ripiegare. Questa volta non potei più disubbidire, consapevole del resto di trovarmi ormai solo di fronte all’avversario e di non poter contare su aiuti di sorta. Il ripiegamento venne fatto di notte, con ordine e senza sbandamenti, per quanto la situazione si palesasse drammatica.

 

(Pecorara)

La VII^ brigata, giunta indenne a Vaccarezza, veniva subito schierata tra monte Pradegna-Boschini-Casa del Monte e il Passo Penice, dove stabiliva una nuova linea difensiva a nord e nord-ovest di Bobbio. Dopo le batoste subite il nemico però ancora indugiava a farsi sotto, cercava di prendere fiato e di organizzarsi, mentre attendeva rinforzi.

(Vaccarezza)

Questo accadeva al mattino del giorno 27, per cui, approfittando della stasi e della situazione apparentemente tranquilla, mi recai a Perino dove mi era stato riferito che si trovasse Fausto con altri comandanti. Ebbi da lui lietissime accoglienze e rallegramenti per il valore con cui si erano battuti gli alpini. A Fausto riferii sulla situazione del settore che mi era stato assegnato e mi rammaricai del fatto che le altre formazioni non avessero persistito a resistere.

C’era aria di disfatta, però, a Perino: un via vai di sbandati che i comandanti cercavano d’inquadrare e di organizzare frettolosamente, mentre notizie disastrose si scambiavano nei discorsi, accrescendo l’ansia del momento e la triste fama dei rastrellatori. Fausto stesso era ammalato, scosso dai brividi della febbre, il volto segnato dal dolore che era comune a tutti, ma i suoi occhi conservavano la primitiva fierezza e la sua voce era ancora salda nell’esortare e ancora sapeva imporsi e impartire ordini con lucidità sorprendente. Mi fece molto piacere constatare tutto ciò, in mezzo al generale abbattimento.

Fausto perciò mi rinnovò l'ordine di sgomberare la zona del Penice a nord e nord-ovest di Bobbio, e di abbandonare la stessa città per unirmi alle altre formazioni sulla riva destra del Trebbia.

Tuttavia la VII^ brigata rimase ancora sul posto per tante ragioni: si attendeva infatti il rientro degli uomini di Barba 2°, che avevano combattuto nel settore di Monteventano, si voleva far ancora azione di freno per dar modo e tempo al grosso della divisione « G. L. » di trasferirsi con tutta sicurezza e senza molestie nella zona di Coli-Peli ed approntarvi i nuovi sistemi di difesa, ma soprattutto c’era il fatto morale che gli alpini non volevano mollare, in quanto sapevano di non essere ancora stati battuti. Si trattava — e perchè nasconderlo? — di una questione di orgoglio e di prestigio, oltre che di puntiglio.

Nel pomeriggio del giorno 27 rientrava finalmente a Bobbio il tanto atteso distaccamento di Barba 2° e alla sera dello stesso giorno la VII brigata sgomberava la zona del Penice e ripiegava su Bobbio. Qui gli alpini sfilarono in assetto da combattimento dietro il tricolore sventolato da « Balilla » : non sembravano affatto uomini provati dalla lotta, passavano cantando e compatti nei loro ranghi. I civili non potevano credere ai propri occhi dinanzi ad uno spettacolo così inconsueto, che si dimostrava del tutto diverso da quello triste degli sbandati visto nei giorni innanzi. Il riapparire della VII^ brigata rincuorò e commosse un po’ tutti.

Alle prime ore del mattino del giorno 28 le prime pattuglie nazi-mongole, calando più da Cicogni che dal Passo Penice, facevano ingresso in Bobbio e ne prendevano possesso.

 

(pattuglie nazi-mongole)

Ancora il vescovo, monsignor Bertoglio, si faceva incontro ai nemici per implorare clemenza, forte della sua autorità e del fatto che noi partigiani avevamo evacuato la città appunto per evitare di esporla ai lutti e alle rovine di una resistenza protratta all’interno delle sue mura. Il comando tedesco prendeva buon atto della accorata comunicazione e, contrariamente a quanto aveva fatto altrove, si asteneva dal compiere rappresaglie.

 

(Tomba del Vescovo di Bobbio monsignor Bertoglio)

Con l’occupazione di Bobbio l’avversario veniva a completare l’occupazione di tutta la zona sino a Rivergaro, sulla riva sinistra del fiume Trebbia. Anche la statale N. 45, nel tratto compreso fra le due accennate località, nonostante i furiosi attacchi condotti da reparti della III brigata e dai partigiani di Muro, cadeva sotto il controllo nemico.”

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Quelli cheanche in tempo di guerra,da religiosi, sostengono per quanto possono, chi combatte per ideali di libertà.

La battaglia di Coli - Peli.

“La tanto temuta offensiva avversaria si verificò invece lungo la direttrice Bobbio-Coli.

Durante la notte tra il 28 e il 29 novembre (1944) un battaglione di nazi-mongoli usciva da Bobbio attraverso i ponti di S. Colombano e di S. Martino e sempre protetto dalle tenebre riusciva a portarsi in quota, servendosi più che altro della rotabile di Coli. Un distaccamento della IV brigata, che era stato schierato in avanscoperta in località Buffalora-Cioccarella, col preciso compito di controllare le mosse del nemico e dare l’allarme ai partigiani retrostanti, nel corso della notte stessa disertava per passare ai garibaldini del Brallo. Questo fatto significò dar via libera agli avversari, che senza alcun disturbo poterono occupare l’abitato di Coli e portarsi sotto le posizioni tenute dai patrioti della IV, V e VI brigata, dal monte Capra a Peli. Per quanto colti di sorpresa i partigiani reagivano furiosamente e per un certo tempo riuscivano a contenere l’attacco, procurando perdite sensibili ai nemici, fra i quali cadde lo stesso maggiore tedesco comandante il battaglione. Troppo tardi però; infatti, a causa della diserzione dei partigiani di Buffalora l’avversario era riuscito a portare in quota anche le artiglierie e i mortai.

Dopo intenso fuoco di preparazione mandava ora all’attacco le sue fanterie. Queste che erano state di proposito ubriacate si alternavano urlando in assalti violenti, anche all’arma bianca. Dietro le linee dei patrioti pure i civili aiutavano e sparavano. Anche don Bruschi, l’eroico parroco di Peli, era presente sulla linea del fuoco e non solo incitava e rincuorava, ma recava munizioni quando mancavano. I nazi-mongoli già sembravano subire una nuova battuta d’arresto, quando una loro colonna, risalendo il corso del torrente Curiasca, riusciva ad infiltrarsi nello schieramento partigiano, e portarsi di sorpresa alle spalle di una postazione di mitragliatrici della IV brigata e a neutralizzarla. In tale azione cadeva abbracciato alla propria arma l’alpino Pietro Cattaneo, colpito da bombe a mano scagliate da brevissima distanza. Si saprà più tardi che la manovra era riuscita al nemico, grazie al tradimento di uno pseudo partigiano del luogo, che aveva guidato i nazi-mongoli lungo un sentiero che ben pochi conoscevano.

 

(don Giovanni Bruschi)

A questo punto anche la VII^ brigata, alla quale era stato affidato, come si è detto, il lato sinistro dello schieramento della divisione « G. L. », entrava in azione col 1° e 2° distaccamento. Messi in allarme dall’eco dei furiosi combattimenti che si svolgevano a Peli, questi distaccamenti erano accorsi per primi e si erano schierati sul costone che da Metteglia conduce a Barche e a Costiere.

Barba 1° portava anzi i suoi uomini nella zona di Telecchio e da lì riusciva a sorprendere col fuoco delle sue tre mitragliatrici una colonna nazimongola di rincalzo sulla rotabile Bobbio-Coli. Tenendola bloccata per sei ore le procurava gravi perdite e feriva mortalmente un ufficiale tedesco. Si portava poi più avanti, a breve distanza dal nemico e tentava d’aggirarlo. Mentre l’aggiramento era quasi condotto a termine, un dispaccio del capitano Giovanni ci avvertiva che gli avversari avevano ormai sfondato ad Averardi e a Cornale di Peli e che la nostra brigata era gravemente minacciata.

Raggiunta la nostra formazione, diedi ordine di ripiegamento su Metteglia e Ozzola. Durante la notte si provvide a mettere in salvo tutto il materiale; all’alba dell’indomani, mentre nostre pattuglie di sicurezza contrattaccavano il nemico avanzante, gli alpini si portavano sulla riva sinistra del Trebbia nel quadrilatero Collegio-Poggio Rondino-Pietranera-Carana, ad eccezione di un distaccamento comandato da Gino Cerri che veniva lasciato nella zona di Ozzola-Castelcanafurone-Brugneto, ancora sulla riva destra del fiume.

A Marsaglia riunivo i vari comandanti di distaccamento e provvedevo a dar disposizioni per il nuovo schieramento.

(Marsaglia)

Mentre la VII^ brigata assumeva il nuovo schieramento di cui si è detto, le altre formazioni che avevano preso parte alla battaglia di Coli-Peli si ritiravano dapprima sulle montagne di Ferriere e nell’alta val d'Aveto . Con tale battaglia e con i combattimenti del Passo del Cerro nella val Perino si chiudeva la prima fase del rastrellamento invernale in pieno favore del nemico perchè la divisione « G. L. » cessava di esistere come unità organica. I suoi reparti, ridotti a gruppi sparsi, erano costretti ad occultare le armi, a vagare senza meta da una vallata all’altra in cerca di un rifugio sicuro e di un po’ di riposo. Molti anzi fecero ritorno alle loro case ormai fiaccati e sfiduciati; il rastrellamento per molti era stato la prova del fuoco.”

(Peli – Monumento a Emilio Canzi)

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Quelli che…”questi alpini patriarcali nella fede, nei costumi, negli interessi ora si levano quasi a simbolo dei partigiani più umili e più forti, più devoti nel sacrificio.”

La seconda fase del rastrellamento invernale.

“Con i combattimenti del 29 novembre (1944) si era chiusa in val Trebbia la prima fase del rastrellamento invernale.

Ad essa seguiva subito quella della caccia all’uomo, metodica, accurata e sistematica, condotta cascina per cascina, rifugio per rifugio, con lo scopo specifico di catturare gli sbandati e d’impedirne la riorganizzazione e la ripresa. Si aprivano in tal modo per i partigiani e per la generosa popolazione delle montagne le pagine più tristi di questa drammatica storia. Mentre i patrioti ormai stremati dai combattimenti, laceri ed affamati, braccati da tutte le parti, a piccoli gruppi o isolati si erano dispersi, la soldataglia nazi-mongola si era data ad ogni sorta di violenze e di angherie nei confronti della popolazione. Furono incendiate case e cascine, razziato il bestiame dalle stalle, svaligiate le abitazioni, percossi i vecchi e i fanciulli, violentate le donne.

(rastrellamenti)

A Costiere una giovane maestra che aveva saputo resistere malgrado le minacce di morte, veniva costretta a sedersi sulla piastra di una stufa arroventata e riportava gravissime ustioni. Soltanto il giorno dopo Barba 1° riusciva a raggiungere la poveretta, per soccorrerla e farla trasportare sino alla sua casa, in pianura, sotto la scorta di una nostra pattuglia di alpini. Il nemico non aveva però saputo sfruttare il successo conseguito nella battaglia di Coli-Peli. Dopo aver vanamente inseguito i partigiani oltre il monte Capra, sino alle varie frazioni di Pradovera, non sboccò infatti nella val Nure per quanto ne avesse ormai via libera; il giorno 1° dicembre era già di ritorno a Bobbio, dove trascinava come trofei di guerra lunghe file di animali predati. Parimenti nel settore assegnato alla VII brigata si era limitato a giungere sino alla linea di Costiere e Metteglia, ma non aveva insistito per proseguire oltre, verso Ozzola, e calare a Marsaglia, sulla statale N. 45. Evidentemente credeva di aver sgominato completamente i partigiani e ripulita ormai tutta la zona.

(Metteglia)

Dispersa nel modo che si è detto la divisione « G. L. » ed occupata tutta la val Trebbia da Bobbio a Rivergaro, l’avversario stabilì dei forti presidi nei maggiori centri abitati del fondovalle. Questi dapprima furono costituiti dagli stessi nazi-mongoli ed in seguito da truppe di rincalzo, soprattutto da bersaglieri repubblicani, i quali partiranno giornalmente dalle loro basi per compiere puntate sui monti, per braccare i partigiani superstiti e catturare gli sbandati.

E’ ora giunto il momento di parlare dei numerosi prigionieri di guerra che la divisione « G. L. » era riuscita a catturare in tanti mesi di attività. Erano, questi, militari tedeschi o fascisti, esponenti del partito fascista, uomini dell’ufficio politico di Piacenza, spie del nemico; fra tutti primeggiava il federale Maccagni. Appena avuto sentore che il rastrellamento era prossimo, il comando divisionale aveva dato disposizioni alle brigate dipendenti affinchè tutti prigionieri venissero convogliati verso Peli, affidandone la guardia ai partigiani della IV brigata. A Peli quindi convennero tutti i prigionieri del campo di concentramento divisionale del Mogliaccio, unitamente a quelli che si trovavano in nostre mani a Bobbio. Dopo la battaglia di Coli-Peli tutti quanti furono trasferiti dapprima in val d’Aveto e successivamente a Selva. Approfittando però dell’incalzare degli eventi e del conseguente sbandamento dei partigiani, molti riusciranno a fuggire e a raggiungere le colonne nazi-mongole, altri invece verranno di nuovo catturati e passati subito per le armi. A Selva i pochi superstiti verranno uccisi dagli uomini della scorta armata, perchè sorpresi nel tentativo di evadere, aiutati in ciò dal parroco del paese, che resterà, purtroppo, compreso nel loro stesso massacro.

In questo periodo di tempo si ebbero le prime nevicate che peggiorarono le nostre possibilità di accantonamento. A Pietranera si sistemò il Comando nei locali della scuola elementare, mentre altrove gli alpini si alloggiarono nelle stalle, nelle cascine e nelle case di quella brava gente montanara. Il freddo si era però già fatto intenso e non pochi fra i miei uomini erano caduti ammalati. Alla mancanza di medicinali e di indumenti invernali si univa ora la penuria dei viveri.

 

(Pietranera)

Per supplire alla mancanza del sale, di notte si inviarono nostre pattuglie a prelevare acqua salso-solforosa a S. Martino e a Fonte Pineta, nei dintorni di Bobbio, e con quella si riuscì a preparare qualche vivanda calda. Per i primi cinque giorni del mese di dicembre l’attività della VII brigata veniva ridotta a quella di pattuglia e di sistemazione dei nuovi accantonamenti.

 (Acqua solforosa – Bobbio)

In questo periodo si inserisce lo sfortunato tentativo dei garibaldini della divisione « Cichero » di occupare Bobbio, tentativo mancato, perchè i nazifascisti riuscirono a richiamare in aiuto forze maggiori. L ’attacco su Bobbio, purtroppo, rese furiosi i tedeschi, svelando loro la presenza di forze partigiane ancora valide, che essi avevano invece credute annientate o comunque disperse. Perciò il giorno 7 dicembre i tedeschi puntavano con forze considerevoli su Marsaglia e riuscivano ad occuparla; quindi volgevano il loro attacco contro le nostre linee montane di Collepio-Poggio Rondino, ma qui venivano respinti e costretti a ripiegare nel fondovalle. Per misure precauzionali si rendeva però necessario lo sgombero del nostro ospedaletto da campo, che veniva così trasferito a S. Cristoforo.

 (Rovegno – Monumento al partigiano Bisagno)

Il giorno 12 dicembre, il nemico visto vano l’attacco frontale contro le nostre posizioni di Collepio-Poggio Rondino-Pietranera-Carana, effettuava un’ampia manovra di aggiramento. Mentre forze nazi-mongole risalivano da Ponte Organasco verso il Brallo, pressoché incontrastate dai garibaldini, altre forze costituite da tedeschi e da bersaglieri puntavano da Bobbio su S. Cristoforo per poi raggiungere il Brallo in quella direzione. Se la manovra fosse riuscita la VII^ brigata sarebbe stata chiusa in una morsa. Avuto sentore della minaccia incombente, diedi perciò ordine di ripiegamento a S.Cristoforo, tanto più che in questa località già si trovava la nostra infermeria, che andava difesa ad ogni costo.

Il trasferimento venne effettuato di primo mattino in mezzo alla neve che aveva ripreso a cadere durante la notte. Si trattava ora di tagliare la strada al nemico e d’impedirgli di prendere quota. Perciò raccolsi una squadra di audaci e la trascinai meco, mentre affidavo il resto degli uomini al cap. med. De Luca per la difesa ad oltranza dell’infermeria, nell’eventualità che io non fossi riuscito nel mio intento.

Di corsa attraversammo la roccia di Costa Ferrata per sboccare sul costone di Costa Gallina che domina il versante da Cerpiano a Fontanini, e lì prendemmo posizione in attesa che il nemico si scoprisse: ma di esso, purtroppo, nessuna traccia. Venni invece raggiunto poco dopo dal cap. De Luca, il quale allarmatissimo mi riferì che gli avversari erano ormai giunti a S. Cristoforo e penetrati nella parte bassa dell’abitato. Non visti avevano marciato sulla strada segnalatami da mia madre e da mia sorella ed improvvisi erano sbucati in paese. Soggiunse che molti degli uomini a lui affidati erano fuggiti senza combattere, che la situazione era caotica e che egli ignorava quale sorte fosse toccata al nostro ospedaletto. Con un’amarezza indicibile per la diserzione di uomini che ritenevo ormai sicuri — come tante volte avevano dimostrato —, ferito nell’orgoglio per essere stato giocato dal nemico, pentito di non aver prestato troppa fede alle due donne che per prime mi avevano svelato la minaccia, angosciato per coloro che ammalati o feriti non potevano certo difendersi e che ora potevano pensare che io li avessi abbandonati, di corsa rifeci la strada per S. Cristoforo.

(San Cristoforo)

Poco prima del paese incontrai altri miei uomini : li fermai e li trascinai meco, mentre il fido Tom, minaccioso, puntava la sua pistola verso i più titubanti. La situazione per quanto critica poteva però essere rimediata. Una notizia gradita mi riferiva intanto che i nostri degenti erano riusciti a porsi in salvo, grazie all’aiuto dei compagni e soprattutto delle due crocerossine Alice Ricci e Carla Lentoni, che li avevano sottratti alla cattura già sotto il fuoco degli avversari.

 (Crocerossine)

Non avevo sparato che qualche raffica quando avvertii presso di me la presenza di qualcuno. Credetti che si trattasse di qualche alpino venuto per darmi aiuto. Perciò senza voltarmi continuai a sparare. Gli avversari più prossimi non distavano più di 100 metri, ma resistevano tenacemente. Occorreva però insistere perchè alcuni erano già stati visti cadere colpiti e se ne sentivano le urla di dolore. Quando mi voltai per estrarre dalla cassetta un nuovo nastro di munizioni, vidi accanto a me mia madre e mia sorella. Dunque, mi ero ingannato : erano loro le sopraggiunte, non già i miei uomini. Le due donne erano sbucate non so da dove e guidate più che altro dal loro istinto avevano saputo ritrovarmi per sentirsi sicure e più tranquille. In tutto silenzio si erano chinate dietro di me e mentre io ero intento a sparare si erano subito preoccupate di aiutarmi in qualche modo. Con le loro sciarpe di lana andavano infatti ripulendo dal fango i nastri del mio mitragliatore affinchè l’arma non s’inceppasse.. In questo preciso atteggiamento io le scorsi quando mi voltai e allora non seppi più resistere, perchè con tutte le mie forze le abbracciai per tenerle più basse di quanto già lo fossero, vinto dalla paura che potessero venir colpite, più ancora che dalla commozione.

Subito dopo il combattimento raccolsi i miei uomini in attesa degli sbandati; constatai quindi che da parte nostra non si erano avute perdite, mentre quelle dell’avversario, per quanto non controllate, poiché i morti e i feriti erano stati portati via, dovevano essere sensibili, come ebbero a riferirmi in proposito i contadini del luogo.

Da Cernaglia scendemmo ad Erbagrassa sul greto del torrente Bobbio e poi sempre di notte, in mezzo a disagi di ogni sorta e alla neve abbondante, a piccoli gruppi attraversammo guardinghi la strada del Penice, sulla quale stava svolgendosi un movimento incessante di colonne tedesche, per raggiungere la zona di Lagobisione, a nord di Bobbio. Validissimo fu in tale evenienza l'aiuto dei contadini e soprattutto quello dell’alpino Ragaglia, che, esperto dei luoghi perchè bobbiese, fece più volte con me la spola per guidare i singoli gruppi nell’attraversamento del tratto più pericoloso della strada. Riguardo allo sbandamento, che sulle prime si era verificato fra i miei alpini a S. Cristoforo, esso fu dovuto più che altro all’indegno comportamento di qualcuno che non solo allarmò subito i suoi compagni con notizie esagerate circa la consistenza numerica del nemico e la potenza delle sue armi, ma si diede anche alla fuga. Si trattava di persona sospetta, un alpino disertore dalla « Monterosa », che noi avevamo trattenuto, sotto sorveglianza perchè infido; dopo la battaglia di S. Cristoforo fu allontanato definitivamente dalla nostra brigata.

Nei giorni successivi la formazione veniva suddivisa in piccoli nuclei che si attestavano nell’ampia zona che da Mazzucca e Caborelli, immediatamente a nord di Bobbio, si estende sino a Fosseri nella valle di Mezzano Scotti, in modo da eludere lo spionaggio nemico che era allora molto attivo, per non rendere troppo palese la nostra presenza e per dar maggior scioltezza di manovra alla stessa brigata. Il comando di brigata veniva intanto messo a Chiappelli, ma al mio posto lasciavo il maresc. Mazzucco, poiché io preferivo dedicarmi al servizio di pattugliamento come appunto richiedeva la situazione. Fu appunto nel corso di uno di tali servizi che, passando nei pressi di Caborelli, ebbi ad incontrare una donna in lacrime, che correva disperatamente in cerca di aiuto. Era una povera madre fuggita di casa per invocare soccorso, perchè le sue figliole si trovavano sole alla mercè di due turpi mongoli ubriachi. Con Barba 1° e Raveraz accorsi subito nel luogo segnalatomi e catturai i due nemici, arrivando appena in tempo per impedire la violenza. A stento riuscii a sottrarli al linciaggio da parte dei civili, ma poco dopo li feci fucilare nel canalone dei Longarini; sarà questo l’unico ordine di esecuzione da me impartito.

(soldati mongoli)

Il mese di dicembre e quello di gennaio furono per noi i mesi più duri di tutto il rastrellamento, perchè ci trovammo costretti ad operare in condizioni terribilmente avverse, in un territorio ammantato di neve che spesso arrivava sino al ginocchio. A ricordo dei vecchi, pochi infatti erano stati gli inverni così rigidi e nevosi. Perciò, stremati dalla lotta, laceri ed affamati, esposti al freddo e alle intemperie, braccati come bestie da tutte le parti, costretti a continui spostamenti e ad un estenuante servizio di pattuglie e di sicurezza, provammo lo sconfortante senso che l’inverno più non dovesse finire e che la minaccia nemica più non avesse a cessare. Tuttavia, pur nello sconforto di una situazione tragica, mai crollò in noi la fede e la nostra volontà mai cedette contro il freddo, le intemperie, l’esasperante lunghezza del tempo, l’impraticabilità delle montagne e le notti perpetue passate di scolta.

 (Alpini)

C’è ancora un eroismo comune : la costanza, la resistenza alla perenne minaccia dell’insidia nemica, ma in quel comune eroismo ogni anima ha la sua canzone, il suo grido di sfida e la sua riflessione profonda. Tutto sarà possibile per questi alpini figli dei monti, la cui giovinezza era trascorsa tra pascoli e boschi e che già conoscevano i lunghi inverni vissuti nella neve, fra le tormente, questi alpini patriarcali nella fede, nei costumi, negli interessi e che ora si levano quasi a simbolo dei partigiani più umili e più forti, più devoti nel sacrificio.”

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Quelli che…saper fare i conti col passato distinguendo il giusto dallo sbagliato, senza faziosità, significa aprire la strada di una pacifica convivenza civile.

La ripresa partigiana nella val Trebbia.

“Per quanto non si possa stabilire in proposito una data precisa, la riorganizzazione di tutte le forze partigiane della bassa e media val Trebbia e la loro nuova partecipazione alla lotta accanto all’indomita VII^ brigata, la quale, come si è detto, mai aveva abbandonato la guerriglia e per la quale il termine « ripresa » non ha significato, si può far risalire alla prima decade del febbraio 1945. Essa coincide con la riunione che in quel periodo Fausto tenne a Pecorara, con tutti i comandanti delle brigate dipendenti. Pur nello sconforto di una situazione tragica mai era venuta meno durante i lunghi mesi del rastrellamento la speranza di tempi migliori. Il ricordo dei compagni caduti, quello dei patimenti sofferti nel crudissimo inverno, le atrocità commesse dai nemici e la consapevolezza degli ideali per i quali si era combattuto, non disgiunta da un certo desiderio di rivincita, tutti questi motivi influirono sull’animo dei partigiani sbandati e valsero a far loro ritrovare la volontà di ritornare nei ranghi per riprendere la lotta.

(Partigiani in valle)

Furono perciò dissotterrate e riprese le armi deposte, ristabiliti i collegamenti, rintracciati gli sbandati e ricostituiti i nuclei. Questi non erano ancora le brigate di prima del rastrellamento, ma erano già qualche cosa dopo tanto squallore. Erano il sintomo della ripresa, il ridestarsi dall’inerzia e dall’immobilità, la ribellione cosciente alla perenne minaccia nemica. E un nuovo giuramento prorompeva dai petti dei singoli, che vincevano così egoismo, fiacchezza e paura.

(Partigiani)

Attorno a questi primi nuclei di più coraggiosi e di più decisi, andranno raccogliendosi col procedere della riorganizzazione e con l’intensificarsi delle azioni di guerra, anche i dubbiosi e i più prudenti, che affluendo nei reparti daranno loro la nuova consistenza numerica di brigata.

(Pecorara)

A Pecorara trovai Fausto del tutto cambiato da quello che avevo visto per l’ultima volta a Perino. Ormai ristabilito nel fisico era tornato allegro, sicuro di se e desideroso più che mai di rivincita e di chiudere alfine la partita aperta col nemico. Rivolse un pensiero commosso a quanti erano caduti sotto il piombo avversario o erano stati troncati dagli stenti e dal freddo e si dimostrò particolarmente addolorato per la fucilazione del comandante Paolo. Questa era avvenuta da poco, il 7 febbraio, al Cimitero di Piacenza. Tralascio di descriverla perchè già altri, e più degnamente, lo hanno fatto nei loro scritti, soprattutto quel bravo cappellano militare, don Giuseppe Bonomini, che ebbe ad assistere Paolo e ne raccolse le ultime parole. Mi limiterò soltanto a ripetere la frase che al ritorno dell’esecuzione pronunciò il maresciallo dell’ufficio politico del nemico : « E ’ un peccato fucilare uomini di carattere come Paolo, che muore al grido di viva l’Italia », perchè essa sola basta a esaltare l’uomo oltre che il patriota e l’eroe.

Nel convegno di Pecorara, Fausto ebbe parole di grande lode per la VII brigata, additandone il comportamento come raro esempio di dedizione al dovere, ed ascoltò con interesse le relazioni di tutti i comandanti. Quindi, dopo aver preso in esame la nuova situazione, diede a ciascuno di noi le disposizioni necessarie per affrontarla. Per la val Trebbia esse erano le seguenti :

la parte alta della valle era stata ripresa dai garibaldini della divisione « Cichero » ;

a Marsaglia dominavano i partigiani di Salami,

la parte media e bassa, da Bobbio a Rivergaro, era invece ancora in possesso del nemico che la presidiava con forze cospicue. Contro queste si doveva ora operare e i patrioti non mancarono alla nuova caccia.

Nel frattempo, in Bobbio, al presidio dei bersaglieri si era alternato quello del battaglione « Nettuno » di S.S. italiane, comandato dal magg. Remo Boldrini, ma controllato da ufficiali tedeschi. Da parte della VII brigata venne perciò intensificato il servizio di pattuglia e si accrebbe il ritmo degli attacchi ai convogli avversari. La stessa città venne chiusa entro una morsa di ferro dalla quale era difficile poter uscire senza amare sorprese.

(S.S. italiane)

Proprio in questo periodo di tempo, mentre ritornavo con una pattuglia di alpini da Ceci, riuscivo a sorprendere una macchina delle S.S., che dal Passo Penice scendeva a Bobbio. Il fatto avvenne in località Campore, a 3 chilometri circa dalla città. L ’automezzo sbucò improvviso da una curva mentre noi stavamo attraversando la strada. A bordo si trovavano due sacerdoti di Bobbio, il magg. Boldrini ed un milite che fungeva da autista. Ritornavano da un colloquio avuto al Penice col cap. Giovanni in merito ad uno scambio di prigionieri. Siccome la macchina era sprovvista del regolare contrassegno e noi eravamo all’oscuro di tutto, certo non potevamo pensare che si trattasse di parlamentari. Perciò ordinai al mitragliere Pedralli di piazzare la sua arma e seguito da Barba 1° mi portai subito al centro della strada per intimare la resa. L’automezzo si arrestò di colpo e ne scesero emozionatissimi i due sacerdoti seguiti dal magg. Boldrini, che ostentava una calma un po’ troppo forzata. Alla vista dei due prelati feci abbassare le armi, andai incontro all’ufficiale nemico e mi presentai. Seppi in tal modo il motivo del viaggio al Penice, confermato d’altra parte anche dagli altri. Il maggiore mi disse di avermi subito riconosciuto, e con aria insolente si dolse del fatto che i partigiani tendessero simili imboscate proprio a lui, così incline ed abituato a « combattere a viso aperto ».

(Ceci di Bobbio)

Con ciò voleva accusarci di viltà o quanto meno di mancanza di senso cavalleresco. L ’avrà più tardi, a Monticello, il combattimento a viso aperto, quando, approfittando della nostra scarsità numerica ci verrà ad attaccare con forze dieci volte più grandi e subirà una memorabile sconfìtta. Lo feci perciò risalire in macchina e senza aggiungere parola gli accennai che lo lasciavo libero di proseguire.

Per tutto il resto del mese (febbraio)venivano intensificati gli attacchi, diurni e notturni, contro il presidio di Bobbio e contro il suo traffico lungo la strada del Penice e di Piacenza. Ormai il cerchio partigiano andava sempre più stringendosi attorno alle S.S., senza più lasciare alcuna tregua al nemico, smorzandone l’ardore combattivo, facendolo vivere in una continua atmosfera di tensione e di incubo. I nemici faranno ancora qualche puntata offensiva per tenerci lontano, ma ciò denoterà più che altro il loro terrore e la loro fiacchezza.

(Partigiani)

Le mie stesse frequenti visite in città li faranno stare in allarme continuo nel timore dell’attacco decisivo. Entravo in Bobbio in qualsiasi ora del giorno e anche talvolta vi pernottavo, ospitato dalla coraggiosa madre del partigiano Mix. Le mie incursioni non erano senza frutto, perchè oltre ad assumere informazioni, riuscivo a sottrarre armi e munizioni, e a catturare qualche prigioniero, come quel milite prelevato dinanzi al portone del Castello Malaspina, che era diventato la roccaforte del nemico. Tutto questo, unito all’ansia di un domani sempre più incerto e alla constatazione di non poter più far fronte ad una situazione sempre più critica, infiacchì l’avversario e gli fece prendere la decisione di evacuare la città.”

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 Quelli che…non abbassano mai il capo dinnanzi alla volontà del più forte.

La terza occupazione di Bobbio e l’intensificarsi degli scontri.

“Lo sgombero della città avvenne nella notte del 3 marzo (1945) , lungo la strada per Piacenza, con la protezione di pattuglie che facevano ala ai fianchi della colonna. Il nemico aveva preso tutte le misure e precauzioni per evitare sorprese da parte nostra. Nonostante tutto non l’avrebbe fatta franca se noi non avessimo avuto le munizioni contate che c’impedivano di attaccarlo, perchè anche quella notte la VII brigata era in allarme e vigilava, schierata dalla parte nord della città al Passo di Barberino. La colonna ci sfilò dinanzi in ordine di combattimento, procedendo con cautela e coi fari spenti. Ai reparti di avanguardia e al grosso seguivano gli autocarri carichi del materiale e per ultima l’infermeria da campo con le autoambulanze; diedi ordine di non far fuoco.

Mentre gli alpini frementi sorvegliavano l’esodo con le armi puntate, alle 5 del mattino con una pattuglia calavo in città dalla parte del ponte Dorbida, mentre i civili che ancora non si erano accorti del nuovo cambio di guardia ci guardavano trasecolati.

(La gente esulta per la liberazione)

L ’accoglienza fu grandiosa, massimamente quella che ci serbò all'Albergo Barone la famiglia del nostro partigiano Massimo Longhi.

L ’entusiasmo della popolazione fu parimenti grande e sincero. Con noi aveva sofferto e saputo resistere, per noi tanto aveva trepidato nel corso di quei lunghi mesi, senza mai perdere la sua fierezza al cospetto del nemico, senza mai venire a compromessi con esso, senza mai abbassare il capo dinanzi alla volontà del più forte, e quel che più conta, senza mai perdere la fede nel nostro ideale e la speranza che i partigiani sarebbero ritornati.

Dopo l’evacuazione da Bobbio il battaglione delle S.S. del magg. Boldrini ebbe ad attestarsi a Perino e nei suoi dintorni, con reparti avanzati fino a Cassolo verso il Passo di Barberino.

(S.S. italiane)

Il 5 marzo il distaccamento di Barba 2°, che era stato nel frattempo richiamato da Monteventano, veniva dislocato nella zona di Centomerli, mentre quello di Barba 1° in località Formaggiara, entrambi col compito di bloccare al Passo di Barberino un eventuale ritorno del nemico.

A Vaccarezza e a Lagobisione, in posizione più arretrata, prendeva invece posizione il distaccamento di Ambrosio, con compito di rincalzo. Sulla sponda destra del fiume Trebbia andava intanto riorganizzandosi  la IV brigata, che avrebbe parato sorprese nemiche da quel lato verso la città di Bobbio, dove nel frattempo avevano fatto ritorno i soliti uffici stampa, giellista l’uno e garibaldino l’altro, con una gran quantità di notizie in arretrato.

Io personalmente risiedevo in Bobbio, dove mi trovavo costretto dalla necessità di occuparmi dell’amministrazione civile, per le stesse ragioni già dette a proposito della nostra precedente occupazione. Tuttavia, non trascuravo i miei impegni di carattere militare ed il mio turno di guardia, che avevo voluto fosse quello notturno.

Il battaglione delle S.S. di stanza a Perino, si manifestò subito particolarmente attivo nel compiere frequenti e forti puntate offensive verso i monti per tener lontani i partigiani dal fondovalle, anzi con azione di sorpresa riusciva ad occupare la quota del monte Parcellara, sulla riva sinistra del Trebbia, sottraendola ai patrioti della III brigata, e a piazzarvi le sue armi pesanti. Fu quello un grave scacco per noi, perchè lo stesso Comando divisionale, che aveva sede all’Alzanese, si trovò minacciato da vicino e da posizione dominante.

(Monte Parcellara)

Monte Parcellara è infatti una quota rocciosa, ricca di anfratti e di caverne, che si erge isolata e superba tra radi boschi e campi coltivati: una vera fortezza naturale che offre eccellenti possibilità di appiglio e di difesa. Da essa si domina la val Trebbia e il centro di Perino ad est, la vallata di Embrici e di Freddezza a sud, Scarniago e l’Alzanese ad ovest, la vallata di Bobbiano a nord. Si cercherà di eliminare la minaccia col tentare di occupare la quota con azione notturna, cui presero parte patrioti di varie brigate. Quest’attacco fu sferrato nella notte fra il 6 e il 7 del mese di marzo, ma non ebbe successo e due partigiani della 1^ brigata caddero in combattimento.

Nei giorni successivi saranno invece le S.S. ad attaccare, grazie all’appoggio delle armi pesanti piazzate sul monte Parcellara, e riusciranno a raggiungere l’Alzanese, dove faranno razzia nella casa del buon Remigio e nel magazzino della nostra divisione. Dovranno però accontentarsi di un magro bottino perchè il comandante Fausto, prevedendo l’azione nemica, aveva provveduto a far trasferire altrove la maggior parte del materiale.

Il 21 marzo una compagnia di S.S. raggiungeva di notte l’abitato di Mezzano Scotti e, dopo averlo circondato, vi faceva ingresso, abbandonandosi ad atti di violenza contro la popolazione civile. Una nostra pattuglia di sicurezza comandata da Barba 2° attaccava il nemico, causandogli tre feriti e costringendolo a ripiegare. Due giorni dopo si verificava un’altra puntata notturna, condotta con gli effettivi di una compagnia di S.S. che avevano il compito di risalire il rio Fontana, nei pressi di Barberino, per raggiungere ad ogni costo Vaccarezza. Da qui avrebbero fatto una conversione per aggirare alle spalle la VII^ brigata. L’unico guado di cui poteva servirsi il nemico per passare sulla riva sinistra del Trebbia era allora costituito da una passerella, appena a valle del ponte distrutto di Barberino. I partigiani non avevano provveduto a farla saltare solo per il fatto che essa doveva servire per il traffico dei civili, ma vi montavano costantemente di guardia.

Quella notte facevo io il turno di guardia, in compagnia di Tom, Alpegiani e Pridella, sostando sulla strada di Mezzano Scotti, nel punto in cui questa sovrasta l’orrido di Barberino. Le S.S. partite da Perino e da Cassolo, col favore delle tenebre erano riuscite a raggiungere non viste la sponda apposta. Per non far rumore avevano provveduto a fasciarsi gli scarponi con degli stracci ed in silenzio ora stavano ponendo il piede sulla passerella. A questo punto noi le scorgemmo, a non più di 100 passi. Sparai allora i rituali tre colpi d’allarme, ai quali risposero altrettanti dal costone roccioso sovrastante.

Con gli uomini della mia pattuglia presi poi la via più diretta, attraverso la roccia, per raggiungere i reparti degli alpini. Li feci subito arretrare, reputando impossibile un attacco in tanta oscurità. In quota vi era pure nebbia fittissima. Avrei attaccato all’alba quando la visibilità l’avesse consentito. Le S.S. raggiunsero sempre caute la zona di Casa Bianca, di Centomerli e di Moione, ma non ardirono appressarsi alle case perchè i nostri spari d’allarme le avevano avvertite che i partigiani stavano all’erta. Quando ormai albeggiava, dopo aver superato l’abitato di Moione, facevano una conversione improvvisa, affrettando il passo verso il fondovalle. A questo punto agli alpini frementi davo l’ordine di avanzata e di corsa li trascinai all’assalto di una quota sulla quale le S.S. sembrava volessero ancora indugiare, per coprire la ritirata degli altri. Tanto fu però l’impeto nostro che al solo vederci si precipitarono in fuga verso Mezzano Scotti. Qui verranno raggiunte dal fuoco dei nostri mitragliatori, che causerà quattro morti e dieci feriti, e li costringerà ad un definitivo e disordinato guado del Trebbia.

Nel frattempo il battaglione di S.S. di stanza a Perino veniva fatto oggetto di reiterati attacchi da parte di partigiani della nostra divisione. Fra tutti va citato quello sferrato dal comandante Muro, che investì l’abitato di Perino dal lato nord-est. I suoi uomini, appostati a valle di Pillori, batterono per più ore, a colpi di mitraglia, le posizioni nemiche, sforacchiando le facciate delle case e causando perdite imprecisate.

Il giorno 3 aprile il suddetto battaglione, non potendo più resistere all'accresciuta e continua pressione partigiana, abbandonava Perino per ripiegare su Rivergaro, dove già si trovava la brigata nera « Turchetti », con punte avanzate a monte, sino a Montechiaro, a Casino Agnelli e a Quadrelli.

(Brigata nera)

Il giorno 6 aprile due squadre di questo distaccamento si portavano sulla statale N. 45, nel tratto tra Rivergaro e Niviano, con compito di disturbo. Qui attaccavano una colonna tedesca in marcia, incendiavano una motocicletta, mettevano fuori uso un autocarro e causavano al nemico 3 morti e diversi feriti. Questa nostra attività di disturbo del traffico avversario sulla statale N. 45, a valle di Rivergaro, si protrasse sino all’8 aprile. Anzi, in quello stesso giorno, una nostra squadra riusciva a penetrare nella polveriera di Gossolengo e ad asportare un ricco bottino di materiale bellico.”

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 Quelli che…anche in una situazione atroce come la guerra sanno conservare l’umano nell’uomo, hanno parole di comprensione e  sanno anche perdonare i propri carnefici.

La battaglia di Monticello.

“Il 15 aprile(1945) il castello di Monticello, che si trova sulla riva sinistra del Trebbia, e che domina tutta la regione compresa tra l’imbocco della val Trebbia e quello della val Luretta, era presidiato da un distaccamento della VII^ brigata comandato da Barba 2° con 25 uomini.

(castello di Monticello)

Mentre il commissario Gino Cerri, il comandante stesso del distaccamento e il partigiano Tom si trovavano in ricognizione sul monte Pillerone, alla sera di quello stesso giorno, ritornando al castello ritrovavano, ospite momentaneo, il comandante della XI brigata, Muro, con 6 uomini. La ricognizione che era stata fatta sul monte Pillerone, di fronte al castello di Monticello, aveva dato esito positivo : il monte era occupato dalle S.S. del battaglione « Nettuno », armatissime e in assetto minaccioso. Il commissario Gino Cerri provvide ad avvertirmi subito del fatto, invitandomi a muovere immediatamente da Bobbio all’attacco delle S.S. con i russi, che avremmo in quel giorno messo alla prova per la prima volta. Quando Barba 2° si era assunta la responsabilità di non ottemperare all’ordine del comandante Fausto, si era nello stesso tempo accordato col comandante della IX brigata, il « Valoroso », che in quel momento teneva a breve distanza la posizione di Monteventano. L ’attacco delle S.S. si scatenò più rapidamente di quanto si potesse prevedere; non sorprese tuttavia i nostri che avevano predisposto un turno di guardia e avevano già ordinato i piani della difesa. A questo punto si dovrebbe svolgere la descrizione degli avvenimenti che caratterizzarono la giornata del 15 aprile: la battaglia durò dalle 4 alle 11 del mattino. Il fatto che io non fossi presente mi obbliga ora a servirmi per tale narrazione di alcune importanti testimonianze che mi vengono da coloro che parteciparono all’azione e vi ebbero parte preponderante. Scelgo fra queste la testimonianza più viva e più completa, quella che è rappresentata dalla relazione scritta da Barba 2°, comandante di quel distaccamento della VII^ brigata. La precisione e la fedeltà di tale documento è provata dal fatto che i contenuti coincidono con quanto leggiamo nelle testimonianze di altri protagonisti. Ritengo perciò opportuno citarla direttamente.

(Cesare Annoni – Barba 2°)

« Il giorno 5 aprile, dal mio comandante ricevo l’ordine di trasferirmi con i miei uomini a Monticello di Gazzola, con compiti offensivi contro alcuni battaglioni di S.S. e brigate nere, dislocati nella zona di Montechiaro-Cisiano-Fabbiano-Rivergaro, nella bassa Val Trebbia. Partimmo da Cascina Boschi di Mezzano Scotti e arrivati a Monticello prendemmo alloggio nelle stalle vicine. Con noi si trovavano pure il commissario di brigata Gino Cerri e il partigiano Gobbi Francesco (Tom). Dopo esserci fatta consegnare la chiave della scuola elementare, che ha sede nel castello locale, cominciammo ad organizzare la cucina e i dormitori. All’alba del giorno 8 una compagnia di S.S. ed una di brigate nere, dislocate a Cisiano di Rivergaro, accupavano la cima del monte Pillerone, senza incontrarvi alcuna resistenza : la posizione era tenuta dagli uomini di un distaccamento della XI^ brigata, i quali dormivano tutti nelle stalle vicine alla quota. Sulla cima del monte vennero piazzati i mortai da 81 mm. e due mitragliatrici pesanti, col compito di dominare le nostre posizioni di Monticello. Ogni giorno dalle 12 alle 19 i nemici facevano esercitazioni di tiro per colpire le nostre postazioni o dove potevano scorgere degli uomini. Il giorno 11 ricevemmo l’ordine di abbandonare Monticello per ripiegare a S. Giorgio di Bobbiano.

L ’ordine proveniva dal comando divisionale, giustamente allarmato per gli attacchi di sorpresa che gli avversari erano soliti compiere. Mi consigliai con Gino Cerri: insieme decidemmo di rimanere a Monticello e di ritirare le nostre postazioni all’interno del castello. Il giorno 12 con lo stesso commissario mi recai a Monteventano, dove si trovava la brigata autonoma del comandante « Valoroso ». Discutemmo insieme del pericolo che potevamo incontrare rimanendo trincerati nel castello, ma il « Valoroso » e il suo vicecomandante Romeo ci assicurarono che avrebbero perso la vita pur di soccorrerci in caso di accerchiamento.

Ritornati a Monticello disponemmo le nostre squadre così suddivise: 1) Sul campanile della chiesetta, che sta addossata al castello sul lato est, la squadra di Pedralli, Ramponi, Morselli, Lodrini, Bassi; 2) Nel salone del lato nord la squadra di Piersanti, Zanelletti, Gaio e 4 russi; 3) Nell’aula della scuola, sempre al lato nord, la mia squadra con Soardi, Cerri 1°, Mazzari, Albasi; 4) A pianterreno, a presidiare l’entrata est del castello, che era sprovvista di portone, la squadra di Gino Cerri, Tom, Stefanini (Balilla), Bernava, Bergantin, Scarezzato, Mascotto.

 

(Castello di Monticello – entrata)

Il  giorno 14 i rimanenti uomini del mio distaccamento, comandati da Leggi 1° e da Mazzocchi partivano in missione verso la pianura per ritirarsi poi il giorno 17. Nella giornata di domenica, 15 aprile, due pattuglie di 6 uomini ciascuna, comandata dal sottoscritto e da Gino Cerri, si dirigevano verso la cima del monte Pillerone, per studiare le possibilità di un nostro attacco di sorpresa, come eravamo stati abituati a compiere tante volte durante i duri mesi della lotta partigiana. Arrivammo a pochi metri dalla vetta strisciando sul terreno boschivo che si estende dalla parte di Monticello; studiammo con ogni cura le posizioni del nemico e i sentieri più facili per salirvi; non vedemmo nessuno degli avversari, solo due militari di guardia alle postazioni, perchè tutti gii altri stavano riposando in luogo defilato alla vista. Ci ritirammo soltanto all’imbrunire per non farci scoprire e arrivammo a Monticello alle ore 22.

Qui trovammo il comandante Muro con 6 dei suoi uomini, che ospitammo a dormire nella paglia con noi. Dopo aver cenato tutti andarono a prendere le loro postazioni, stanchi della missione compiuta. Io, Cerri, Tom e Muro rimanemmo invece a discutere dell’attacco al monte Pillerone, che si doveva effettuare nella notte del giorno 17; ad esso avrebbe preso parte il nostro stesso comandante di brigata coi russi del distaccamento di Vaccarezza, comandato da Ambrosio. Quando, dopo esserci salutati, entrai nella mia postazione, trovai tutti gli uomini addormentati, per cui feci loro una reprimenda un poco burrascosa. Decisi io stesso di fare la guardia alla finestra, perchè presagivo il pericolo che ci sovrastava. Dopo 20 minuti venne da me la sentinella di turno, alpino Soardi, per dirmi — e lo giurò dinanzi al Crocefisso appeso alla parete della scuola — che appena si fosse sentito stanco avrebbe provveduto a svegliarmi per avere il cambio. Mi coricai alla 1,30, stanco delle camminate fatte durante la giornata.

Alle 3,40 una voce sommessa e trepidante mi svegliò: «Barba, Barba... Ci sono»: era Soardi che parlava sottovoce. A me sembrava di sognare e stentai ad aprire gli occhi, ma Soardi mi prese per un braccio e a forza mi scosse. Mi appressai allora alla finestra: nella tenue oscurità della notte che ormai volgeva al suo termine potei scorgere una lunga colonna di armati su due file, a 5 metri una dall’altra. Costeggiavano la costa che da Pigazzano-Buffalora porta a monte Bissago. Parte di essi stava già piazzando le mitragliatrici pesanti sulla collinetta che domina le nostre finestre e tutto il castello dal lato nord. Alcune pattuglie di arditi avevano già compiuto il giro attorno al castello, senza incontrare nessuno di noi, per cui sottovoce dicevano: « Li prendiamo tutti vivi, perchè stanno dormendo ». Intanto un gruppo di 10 ufficiali, che sostavano a circa 10 metri dalla nostra finestra, davano gli ordini ai loro uomini per far irruzione all’interno del castello, attraverso il portone senza battenti che si trova dal lato del campanile. Erano le 3,55 quando ci facemmo il segno della croce e Soardi, rivolto al Crocefisso ebbe a dire una preghiera per tutti: « Dio, proteggi i peccatori! ». Subito dopo lanciai dalla finestra la prima bomba anticarro, che scoppiò a brevissima distanza dei nemici che stavano sotto. Quasi contemporaneamente Soardi imbracciava il suo mitragliatore M. G . 42 ed apriva il fuoco. Quel tonfo e quegli spari diedero l’allarme generale a tutti i difensori del castello; cominciarono a sentirsi le grida dei feriti e i lamenti dei moribondi. Passato qualche attimo di sbandamento, i nemici attaccarono, sparando con tutte le armi, compresi i panzer-faust, che avevano portati sulla linea per far breccia. La quantità dei proiettili che investivano la nostra finestra ed entravano nei locali era una cosa indescrivibile.

(lanciarazzi panzerfaust)

Dilaniavano i muri verso l’esterno, tranciavano il ferro delle inferriate e molti penetravano nell’interno, forando e scrostando le pareti, mentre nugoli di polvere e di calcinaccio si abbattevano sulle schiene curve dei difensori e rodevano loro i polmoni. Fummo perciò costretti a ripararci nella tromba della scaletta a chiocciola, che sta a fianco dell’aula. Qui cominciammo a pulire le armi impolverate e a prepararci per la difesa ad oltranza; alla nostra finestra più non era tuttavia possibile avvicinarsi, perchè tutte le armi battevano il luogo dal quale era partito il nostro primo colpo d’allarme. In tal modo le altre nostre postazioni potevano entrare in azione ed avevano via libera per decimare il nemico. Eravamo però isolati: ogni gruppo combatteva separatamente la sua battaglia, ma con ordine e sincronismo, come se una mente superiore dirigesse la scena. Un grande valore morale di quella giornata sta quindi nel fatto che i patrioti, pur combattendo separati, non abbiano permesso da nessuna parte l’entrata del nemico. Sarebbe bastato un atto di vigliaccheria da parte di un mitragliere e l’edificio poteva essere invaso attraverso una delle numerose sue entrate. Ma i mitraglieri della VII brigata erano esemplari per servizio e fedeltà al dovere, come si era dimostrato anche in altre occasioni. Inoltre Tom si mostrò un tiratore scelto, Piersanti fu ottimo come sempre, Soardi, Ramponi, Pedralli, Zanelletti anch’essi e così tutti gli altri. Il « Balilla » tenne su il morale gridando e scherzando.

Sette ore di combattimento, uno contro più di venti, provò ancora una volta di che tempra fossero gli alpini e i loro comandanti. Le camere piene di fumo e di scoppi, i lamenti dei feriti, i cupi boati delle granate che ogni tanto venivano a coprire il ticchettìo rapido delle mitraglie, non valsero a smuovere la ferrea volontà dei difensori, decisi di resistere fino alla morte. I nemici attoniti d ’incontrare una simile e organizzata resistenza, cominciarono dopo qualche ora di combattimento a dar segni di stanchezza e di sbandamento. Alle ore 7,30 la nebbia e il fumo dell’incendio cominciarono a dileguarsi e noi tutti pronti per cominciare a colpire i mitraglieri avversari che stavano sdraiati fra le erbe dei campi che circondano il castello dal lato nord: dove si notava un elmetto si cercava di mirare per mettere fuori combattimento gli inservienti dell’arma. Dopo aver visto colpiti con tiro sicuro alcuni dei loro, i nemici furono costretti a ripiegare. Alle ore 8 Gino Cerri abbatteva il muro che dal sottoscala confina con La cucina: potemmo in tal modo metterci in comunicazione anche con lui. Io intanto scendevo al piano terra per vedere come si presentava la situazione. Trovai Muro, che si congratulò per il mio attacco. A questo punto, verso Moglio, dalla parte di Monteventano, scorgemmo degli armati e vedemmo muoversi tra gli alberi, ma a causa del fumo e della nebbia, non potemmo subito capire se fossero dei nostri oppure repubblicani. Per averne conferma lanciai allora tre razzi con la pistola «Very»: bianco, rosso, verde, i colori della bandiera, segnale convenuto in precedenza col « Valoroso ». Subito questi con 5 dei suoi uomini si avvicinò al castello dal lato sud e s’incontrò con Gino Cerri e con Muro. Questo congiungimento avveniva alle ore 8,50 circa.

 

(Lino Vescovi-il valoroso)

Il « Valoroso » salì subito nella scuola per stringermi la mano e per baciarmi, mentre andava gridando : « Abbiamo vinto! Abbiamo vinto! ». Gli feci però notare che nel vallone, che da Moglia porta alla fontana e alla strada che conduce all’osteria, c’erano ancora molti nemici, circa 300, rinchiusi come in una morsa. Gli dissi perciò di non voler avanzare troppo nel campo che sale alla collinetta che domina a nord il castello. Egli mi strinse ancora la mano in segno di saluto e di augurio, mi disse di non abbandonare la mia postazione, dopo di che, insieme a Gino Cerri, partì per l’assalto decisivo. Intanto, alle 9,25 una granata avversaria colpiva il solaio della postazione di Zanelletti, e dopo aver forato il tetto penetrava all’interno scoppiando. Tutti rimasero feriti, per fortuna non in modo grave, e furono costretti ad abbandonare il loro posto di combattimento. Questo accadeva proprio nel momento più cruciale della battaglia, quando i nemici, correndo allo scoperto, si ritiravano lungo la strada che conduce all’osteria. Così rimanemmo soltanto io e Pedralli a fare il tiro a segno. Quando ebbi ultimato le munizioni della mitraglia, imbracciai il mitra e continuai il fuoco con quello. Anche Tom, Scarezzato e gli altri dalle loro postazioni falciavano gli avversari in ritirata. Nel frattempo il « Valoroso » e Gino Cerri, alla testa dei loro uomini, comincia­vano l’assalto con panzer-faust tolti al nemico e con bombe anticarro. I repubblicani, sconvolti e terrorizzati dalla micidiale azione dei partigiani, ridotti all’estremo, gettarono le armi e si diedero ad una fuga disordinata. Alle 9,40, visto lo sbandamento provocato nelle file nemiche, il « Valoroso » insisteva nella sua azione travolgente ed avanzava ancor più nel vallone che porta alla collinetta, allo scopo di farsi notare da noi, che lo proteggevamo col nostro tiro. Infatti dal basso ebbe a gridarmi: « Barba, Barba, non sparare che siamo noi ». Gli risposi allora: « Va’ via, che ti fai ammazzare. Non vedi che c’è pieno di loro », allarmato dalla presenza dei numerosi nemici che ancora potevo scorgere dall’alto. In quella una raffica di fucile mitragliatore lo investiva, colpendolo al ventre. Cadde senza un lamento. Fu subito soccorso dai suoi uomini e trasportato nelle vicine case di Moglia. Malgrado le cure prestategli spirava poco dopo tra lo strazio dei suoi. Le sue ultime parole furono: « Siate bravi patrioti, curate i feriti, non maltrattate i prigionieri e perdonate agli italiani che non la pensano come noi... Viva l’Italia! Viva i partigiani! ».

 

(Monumento al Valoroso – Castello di Monticello)

La battaglia cessò alle ore 10,50.

Alle 16 tornammo al castello, dove mi raggiunse l’oste di Monticello per dirmi che c’era a casa sua un prete che cercava il comandante dei partigiani. All’osteria trovammo il parroco di Pigazzano, che si disse venuto per parte dei nemici, per chiedere una tregua di 48 ore a partire dalle ore 16 del lunedì alle 16 del mercoledì 18 aprile. In nome del mio comandante di brigata accordai la tregua e firmai per lui il documento relativo, che fu stilato in triplice copia. Il giorno 17 vennero consegnate 56 salme; fra le quali 10 di marescialli, 6 di sottotenenti, 2 di tenenti, 5 di sergenti e una di capitano delle brigate nere. Quest’ultimo, accortosi che 5 dei suoi uomini stavano per arrendersi a noi, li falciò con raffiche del suo mitra. Allora Pedralli, disgustato per quest’atto infame, lo uccise con una raffica della sua mitraglia, proprio sulla porta dell’osteria.

Le perdite partigiane furono di 5 uomini: Gino Cerri, il « Valoroso », « Cicogna » (Ciceri Carlo) della IX brigata, Passerini Aldo e «Nestore » della III brigata. I nostri feriti furono 7 : Bernava, Piersanti, Tom, Morselli, Soardi, Zanelletti e Lodrini. Seppi da Soardi che alcuni prigionieri nemici credendo di farsi benvolere da noi si erano messi sul bavero delle stelle rosse e che Muro gridò loro di vergognarsi ».

 (Partigiani vegliano le salme di Gino Cerri e Lino Vescovi)

Qui finisce la relazione della battaglia di Monticello, fatta da Barba 2° (Annoni), partigiano alpino della VII^ brigata.”

 

(Cesare Annoni – Barba 2°)

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(Istituto di Storia Contemporanea di Piacenza: La battaglia di Monticello)

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 Quelli che… guardano al futuro delle nuove generazioni, ma non dimenticano il passato. Perché l’oblio non aiuta e spesso genera negazione.

La liberazione di Piacenza e la fine della guerra.

“Il giorno 23 (aprile 1945) gli alleati, occupata Modena, marciavano verso il Po. Da più giorni intanto notizie confortanti andavano incalzando: ovunque i partigiani erano vittoriosi e i nazifascisti battuti. Piacenza attendeva; la città di Piacenza che si era comportata coraggiosamente e che ora, nell’attesa, continuava a resistere. I partigiani ancora non c’erano e pur si può dire che già dominassero la città; il cui popolo aspettava da un minuto all’altro di vederli comparire. Il momento tanto atteso da tutti era giunto e un ordine operativo segreto dava il via. Tutte le brigate si portavano sulle colline prospicenti la pianura e cominciavano le azioni in grande stile. Le resistenze opposte da elementi tedeschi, fascisti e mongoli, venivano rapidamente eliminate e Borgonovo, Castelsangiovanni, S. Nicolò, Niviano venivano liberate dai reparti della divisione « G. L. ». Ad ogni formazione il comandante Fausto aveva assegnato un proprio settore tattico; in particolare alla VII^ brigata alpina, che dopo l’eroica morte del suo commissario aveva preso il suo nome, aveva assegnato il settore dell’estrema ala destra dello schieramento divisionale, lungo la statale N. 45.

Il giorno 25 gli alpini muovevano da Bobbio per unirsi a Rivergaro col distaccamento di Monticello. Dietro di essi venivano di corsa Barba 1° e i feriti, che erano corsi via dall’ospedale di Bobbio per non mancare sulla linea alla nuova caccia. Recavano coccarde tricolori per tutti : erano il trepidante pensiero e il lieto augurio con cui ci seguivano le ragazze di Bobbio. Il giorno 26 la VII^ brigata occupava senza incontrare resistenza l’abitato di Quarto, a circa 6 km. dal capoluogo della Provincia. Nello stesso giorno m’incontravo a Gossolengo con Fausto per ricevere le sue ultime direttive. Con lui stavano altri comandanti di brigata dei settori vicini, in una atmosfera febbrile e piena d’entusiasmo. Nel pomeriggio la VII^ brigata era di nuovo in marcia verso Piacenza, disposta in ordine di combattimento su due file, che procedevano ai bordi della statale N. 45, dietro la bandiera tricolore sventolata dal nostro « Balilla ». Non credo che vi fossero altri partigiani davanti a noi in quella direzione. Solo fummo raggiunti alle spalle da un automezzo militare che aveva a bordo un capitano e un tenente della missione alleata, che già ci avevano conosciuto a Bobbio. Ci invitarono alla prudenza.

Nella notte tra il 26 e il 27 la VII^ brigata si ritirava dalle sue posizioni avanzate per ordine di Fausto, ma manteneva i collegamenti e staccava in avanscoperta pattuglioni di sicurezza per evitare sorprese da parte del nemico. Alle prime luci dell’alba gli alpini erano di nuovo sulla linea; subito si accendevano furiosi combattimenti contro pattuglie d’alleggerimento sganciate fuori dalla città dall’avversario, che ormai sentiva come il cerchio partigiano si stesse stringendo tragicamente. Piacenza era investita da tutte le parti, ovunque si combatteva e i nemici si battevano con la forza della disperazione e, più che altro, per motivi di orgoglio.

Nelle prime ore della mattina del 28 aprile, i partigiani delle varie formazioni piacentine, superate le ultime, sporadiche resistente nemiche, entravano in Piacenza.

 

(I partigiani entrano in Piacenza)

Dapprima sommessa, segreta, incerta e dubbiosa, poi a rimbalzi e lampeggi, come una luce che sta per sorgere, una notizia riempiva la città: — I partigiani arrivano, sono qua, alle porte! — Finalmente i cittadini videro coi loro occhi i partigiani, per molti dei quali era, tuttavia, in attesa la morte eroica, dopo la vittoria. Alle ore 7 antimeridiane anche la VII brigata faceva ingresso in Piacenza da Barriera Genova, in formazione di combattimento. Alcuni cecchini tiravano a colpo sicuro dai tetti e dalle torri. Per tre giorni continuarono le sparatorie e i combattimenti isolati entro la città, durante i quali gli alpini catturarono e passarono per le armi due franchi tiratori. La liberazione di Piacenza era però costata, come si è detto, altro sangue partigiano ed erano eroicamente caduti tra gli altri a Barriera Genova, nel tentativo di penetrare in città, i componenti di una pattuglia avanzata: un giovane studente, Giorgio Gasperini, insieme con G. Battista Anguissola, Amedeo Silva e Giacomo Alberici.

Alla VII^ brigata venne subito affidato da Fausto il presidio del palazzo della Prefettura. Era questo il premio più ambito che gli alpini potessero attendersi, un giusto riconoscimento del loro valore, della loro efficienza, della loro disciplina, delle loro garanzie di serietà e di sicurezza. E gli alpini non si smentirono neppure questa volta.

Col 5 maggio 1945 finiva l’attività bellica dei patrioti e si giungeva all’epilogo grandioso, semplice come tutte le cose grandi: la sfilata attraverso le vie della città, in un’atmosfera di grande di tripudio. Ma quanti fra i presenti non erano stati partigiani!

(Sfilata di alcuni comandanti partigiani)

In questa breve storia, che è la storia di una sola delle brigate che operarono nella val Trebbia, i figli del nostro popolo che dovrebbero crescere negli ideali di patria e di libertà, troveranno le parole grandi di amore e di sacrificio che i loro fratelli, i loro padri, pronunziarono dinanzi al pericolo, o nell’agonia, sentendo di parlare a chi doveva raccogliere l’eredità del loro sangue. Mi auguro che quelle parole possano divenire nel cuore dei fanciulli di oggi, giuramento di fedeltà ad una Patria libera per cui sempre si deve lottare, vincendo il proprio egoismo, la propria fiacchezza dinanzi al lavoro, la propria paura dinanzi alla morte.”

 (Italo Londei mostra il quadro con la foto della VII^ brigata alpina in sfilata a Piacenza)

Italo Londei

A cura dell’alpino Felice Mielati del Gruppo Alpini di Bobbio.

Il testo del Memoriale di Italo Londei  proviene dall’archivio nazionale ANPI. Le immagini prese dal web sono state introdotte per rendere il racconto più avvincente.

L’edizione completa  è fruibile in ebook sul sito www.anabobbio.it.