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LA LOTTA PARTIGIANA NELLA VAL TREBBIA
ATTRAVERSO LA STORIA DI UNA BRIGATA

(7^Brigata Alpina Aosta)

I

Le pagine qui pubblicate contengono la prima parte di una narrazione delle vicende della lotta partigiana nella vai Trebbia. E' un po' la storia di una valle e, come tale, rivela uno degli aspetti più caratteristici di questa guerra. Se si potesse ricostruire nei suoi particolari ad una ad una la storia delle valli della montagna italiana negli anni dal 1943 al 1945. potremmo comporre un quadro ben definito e orientato di quella tipica lotta armata che il popolo italiano combattè allora contro i tedeschi e i fascisti.

L'autore di queste pagine fu certo nelle condizioni migliori per fare questa storia; cittadino di Bobbio, il centro principale dell'alta val Trebbia, ufficiale dell'esercito e combattente, quindi già  inclinato per natura a sentire l'impegno del carattere militare di una organizzazione di banda; libero da ogni vincolo di interessi politici, pur essendo profondamente sensibile a quell'imperativo morale che lo portava a combattere per la libertà  e la dignità  della propria gente. Aveva doti rare per un giovane di ventidue anni: vivace spirito organizzativo e freddo coraggio, virtù dalle quali trasse un grande ascendente sugli uomini della sua formazione. Tutto questo insieme di circostanze favorevoli a conferire obbiettiva veridicità  ai fatti narrati, apparirà  chiaro a mano a mano che si procederà  nella lettura di queste pagine.

Al centro del racconto sta la storia della 7^ Brigata alpina, una valorosa brigata che, composta in gran parte da alpini della divisione « Monterosa » passati ai partigiani, si mantenne compatta e fedele al suo comandante che ne fece una unità  pressochè autonoma, pur nella sfera organizzativa della divisione « Giustizia e libertà», diventata poi la Divisione « Piacenza», al comando di Fausto Cossu.

La storia di questa 7^ Brigata alpina è la più varia per colpi audaci e per spirito militare; essa scriverà  la sua pagina più eroica quando narrerà  la giornata di Monticello del 16 aprile del 1945, allorchè un distaccamento di partigiani della 7^ fu assediato nel castello di Monticello sopra Rivergaro da più di quattrocento fra armatissime SS italiane, militi della brigata-nera « Leonessa » e da elementi tedeschi, e non si arrese. Fuggirono gli assalitori lasciando sul campo decine di morti, ufficiali e soldati e più di cento feriti.

Cinque soli furono i caduti partigiani, fra essi il Valoroso,

la cui figura esile di adolescente si leva oggi, ferma e vigile nel bronzo, ai piedi del castello che porta ancora i segni della lotta di quel giorno lontano. Il racconto si svolge con interesse crescente in virtù di uno stile piano e concreto, vivo nei particolari, onesto nell'affrontare la verità  senza veli; lo stile caratteristico di chi ha fatto e sa raccontare con semplicità  quello che lui e i suoi compagni hanno fatto, non per vanto personale, ma solamente perchè consapevole del dovere di conservare e di tramandare una testimonianza essenziale per quella storia d'Italia dal 1943 al 1945, che, nonostante tutto,è da scrivere ancora.

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B.C.(BookCrossing, dall'Istituto Nazionale Ferruccio Parri)


 

 

(Memoriale di Italo Londei pubblicato dal sito italia-resistenza.it dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri - Immagini e video inseriti ora per arricchirne il contenuto)

(Memoriale 1^ parte)

 

LA VAL TREBBIA - L'8 SETTEMBRE
ALBORI DELLA GUERRA PARTIGIANA


La val Trebbia si estende per circa 100 km. dal retroterra della città  di Genova alla città  di Piacenza, dove ha sbocco nella pianura Padana. Collega questi due importanti centri urbani la statale N. 45 che si snoda, ora sulla riva destra ed ora sulla sinistra, lungo il corso del fiume Trebbia e che, all'epoca di cui si sta trattando, non era ancora asfaltata, ma già  presentava un buon fondo, capace di sopportare anche del traffico pesante. Ad essa si allacciano, rispettivamente a Bobbio ed a Marsaglia, la strada che passando per il valico del Monte Penice conduce a Varzi e a Voghera e quella che sbocca a Chiavari, sulla Riviera di Levante, seguendo il corso del fiume Aveto. Dette strade vengono a formare una specie di enorme X, che ha per asse comune il tratto della statale N. 45 da Bobbio a Marsaglia (lunghezza 10 km.) e per bracci: la statale stessa da Marsaglia a Genova e la strada cosiddetta dell'Aveto, da Marsaglia a Chiavari, da una parte; la statale N, 45 da Bobbio a Piacenza e la cosiddetta strada del Penice, da Bobbio a Voghera, dall'altra.

La città  di Bobbio e l'abitato di Marsaglia si trovano sull'asse della X e precisamente ne costituiscono gli estremi. Basta questo per convincersi dell'importanza militare della vai Trebbia e del perchè il nemico vi rivolgesse delle mire particolari : non solo in quanto le sue strade collegano il porto di Genova alla città  di Piacenza, sede allora di importanti arsenali e depositi; ma anche in vista di un eventuale sbarco alleato in Liguria.

Essere padroni della val Trebbia significava per i Tedeschi poter far affluire con facilità  truppe e materiale sul fronte di combattimento, qualora l'ipotesi dello sbarco alleato si fosse verificata. Il movimento di truppe e di materiale attraverso la valle avrebbe poi anche offerto una certa sicurezza nei confronti delle incursioni aeree, data appunto la scarsa possibilità  di manovra e di visuale, che si presenta per aerei costretti ad operare entro gole profonde e selvose.
La val Trebbia è poi collegata con altre vallate, ad essa parallele, come quella del Nure e quella del Tidone, allacciata la prima dalla strada Perino- Bettola e la seconda dalla strada del Passo Penice per un certo tratto e da varie carrareccie per il rimanente. Strade migliori uniscono le tre valli girando dalla parte della pianura, cioè verso nord, come quelle che si dipartono da Rivergaro e dai suoi dintorni. La rete stradale delle tre vallate è quindi costituita da tre tronchi principali che corrono nel fondovalle e da strade minori che le allacciano traversalmente, dopo aver superato gli spartiacque.

Mentre però la statale N. 45 collega, come si è detto, Piacenza con Genova, le strade della val Nure e della val Tidone si arrestano ad un certo punto, formando vicoli ciechi, privi di sbocco. Di qui la maggior importanza militare della val Trebbia rispetto alle altre e quindi la maggior necessità , per il nemico, di presidiarla e di tenerla sgombra. Con ciò non è detto che anche nella val Nure e nella val Tidone non vi fossero dei presidi di una certa importanza, anzi vi erano stati posti tanto per essere padroni di zone eminentemente ricche dal punto di vista agricolo e quindi utili per il prelevamento di vettovaglie, quanto per assecondare le richieste dei fascisti locali, i quali, a guisa di antichi signorotti feudali, amavano circondarsi di un certo numero di armigeri, per necessità  di protezione e per far valere la loro volontà  di imperio presso una popolazione che, se già  durante il ventennio fascista si era dimostrata indifferente, ora si rivelava addirittura ostile.

Nella val Trebbia, al nemico potevano inoltre interessare i pozzi petroliferi, situati nei pressi di Rivergaro (Baglio di Montechiaro), data la generale penuria di carburante. Già  alla sera del giorno 9 settembre 1943, dopo lo sbandamento subito dall'Esercito italiano, truppe tedesche, risalendo la statale N. 45 da Piacenza e calando da Voghera, avevano raggiunto la città  di Bobbio, presidiandola con forze cospicue. Nei giorni successivi i reparti tedeschi, legandosi con altri provenienti da Genova, completarono l'occupazione di tutta la valle.

Nelle altre due vallate parallele i tedeschi compariranno solo in un tempo successivo, data anche la scarsa disponibilità  di truppe. Fu appunto in questo periodo, precisamente nella notte del 10 settembre, che l'autore di queste memorie capitò a Bobbio.

Proveniva da Alessandria, dove prestava servizio militare in qualità  di s. tenente di Artiglieria presso la Caserma Giuffrè. Anche in questa città  l'armistizio aveva sorpreso i Comandi dei reparti italiani colà  dislocati e nonostante gli eroici tentativi di difesa fatti dall'11° Regg. Artigl. Divisionale, accantonato nella Caserma Giuffrè, e dalle truppe del Forte della Cittadella, la città  dovette capitolare. Ne seguì la cattura di molti reparti e lo sbandamento di altri. In compagnia di tre artiglieri riuscimmo ad evitare di essere fatti prigionieri e quindi accorremmo in aiuto di un piccolo reparto che, in piazza Rattazzi, ancora resisteva, rinchiuso nel palazzo in cui aveva sede il Comando di Zona.

Agli assediati, che erano comandati dal gen. Giuseppe Bellocchio, furono portati viveri ed indumenti civili, onde evitare che cadessero prigionieri dei tedeschi. Il gen. Bellocchio, potè così riparare in quel di Valenza, dove subito cercò di organizzare un Comando clandestino, insieme con alcuni ufficiali a lui rimasti fedeli; io, invece, presi la via verso il paese d'origine, in compagnia dei miei tre artiglieri.

Il trasferimento da Alessandria alla val Trebbia fu uno dei più avventurosi. Dovunque incrociavano pattuglie tedesche che davano la caccia agli sbandati, dovunque regnava la desolazione, e si notavano i segni dello sfacelo e della catastrofe immane che si era abbattuta sul nostro Esercito. La popolazione, veramente eroica nella sua abnegazione, faceva di tutto per prestare il suo aiuto agli sbandati, fornendo rifugio, vitto ed indumenti civili. Noi stessi dobbiamo la salvezza ad un ignoto capotreno italiano, che ci accolse, nel tratto da Tortona a Voghera, in divisa ed armati com'eravamo, in un vagone del suo convoglio ed ai soldati tedeschi che tutto volevano controllare seppe con non comune sangue freddo rispondere : «Questo vagone è piombato.., Contiene verdura!».

Come si è detto, giungemmo a Bobbio nella notte tra il 10 e l'11 settembre e trovammo la città  già  occupata dal nemico. Trovammo conforto in casa mia, ma nel corso della notte stessa fummo costretti ad abbandonarla. Dopo aver occultato le armi, ai tre artiglieri venne lasciata facoltà  di raggiungere la propria famiglia; io, invece, preferii rifugiarmi in un casolare dei dintorni di Bobbio (Bosco del Comune), dove sempre armato ed in compagnia di un cane avevo deciso di darmi alla macchia, in attesa degli eventi. Mia madre e mia sorella mi recavano, insieme col mezzadro, vettovaglie e notizie sulla situazione. Gli eventi non si fecero attendere, perchè un giorno una delle staffette mi recapitò un ordine: questo proveniva dal gen. Bellocchio che m'invitava a raggiungere Valenza.

Qui giunto, diedi notizie sulla situazione che regnava nella vai Trebbia e fui messo al corrente della necessità  di sciogliere subito il Comando clandestino, perchè i tedeschi già  ne avevano avuto sentore e cercavano di catturarne i componenti. Fu quindi deciso che il gen. Bellocchio riparasse nella provincia di Piacenza (in quel di Carpaneto), per incontrarsi con l'avv. Francesco Daveri, nobile figura di cospiratore e di patriota, mentre l'autore di queste note farà  ritorno ai monti di Bobbio, dove si metterà  a vagare ed a scegliersi diversi rifugi di emergenza. Prenderà  poi contatto con la popolazione contadina ed inizierà  una attiva propaganda antitedesca ed antifascista, invitando a sabotare in tutti i modi i movimenti ed i rifornimenti del nemico, convincendo i giovani a non presentarsi, ma a raccogliere armi e ad organizzarsi, onde riprendere la lotta per il trionfo della libertà . Quel militare che si aggirava armato, mentre tutto sembrava perduto, incitava gli altri a seguirlo e spronava alla ribellione.

A Bobbio, intanto, passato il primo momento di stupore, i fascisti cominciavano ad organizzarsi, perchè fatti forti dalla presenza dei tedeschi
con la compiacenza del Maresciallo comandante la locale Stazione dei Carabinieri. In città  già  alcuni giovani si arruolano nei reparti nemici istruiti dai tedeschi. Nello stesso tempo si provvede a rastrellare armi e si ordina la consegna persino dei fucili da caccia e delle armi bianche. Anche in questo il suddetto Maresciallo ha modo di distinguersi per la solerzia e lo zelo, come pure nella propaganda per la presentazione degli sbandati e nella caccia spietata contro coloro che ancora indugiano.

A Bobbio, come negli altri centri della val Trebbia, regna un regime di vero terrore. E' in vigore il coprifuoco, non sono ammessi assembramenti di persone in numero superiore a tre, è in vigore la legge marziale, il selciato risuona giorno e notte sotto il cadenzato passo delle pattuglie nemiche e si sente nell'aria lo sgranare rabbioso di raffiche di mitragliatore, che creano lo sgomento nell'animo dei civili ed un'atmosfera pesante di paura.

Per fortuna, non tutto è male... In Bobbio qualcuno ha già  rotto gli indugi e avendo saputo della mia esistenza, fugge sui monti per raggiungermi e per prendere accordi sul da farsi. Sono ragazzi, due per la verità , che a guisa di giovani « Picciotti » sottraggono armi e munizioni ai non sempre vigilanti reparti tedeschi e le vengono ad occultare sui monti. Già  nell'ottobre del 1943 sulle cantonate della città , sui pali e sui muri del Ponte Vecchio appaiono dei misteriosi manifestini, scritti a mano su carta di emergenza. Li avevamo apposti noi, servendoci dell'aiuto di un ragazzo. Se però in Bobbio qualche giovane ingenuo si è presentato, altrettanto non accadrà  nella campagna, dove la popolazione si dimostra sorda ed ostile.

Il Comune di Bobbio è amministrato dal dott. Passanitello, in qualità  di Commissario Prefettizio che sarà  un interprete fedele e scrupoloso degli ordini dei nazi-fascisti. Il presidio militare è costituito da un reparto tedesco, da un reparto dell'antiaerea, comandato da un capitano italiano e da un gruppo di carabinieri. Vi è poi un numero imprecisato di gerarchi fascisti e di simpatizzanti, i quali si adoperano per aiutare in mille modi le truppe del presidio.

Nella prima metà  del mese di dicembre ebbi l'ordine di recarmi a Piacenza per abboccarmi con l'avv. Daveri, il quale però già  viveva nascosto perchè condannato in contumacia dal tribunale fascista per atti ostili al Regime. In questa città  entrai pure in contatto con Emilio Canzi, con padre Firmino Biffi, con Paolo Bellizzi, con l'avv. Bersani, che poi cadrà  nella lotta, e con altri cospiratori. Dall'avv. Daveri ebbi l'incarico di svolgere un'importante missione: si trattava di passare le linee del fronte meridionale e di mettermi in contatto con gli Alleati, al fine di preparare l'espatrio dello stesso avvocato e del gen. Bellocchio. Un sommergibile avrebbe dovuto prelevarli dalla costa ligure (Savona) e portarli al Sud. Il giorno prima della partenza pervenne però l'ordine di desistere dall'impresa e questa non ebbe più luogo: le due persone interessate avevano deciso di restare al Nord, dove potevano svolgere un'attività  più proficua, anche se più rischiosa.

Dopo una breve permanenza a Milano, dove era riparato il gen. Bellocchio, feci ritorno a Piacenza. In questa città  rividi padre Biffi, ed ebbi modo di apprezzarlo come cospiratore ed organizzatore coraggioso e di prim'ordine. Ogni giorno questo frate compariva, recando nascosti sotto la tunica qualche arma o nastri per mitragliatrice. « Corone per... rosario » amava definirle, mentre celiando li presentava. Ci si incontrava nel convento dei Carmelitani oppure nel laboratorio di falegnameria del signor Bellizzi, che era diventato uno dei covi della cospirazione. Qui si concentravano armi, indumenti, viveri, e di qui venivano ripartiti insieme con manifestini e ordini. Durante il soggiorno a Piacenza, dimorai nella casa dell'avv. Daveri, da tempo abbandonata, e qui conobbi altri cospiratori, fra i quali, il magg. Longo, Sergio De Angelis, Filippo Laiatta, perchè il movimento cominciava ormai a far nuovi proseliti e le file andavano ingrossandosi, malgrado la vigilanza ed i rigori delia polizia nemica. Anche fuori della città , nel territorio della provincia, la cospirazione andava organizzandosi e proprio sui monti sorgevano le prime bande partigiane.

Erano questi dei piccoli nuclei, costituiti da militari sbandati, da ex prigionieri di guerra appartenenti a diverse nazionalità , e da vecchi antifascisti. Nella val Trebbia ne esistevano due: una a Peli e l'altra nei dintorni di Marsaglia. La prima era comandata da un tenente montenegrino e l'altra da uno slavo di nome Gaspare, entrambi ex prigionieri di guerra, fuggiti dai campi di concentramento, in seguito ai fatti dell'8 settembre. Erano però un pugno di uomini male armati ed ancor meno equipaggiati ed organizzati. Da Piacenza il col. Canzi e l'avv. Bersani provvidero ad inviare armi, munizioni e viveri. Questo materiale arrivava a Bobbio e veniva concentrato in casa mia, di dove poi mia madre e mia sorella provvedevano a farlo pervenire a Peli. Questa attività  si protrasse fino a tutto il febbraio del 1944. Ai primi di marzo le bande partigiane cominciarono a dimostrare le loro velleità . Dopo la fase della preparazione e dell'organizzazione, durante la quale esse si erano mantenute sulla difensiva, limitandosi a fare attiva propaganda perchè i giovani non si presentassero e non ottemperassero ai minacciosi bandi che già  erano apparsi, i partigiani dimostrarono di esistere.

(Moschetti - Museo della Resistenza di Piacenza)

Si trattava di scontri armati già  di una certa importanza contro i presidi montani ed isolati dell'antiaerea, contro i piccoli presidi di militi fascisti, contro i convogli nemici, oppure si trattava di azioni di prelevamento di gerarchi fascisti. Lungo la statale N. 45 si ebbero attacchi improvvisi contro piccoli reparti tedeschi, per cui il traffico nemico si rivelò subito pericoloso. Queste azioni fruttarono ai partigiani armi e soprattutto munizioni. Gli automezzi nemici venivano abbandonati sul posto ed i prigionieri il più delle volte venivano eliminati. Nel mese di marzo ebbi ad accompagnare gli avv. Daveri e Cantù, costretti a rifugiarsi in Isvizzera, per sfuggire agli sgherri dell'Ufficio Politico, che ormai li stavano braccando dappresso. Li precedetti a Moltrasio, sul lago di Como, allo scopo di prendere conoscenza della zona e di preparare l'espatrio. Questo ebbe luogo nella notte tra il 14 e il 15 marzo, ma traditi da contrabbandieri locali, scelti quali portatori di bagagli, i due vennero catturati da finanzieri e rinchiusi nella loro casermetta, in prossimità  del confine, con la poco lieta prospettiva di venir consegnati ai tedeschi. Nel corso della notte stessa, però, dopo lunghe trattative essi riuscirono a convincere il comandante dei finanzieri a lasciarli liberi di varcare il confine e mentre i due perseguitati riparavano in territorio straniero, io feci ritorno a Milano e quindi a Piacenza per assicurare che la missione aveva avuto esito felice.

Dopo pochi giorni presi la via della val Trebbia con l'incarico di andarvi a controllare l'attività  della banda « Gaspare». Infatti le notizie che pervenivano parlavano di gravi irregolarità  e di soprusi da essa compiuti. Questa banda, come si è detto, operava nella zona di Marsaglia. Era costituita per la maggior parte da giovani elementi locali ed era comandata dallo stesso Gaspare. Il suo armamento era dapprima molto scadente: pochi fucili mod. 91, qualche arma bianca e poche bombe a mano. Nessuno dei suoi componenti indossava una divisa militare, vera e propria o perlomeno completa. I loro erano indumenti di tutte le fogge e di diversa provenienza; così pure era per le calzature, non tutte adatte a sopportare l'usura da parte dei sentieri della montagna. Questi partigiani vivevano suddivisi in piccoli gruppi nei numerosi paesetti che circondavano l'abitato di Marsaglia, sulla sinistra e sulla destra del fiume Trebbia, proprio a cavaliere della statale N. 45. I viveri venivano prelevati sul posto, ma a molti partigiani, trattandosi di elementi locali, venivano forniti dai familiari. Non era anzi raro il caso che alcuni, liberi dalle esigenze del servizio, andassero a sfamarsi ed a pernottare presso la propria famiglia.

Gaspare era un uomo abbastanza giovane, dalla corporatura piuttosto tarchiata; sapeva esprimersi discretamente nella nostra lingua; la prima impressione che ci fece fu quella di un individuo diffidente, cinico, arrogante, e per di più disonesto come i fatti poi dimostreranno. Fra i partigiani della banda vi era pure la Tigrona, che esplicava le funzioni di vivandiera, di crocerossina, di staffetta e di informatrice; vi erano Salami, Pino della Zanlunga e Carlo, elementi di punta della banda, combattenti spregiudicati e giustizieri implacabili. I più, però, erano elementi imberbi e fra essi alcuni di Bobbio. Le prime azioni di guerra di questa banda vennero effettuate contro i presidi montani della antiaerea e fruttarono armi, indumenti e scorte di viveri. Nello stesso tempo si procedette anche al prelevamento di qualche « gerarca » e di altri elementi pericolosi, perchè supposti spie o comunque compromessi coi nazi-fascisti.

Di fronte a tale stato di cose gli altri gerarchi nemici, presi dal panico, o fuggirono o chiesero un reparto di militi per la salvaguardia della loro persona. Così accadde a Cerignale ed a Rovaiola, dove un noto gerarca piacentino aveva a sua disposizione un armatissimo nucleo di militi. Contro questo reparto verrà  sferrato un forte attacco da parte dei partigiani della banda « Gaspare », attacco che provocherà  la fuga dei militi, ma costerà  alla banda la morte del partigiano Mazzoleni, di Cortebrugnatella.

Numerose furono pure le azioni di disturbo del traffico nemico sulla statale N. 45 e sulla strada dell'Aveto. Non passava giorno che qualche convoglio nemico venisse attaccato, catturato o distrutto. Il tratto della statale N. 45 da S. Salvatore a Ponte Organasco, per una profondità  ormai di 10 km., era diventato pericolosissimo per il nemico, tanto che gli costò perdite assai gravi in automezzi ed in uomini. Numerosi furono pure i prigionieri, ricco il bottino delle armi, fra le quali le mitragliatrici, mitra, pistole, mitragliatori, fucili, bombe a mano e munizioni.

Sorgeva però il problema dei prigionieri nemici. Dove alloggiarli? Come nutrirli? Gaspare non se le pose mai queste domande. Lui i prigionieri li faceva eliminare, fucilandoli subito o dopo breve tempo dalla cattura. A nulla valsero le intercessioni dei parroci, dei civili e di alcuni degli stessi partigiani. Queste esecuzioni sommarie andranno crescendo al punto da provocare disgusto e sgomento fra la popolazione, che è contraria alle crudeltà  ed alle nefandezze della guerra civile. Non vale la giustificazione che i partigiani non possono sobbarcarsi il peso dei prigionieri, creando dei campi di concentramento, data appunto la precarietà  della situazione ed il fatto che sono costretti a continui ed improvvisi spostamenti, perchè ormai braccati giorno e notte, senza soste e non vale neppure la giustificazione che l'esempio l'hanno dato per primi i nemici, i quali hanno anche seviziato i cadaveri dei partigiani uccisi. La reazione nemica non tardò a manifestarsi. Si ebbero infatti delle forti puntate col preciso scopo di distruggere la banda di Gaspare e quella del Montenegrino, la quale ultima, dopo molesti e vittoriosi scontri sostenuti nella vai Nure, in quella dell'Aveto ed anche in quella del Trebbia si era concentrata nella zona di Peli e di Pradovera.

Il nemico impiegò in questi attacchi numerose truppe autotrasportate e protette dalle autoblinde. Erano per lo più reparti misti di tedeschi e di militi italiani, ai quali si erano uniti elementi dell'Ufficio Politico di Piacenza, spietati quanto crudeli. Nel corso di una di queste puntate, a Fossoli di Marsaglia venne catturato ed ucciso un partigiano. Il suo cadavere orrendamente seviziato, verrà  poi trasportato a Bobbio, appeso all'autoblinda, quale macabro ammonimento per tutti coloro che simpatizzassero coi partigiani. Intanto la banda del Montenegrino attaccava, all'uscita della galleria di Rio Grande sulla strada dell'Aveto, un'altra autoblinda avversaria, danneggiandola e provocando perdite. Qualche giorno dopo la stessa banda non potrà  però arrestare l'avanzata di una forte autocolonna nemica, che riesce a raggiungere l'abitato di Peli e quello di Pradovera. I militi fascisti, contrariati dal fatto di non essere riusciti ad uccidere e a catturare nessun partigiano, uccideranno un giovane contadino che, ignaro di tutto e con la zappa in spalla, stava recandosi al lavoro dei campi. Anche il cadavere di questo povero innocente verrà  portato a Bobbio, quale « trofeo » ed esposto alla popolazione dai militi dell'Ufficio Politico. Mani pietose per lo raccoglieranno e lo comporranno nella cella mortuaria dell'Ospedale Civile, mentre si farà  una raccolta di fondi per le spese del funerale e per venire in soccorso della famiglia così crudelmente colpita : la salma verrà  trasportata dai partigiani a Pradovera e restituita alla madre.

A Pradovera erano ancora visibili le tracce della scorribanda e della rabbia nemica : si vide persino un gran numero di bottiglie vuote abbandonate a bella posta nel recinto del piccolo monumento ai Caduti, ad irrisione e a grave scherno dei nostri eroici soldati. Questi fatti ed altri ancora impressionarono molto i civili e provocarono un vasto sentimento di avversione e di ribellione nei confronti dei nazifascisti. Gli incerti rompevano gli indugi, mentre coloro che già erano convinti abbandonavano la prudenza e diventavano « ribelli », andando sui monti ad ingrossare le file dei partigiani. Persino dei vecchi, ex combattenti della Grande Guerra, chiesero un'arma per tornare a combattere contro il nemico di un tempo. Anche in Bobbio città  cominciava a muoversi qualche cosa: si cospirava in segreto, si faceva propaganda, si raccoglievano informazioni, si cercava di smascherare le spie. Già  nel mese di febbraio avevo avvicinato alcuni fra i più noti cittadini di Bobbio, guadagnandoli alla causa partigiana e li avevo messi in contatto con l'avv. Bersani di Piacenza.

Oltre ai civili, anche il clero di Bobbio, offriva il suo appoggio. Nel mese di marzo un reparto della banda « Gaspare », comandato da Salami, dopo aver dato la scalata alle alte mura di cinta della città , dal lato Sud, entrò in Bobbio di nottetempo, attaccando il presidio tedesco e quello dell'antiaerea e riuscendo ad asportare un ricco bottino di armi e di munizioni. Questa azione, per la sua repentinità  ed audacia, impressionerà  molto il nemico e sarà  commentata con molto piacere dalla popolazione, che ormai sa che i partigiani sono vicini con l'intenzione di liberarla. Sulla statale N. 45 continuavano frattanto gli attacchi contro i convogli nemici che ancora osavano avventurarsi da Piacenza a Genova e viceversa. I partigiani della banda « Gaspare » presidiavano a quest'epoca la vasta zona che, per una profondità  di circa 30 km., si estende sulle due rive del Trebbia da S. Salvatore a Gorreto. I centri abitati di S. Salvatore, Marsaglia, Rovaiola, Cerignale, Ponteorganasco, Ottone e Gorreto, per ricordare i maggiori, erano ormai nelle loro mani. I locali presidi nemici erano stati costretti a sloggiare per la paura e la continua forte pressione contro di essi esercitata, oppure erano stati catturati o distrutti nel corso degli attacchi. Pattuglie partigiane in motocarrozzino o in autocarro si spingevano anche oltre Gorreto, a Rovegno, Fontanigorda, Monte Bruno e persino più volte a Torriglia, dove provocarono al nemico perdite di uomini e di materiale. Anche l'autore di questo scritto ebbe a partecipare ad alcune di queste operazioni che sempre videro Salami, Pino e Carlo all'avanguardia.

A Marsaglia, a Cerignale e ad Ottone egli istruiva i partigiani più giovani ed inesperti e provvedeva a spiegare ai più anziani il funzionamento delle nuove e più complicate armi tolte al nemico. Ai primi di aprile provvidi con l'aiuto di due partigiani a far saltare il ponte di S. Salvatore, al fine di isolare il presidio di Bobbio e creare una grave interruzione al traffico nemico sulla statale N. 45.

(Cimeli - Museo della Resistenza di Piacenza)

Nella vasta zona presidiata dai partigiani e che già  si estendeva da S. Salvatore a Rovegno e a Montebruno, si respirava aria di libertà ; allontanati i fascisti dalle cariche pubbliche, l'amministrazione era stata affidata a persone di fiducia, segnalate dalla popolazione per la loro capacità  e le loro probità . Purtroppo le cose tra i partigiani non funzionavano molto bene perchè gli abusi e le irregolarità gravi compiuti dalla banda « Gaspare », e per sanare le quali io ero stato inviato sul posto, rispondevano a verità . Il contegno cinico e prepotente dello stesso Gaspare, il quale più che ai bisogni dei suoi dipendenti ed alle azioni militari pensava agli amori e ad arricchirsi, portando via beni e denaro alla popolazione, come se la zona in cui operava la sua banda fosse diventata per lui terra di conquista, era più che eloquente.

Che altro poteva esservi nella sua rozza mentalità  di straniero, privo di idealità , di moralità , di sensibilità , ed avido solo di preda e di sangue? Attorno a lui vi erano poi altri degni della sua fama e quel che è peggio si trattava di elementi italiani. Non molti in verità  furono coloro che in tali frangenti seppero mantenersi onesti e incorrotti; non molti furono i puri e gli idealisti. Molti invece erano coloro che « ribelli » erano diventati solo perchè costretti dai bandi del nemico, a sfuggire il servizio militare; si trattava quindi di elementi parassiti inutili e dannosi, che fuggivano vigliaccamente di fronte al pericolo e mancavano di quelle doti morali e di quel mordente che si richiedeva invece al partigiano. Basterà  citare l'esempio di quel partigiano che messo di sentinella con un fucile mitragliatore sulla statale N. 45, appena fuori dell'abitato di Marsaglia, verso Bobbio, si lascerà  non solo disarmare, ma addirittura scaraventare oltre il parapetto da un soldato tedesco che era giunto sul luogo tutto solo a bordo di un'automobile. Quel fucile mitragliatore servirà  poco dopo allo stesso tedesco per ferire senza alcuna ragione un povero civile, il quale se ne stava scendendo verso Bobbio, nel tratto oltre S. Salvatore.

A Cerignale, dove di preferenza se ne stava Gaspare, continuava l'eliminazione sistematica di prigionieri, nonostante le nostre energiche proteste, quelle del parroco del luogo e del dott. Tagliani. Nelle stesse file partigiane cominciava però a serpeggiare il malcontento; anche i civili spesso si lagnavano. Regnava un'atmosfera di diffidenza reciproca a cui si univa il terrore; Gaspare ed i suoi simili erano capaci di tutto ed a tutto decisi. In modo particolare, io mi sentivo sorvegliato, pedinato, ascoltato nei miei discorsi ai partigiani, tanto che non c'era da stupirsi se da parte di qualcuno si pensasse persino di farmi fuori, date le aperte ed aspre critiche che muovevo ed il contrasto provocato dalla diversità  di condotta, il che mi obbligava a stare all'erta sempre coll'arma a portata di mano, onde evitare il peggio.

Sempre da Cerignale inviai tre successivi rapporti al col. Canzi, nei quali non lesinavo le critiche e le accuse, mettevo a nudo i reati e gli arbitrii, svelavo le colpe ed i colpevoli, illustravo la grave situazione e sollecitavo a porvi rimedio, suggerendo l'immediato invio di un certo numero di partigiani armati, onde procedere al disarmo della banda « Gaspare », e provvedere poi alla sua riorganizzazione, dopo aver allontanato gli elementi turbolenti, quelli disonesti e quelli inutili, per il buon nome del movimento. Il disarmo ebbe luogo soltanto sul finire del mese di giugno, non da parte però dei partigiani piacentini, bensì da parte dei Garibaldini di Bisagno. Tutto si svolse, contrariamente alle previsioni, nella massima calma e senza dover ricorrere all'uso delle armi. Gaspare venne esonerato dal comando della banda, mentre gli elementi più turbolenti e pericolosi vennero disarmati, diffidati ed allontanati. La maggior parte dei partigiani venne incorporata nella formazione Garibaldina. Anch'io ebbi l'invito ad entrare a far parte della formazione di Bisagno, ma preferii lasciare la zona ligure per avviarmi verso Bobbio, per incontrarmi col signor Virgilio Guerci, il quale da qualche tempo era riuscito ad organizzare un piccolo nucleo partigiano nel paese di Coli. Con me era pure Tom (Francesco Gobbi), un partigiano giovanissimo che dovrà  poi farsi molto onore nella 7^ Brigata Alpina.


LA LIBERAZIONE DI BOBBIO - LA DIVISIONE G. L.
VICENDE DELLA VAL TREBBIA LIBERA - ABBANDONO DI BOBBIO


In quel di Bobbio giungemmo alla sera del giorno 6 luglio, pernottando in un cascinale, in faccia alla città  al di là  del fiume, e l'indomani c'incontrammo col comandante Guerci, che nel frattempo era stato avvertito della nostra presenza.

(Virgilio Guerci )

Messi al corrente da alcuni civili che il presidio tedesco e quello della Muti nel corso della notte avevano evacuato la città , decidemmo di entrare in Bobbio, dove era rimasto ancora il reparto dell'antiaerea, comandato da un capitano e forte di un centinaio di uomini, nonchè il nucleo dei carabinieri,. La città  di Bobbio venne conquistata alle ore 7,30 del giorno 7 luglio, mediante uno stratagemma. Come dirà  poi Radio Londra, sarà  la prima città  ad essere stata liberata fra quelle dell'Italia del Nord.

Tom, Guerci ed io guadammo il fiume Trebbia nei pressi di Valgrana inoltrandoci risoluti con le armi in pugno nella città . Io ero armato della sola pistola e Tom di bombe a mano: tutto qui il nostro armamento. Tuttavia, ci apprestammo ad attaccare un centinaio di nemici, asserragliati ed armatissimi. Lo strattagemma fu questo : entrammo in bicicletta dalla parte Sud della città , e ne percorremmo la piazza e la via principale, invitando i curiosi, che già  si accalcavano acclamando, a ritirarsi nelle case, in vista di uno scontro armato in quanto ” dicevamo” sarebbe arrivato il « grosso » e vi sarebbe stata battaglia.

Ma il « grosso » dei partigiani non c'era alle nostre spalle: si trattava d'ingannare il nemico circa l'entità  delle forze attaccanti. La notizia infatti arrivò agli orecchi degli avversari prima ancora che i partigiani si avvicinassero alla loro caserma, per modo che quando essi comparvero trovarono i militi e i carabinieri che già , con le mani alzate e le armi al piede, davano manifesti segnali di resa. Di essere stati ingannati si accorsero dopo, poichè il grosso dei partigiani tardava a giungere, ma ormai era troppo tardi. Noi avevamo già  provveduto a disarmarli e a metterli nelle condizioni di non nuocere. Il grosso arrivà soltanto nel pomeriggio in quanto io avevo anche provveduto a far avvertire il comandante Fausto dell'avvenuta occupazione della città .

(Fausto Cossu)

Questi allora si affrettò a marciare verso Bobbio alla testa di un folto gruppo dei suoi partigiani per assumere il presidio della città. Verso sera e all'indomani giunsero anche i partigiani del Montenegrino col loro comandante e col col. Emilio Canzi. L'atmosfera di giubilo da parte della popolazione fu indescrivibile, tanta era la soddisfazione per la riconquistata libertà  e la fine dell'oppressione e del terrore; apparvero alle cantonate manifesti inneggianti ai partigiani, suonarono a stormo le campane della chiesa, si tennero discorsi. In mezzo a tanto tripudio suscitò perciò una certa impressione il fatto che noi avessimo ripristinato il coprifuoco. A tanto eravamo però stati costretti dalla necessità  di mantenere l'ordine pubblico e di impedire rappresaglie e saccheggi, che già  alcuni partigiani volevano attuare.

In tal modo la città  e la popolazione non ebbero a subire alcun danno. La preferenza accordata al comandante Fausto ed ai suoi uomini, non fu determinata in noi da ragioni politiche, ma unicamente dal fatto che questi partigiani potevano fornire garanzie di serietà . La popolazione e la città  di Bobbio stavano del resto molto a cuore al comandante, per cui anche in seguito egli si adoperà onde evitare lutti e rovine.

Fausto Cossu, ex ufficiale dei R.R.C.C., era già  da tempo pervenuto nella val Trebbia insieme con un gruppo di carabinieri, precisamente in località  Alzanese (Travo) sulla riva sinistra tra la val Trebbia e la vai Tidone, proprio alla sorgente del torrente Luretta, col fermo proposito di diventare partigiani. Egli aveva già  fatto parlare molto di se e si era creato una certa popolarità  nella zona per le brillanti azioni compiute e per la serietà  dei suoi propositi. Solo un fatto era commentato sfavorevolmente da una parte della popolazione: il disarmo dei partigiani della banda «Piccoli», che operava nell'alta valle di Mezzano Scotti e l'uccisione del loro comandante. Fausto e molti altri giustificarono il fatto come dovuto alla necessità  di eliminare un individuo che era diventato pericoloso per la sua prepotenza e per le sue grassazioni esercitate contro la popolazione civile della zona. Si dovevano impedire i soprusi, si doveva pur salvare il buon nome dei Partigiani.

La formazione di Fausto aveva il proprio Comando alla Alzanese (Travo), nella casa di un contadino di nome Remigio, anch'egli diventato partigiano, come del resto tutti i suoi familiari. Era articolata in diversi distaccamenti, tutti dislocati, al tempo della liberazione di Bobbio, sulla riva sinistra del Trebbia e del Tidone. Aveva già  compiuto audaci azioni nelle due vallate ed aveva anche attaccato, in località  Cassolo sulla statale N. 45, i militi fascisti che nella notte del 6 luglio avevano abbandonato la città  di Bobbio per far ritorno a Piacenza. L'azione aveva avuto buon esito.

Come si è detto, Fausto arrivò in Bobbio liberata nel pomeriggio del 7 luglio, alla testa di un forte gruppo di suoi partigiani; gli consegnai la città , i prigionieri fatti e le armi catturate. Fausto da parte sua mi nominò suo aiutante maggiore. Di questa sua inclinazione ad accettare con troppa facilità  chiunque a lui si presentasse, così su due piedi, senza previa ed attenta discriminazione, dovette pentirsi in seguito, perchè nelle file della sua formazione figurarono con incarichi e responsabilità  di comando parecchi elementi incapaci ed inetti e, quel che è peggio, anche molta gente compromessa gravemente col fascismo.

Dopo aver accettato il nuovo incarico che mi veniva offerto, mi recai alla Alzanese, dove, come si è detto, aveva sede il Comando della formazione. Anche il comandante Guerci coi suoi partigiani venne incorporato nella formazione di Fausto e costituì la IV Brigata, col compito di presidiare il Comune di Coli, quello di Bobbio ed il Passo del Monte Penice, verso Varzi. A quest'epoca la formazione partigiana di Fausto si era ormai ingrossata anche per l'apporto di nuovi arruolati e formava una Divisione, che prendeva la denominazione di « Divisione Giustizia e Libertà».

La formavano cinque brigate, fra le quali operavano più precisamente nella vai Trebbia la III comandata da « Paolo », per la zona di Scarniago-Travo- Monte Pillerone-Rivalta-Rivergaro-Montechiaro presidiando la bassa val Trebbia, la brigata del comandante « Tredici » che operava nella zona di Travo ed aveva il Comando a S. Giorgio nella valle di Bobbiano, e la predetta IV Brigata del comandante Guerci nella parte media della valle.

Oltre Bobbio, nell'alta val Trebbia, operavano la Brigata dell'Istriano e la Divisione Garibaldina di Bisagno. Dopo l'occupazione di Bobbio tutta la val Trebbia era ormai libera da Rivergaro a Torriglia per una profondità  di circa 90 km. e la statale N, 45 era chiusa al nemico. A Bobbio confluivano partigiani di tutte le formazioni, essendo quello il centro di maggior importanza ed ormai nelle retrovie. In questa città , veniva ammassato il grano e da qui ripartito alla popolazione ed alle formazioni partigiane. Presiedeva a queste operazioni d'ammasso ed alla amministrazione del Comune il prof. Bruno Pasquali. Le due tipografie locali lavoravano a pieno ritmo per i partigiani: quella Repetti per i Garibaldini, il cui Ufficio Stampa era retto da Bini; quella Bellocchio per la Divisione G. L. con Ufficio stampa retto da Edo (Marco Roda).

(Edo Roda)

Nascevano così i primi manifesti emessi dalle nuove Autorità  civili e dai partigiani, volantini di propaganda, carteggio vario ed anche due giornali. Quello della formazione di Fausto si chiamerà  « Il grido del Popolo ».

L'Ospedale Civile di Bobbio era anch'esso a disposizione dei partigiani, i cui feriti ed ammalati vi confluivano da tutte le formazioni, anche da quella garibaldina. Lo dirigeva il dott. Ellenio Silva, nobile figura di patriota e di antifascista, con la collaborazione del prof. Arturo Fornero, del dott. Landi, di alcuni studenti in medicina e di suor Tommasina. Quest'ultima esplicherà  poi anche altre attività  a favore dei partigiani, sottraendo armi, munizioni, indumenti ai nemici e fornendo inoltre informazioni preziose.

I fascisti di Bobbio venivano rinchiusi nel castello del Dego, trattati umanamente ed impiegati in lavori manuali per la costruzione di una passerella sul Trebbia, in località Barberino. Infatti il ponte locale della statale N. 45 era stato fatto saltare dai partigiani della IV brigata, per creare una grave interruzione della strada stessa, in vista di un eventuale ritorno del nemico verso la città  di Bobbio.

Dell'avvenuta assunzione del mio nuovo incarico presso il comandante Fausto, sarà  da me inviato un rapporto all'avv. Daveri insieme con molte informazioni sulla situazione della vai Trebbia.

Rivalità  ideologiche e gelosie cominciarono a sorgere tra le formazioni partigiane. E' strano constatare che, proprio quando la situazione si era fatta più tranquillizzante, i partigiani, alleviati dalle preoccupazioni di ordine militare, trovavano modo di pensare alla politica ed a farsi dei dispetti. La qualificazione politica che cominciava a manifestarsi presso alcune formazioni, l'infiltrazione di elementi politici e della loro propaganda, il contegno di molti degli stessi partigiani, determinavano frizioni ed urti, per nulla graditi, con grave pregiudizio per l'unità  del movimento. A questo stato di cose si cercherà  di porre rimedio in seguito, con la creazione dei Comandi Unici, con accordi e con la dichiarata tregua tra i vari partiti, ma il serpe della gelosia, la gara a chi arriva prima, l'ansia di prepararsi condizioni più favorevoli per un domani, insieme con quella di accaparrarsi tutto il merito e la gloria del movimento, continueranno ad albergare nell'animo di molti ed i fatti smentiranno le buone parole, le buone intenzioni e le dichiarazioni rese.

La gelosia e la rivalità  divideranno anche i partigiani di una stessa formazione. Fausto con la sua autorità  fece del suo meglio e cercò in tutti i modi di attenuare gli attriti, di calmare i più eccitati, di risolvere situazioni difficili, di mantenere l'unità  del comando, ma non s'avvide che per accontentare gli uni scontentava gli altri e gli scontenti erano la maggioranza. Distribuiva incarichi e gradi con troppa facilità , prestava troppo facile orecchio alle adulazioni, si lasciava convincere più dalle parole che dai fatti. Esempio ne è l'ordine dato di restituire la pistola ad un sedicente maggiore dell'aeronautica e pluridecorato al valor militare. L'arma gli era stata tolta a Bobbio nei giorni successivi alla liberazione della città , in quanto si trattava di persona universalmente ritenuta compromessa e sospetta. Mi rifiutai di ottemperare all'ordine ricevuto; nonostante questo, quel signore riuscì in seguito ad essere portato agli onori della cronaca con la nomina, davvero inspiegabile, a Consulente aeronautico presso il Comando della Divisione « G. L . ».

Molti partigiani si lamentarono di questo stato di cose, qualche volta protestando e ribellandosi. « Troppi gradi, troppi ufficiali ». I partigiani sono sensibili alla disciplina, ma a patto che questa sia giusta, umana e ragionevole, ad una disciplina che convinca e non costringa, e che non ricordi più quella ormai lontana, fatta di imposizioni e di soprusi. Sono sensibili anche alla gerarchia, ma ad una gerarchia non improvvisata e tanto meno imposta, ma che rispecchi i veri valori, le vere attitudini al comando, le vere capacità : gerarchia che essi stessi si creano e che si stabilisce naturalmente, sgorgata dal crogiuolo del combattimento, dalla prova alle mille fatiche, anche le più umili, alle mille privazioni, alle mille rinunzie condivise. Il comandante se lo vogliono scegliere loro, i partigiani. Nel comandante vogliono scorgere una persona più umana, una persona che più di tutti sappia sacrificarsi, una persona che sia uno di loro e che viva la loro stessa vita, fatta di rischio, di miseria, di fede e di speranza.

I fatti dimostreranno che coloro che non posseggono queste prerogative o che non capiscono questa esigenza nuova, avranno vita difficile, non godranno della fiducia dei dipendenti e la loro formazione sarà  destinata a dissolversi al primo serio urto col nemico. Esempio ne è, fra gli altri, questo fatto.

A Travo, nella seconda metà  del mese di luglio, era pervenuto un battaglione di alpini nemici, che si era attestato nell'abitato e nei dintorni. La sua vicinanza al comando della Alzanese era quindi assai breve, attraverso la vallata di Bobbiano. La divisione « G. L.» schierava da quella parte la formazione del comandante « Tredici », la quale in caso di una eventuale puntata avrebbe dovuto sbarrare il passo al nemico sul crinale tra la val Trebbia e la vai Luretta, in località  San Giorgio. Visto il pericolo che si manifestava da quella parte, Fausto mi mandò presso il comando della formazione minacciata. Quando giunsi a S. Giorgio mi meravigliai molto nel vedere preparativi non di difesa, bensì di « ripiegamento », perchè lo stesso comandante locale aveva seminato il panico fra i suoi partigiani, con descrizioni disastrose circa l'efficacia del tiro dei mortai di cui il nemico era provvisto.

Per riportare la calma negli animi non bastavano le parole, ma fu necessario che anch'io passassi la notte sul posto, facendo la scolta insieme coi partigiani minacciati, e che lo stesso comando della divisione venisse spostato dalla Alzanese a S. Giorgio, in posizione più avanzata rispetto al nemico. L'attacco temuto però non ebbe luogo. La divisione « Giustizia e Libertà », come già  si è detto, aveva il suo comando all'Alzanese, nella casa di Remigio, e quindi in posizione centrale rispetto alla schieramento dei suoi vari distaccamenti, i quali operavano nella val Trebbia, nella val Tidone e, a nord, verso la pianura Padana. Questi distaccamenti assumeranno, dopo la liberazione della città  di Bobbio, il nome e l'importanza di brigate e comandanti di brigate si chiameranno i loro ufficiali. La formazione del comandante « Pippo » essendo attestata nella valle di Mezzano Scotti con comando a Rocche, e quindi chiusa in una zona ormai libera e tranquilla, avrà  compiti di rincalzo alla III brigata di « Paolo », il cui comando si trovava a Scarniago. La IV brigata dovrà  invece custodire il Passo del Monte Penice e salvaguardare la divisione « G. L. » dalla parte di Varzi, insieme con la brigata del capitano Giovanni, che operava un po' più esposta verso nordovest, in quel di Romagnese. Le altre formazioni si trovavano a Pecorara, a Rocca d'Olgisio ed a Pianello.

Vi erano poi, staccati verso la pianura, il distaccamento del Ballonaio, quello del Valoroso e quello autonomo di Muro. Le varie formazioni venivano quindi a costituire un anello, chiuso attorno al comando dell'Alzanese. All'atto della loro costituzione, la forza numerica delle varie brigate si aggirava sui cento uomini, destinati ad aumentare considerevolmente in seguito. Ogni brigata risultava suddivisa in distaccamenti, i quali per lo più prendevano il nome della località  o del paese in cui erano attestati. La denominazione in onore dei Caduti verrà  adottata soltanto in seguito, dopo il grande rastrellamento invernale.

I partigiani si trovavano alloggiati in qualche modo nelle case e in molti posti non mancavano le comodità  del letto, delle brande e delle tavole imbandite, col ristoro di una buona tazza di caffè e di una autentica sigaretta. I viveri a quell'epoca non mancavano: provenivano da offerte spontanee da parte dei civili, dagli ammassi, da prelevamenti più o meno regolari e arbitrari, da sottrazioni fatte al nemico nella cosiddetta « terra di nessuno» verso la pianura Padana e sulla via Emilia. Meno fortunati erano invece i partigiani delle formazioni dislocate sui monti, verso Bobbio, e più ancora di quelle dell'alta vai Trebbia, perchè quella zona è assai povera di prodotti agricoli. Comunque anche in quest'ultima località  i partigiani non ebbero a soffrire la fame, durante tutto il periodo estivo, perchè la popolazione offrì sempre il suo aiuto disinteressatamente. Solo sta il fatto che qui i partigani dormivano nelle cascine e molte volte all'aperto, quando le condizioni del tempo lo permettevano. Inoltre questi partigiani ebbero sempre a lamentare l'insufficienza e la penuria delle calzature, sottoposte ad un maggior logorio, data appunto la maggior asperità  dei sentieri di montagna. L'armamento era buono ed ormai sufficiente per condurre la guerriglia. Per lo più esso era stato sottratto al nemico nel corso dei combattimenti; proveniva da fortunati e temerari prelevamenti nelle polveriere e nei depositi nemici, verso la pianura alle porte di Piacenza, proveniva dagli aviolanci che gli Alleati avevano cominciato ad effettuare. Già  nella primavera del 1944 questi avevano avuto luogo a Pradovera. Farini d'Olmo e Ferriere. Più tardi, nel mese di luglio, si ebbero anche nella zona di Peli e di Gavi ed in quella dell'Alzanese a favore della divisione « G. L. ».

Gli Alleati paracadutavano dapprima i cosiddetti « fringuelli », i quali per lo più erano elementi italiani al servizio degli Anglo-Americani. Come corredo portavano una trasmittente, della quale si servivano per fornire al Comando alleato notizie varie sulle formazioni partigiane, sulla loro consistenza e sulla loro organizzazione, sui movimenti, dislocazione ed entità  delle forze nemiche, sugli impianti militari, sugli apprestamenti di guerra e di difesa del nemico, sulle necessità  dei partigiani e per loro patrocinavano l'invio di armi, di munizioni, di medicinali, di viveri e di indumenti. Veniva scelta e comunicata l'ubicazione di un campo adatto per il lancio e poi non c'era che attendere il segnale radio, fatto per lo più di frasi convenzionali. Allora, di notte, sul campo prescelto si accendevano tre fuochi, disposti secondo i vertici di un triangolo, oppure si facevano segnalazioni con l'alfabeto Morse, servendosi di una buona lampadina tascabile. Dopo un ronzio di aereo, che si faceva sempre più insistente, si aprivano nel cielo numerosi ombrelloni di paracadute, che recavano appesi i cosidetti « bidoni », contenenti il materiale richiesto. Non sempre però questi aviolanci furono fortunati.

Si doveva per lo più lamentare qualche inconveniente, quale la sottrazione di bidoni da parte di civili e di partigiani, il mancato funzionamento di qualche paracadute, per cui il materiale si disintegrava nell'urto violento contro il terreno, nonchè la vigilanza dello stesso nemico il quale, in alcuni casi, riuscì ad impadronirsene e perfino le bombe e gli spezzoni che qualche volta piovvero dal cielo, in luogo dei tanto sospirati « bidoni », da parte di aerei nemici, attirati e resi edotti dal lampeggiare delle segnalazioni fatte da terra.

Altro grave inconveniente era dato dal fatto che il materiale paracadutato, una volta ricuperato, non veniva ripartito egualmente fra le varie formazioni secondo le loro esigenze reali, ma accaparrato soltanto da quelle che più erano nelle grazie dei comandanti responsabili. La cosa peggiore avveniva quando il materiale era addirittura fatto sparire o immagazzinato e non distribuito, come invece il bisogno esigeva. L'equipaggiamento in genere era discreto e sufficiente, data la stagione estiva, ma certamente non adatto per quella autunnale e tanto meno atto a sfidare i rigori dell'inverno. Soprattutto le calzature difettavano oppure non erano adatte. Non c'era quindi da meravigliarsi del fatto che alcuni partigiani s'impossessassero, per subito calzarli, degli scarponi dei caduti e di quelli dei prigionieri nemici.

Le azioni di guerra condotte in questo torno di tempo, dalla liberazione di Bobbio sino alla battaglia del Penice, furono numerose anche nella val Trebbia. Infatti, passato un primo momento di panico e di sorpresa, il nemico ritornò ad attaccare, con puntate insidiose e fatte con forze di una certa importanza, sia come numero che come armamento. Specificatamente nella val Trebbia si ebbe il bombardamento delle installazioni dei pozzi petroliferi di Montechiaro da parte di aerei nemici, scontri a Rivergaro contro militi fascisti asserragliati nelle case e sloggiati mediante l'uso di bombe anticarro. Il peso di questi combattimenti era sostenuto dai partigiani della III brigata di « Paolo », la sola dislocata nella zona.

La situazione nella bassa vai Trebbia era però molto fluida. Diverse località  vennero perdute e successivamente riprese: era un alternarsi continuo di possesso da parte dei due contendenti, che procurò ansie e paure alla popolazione, perdite al nemico, ma anche alcune ai partigiani. Squadre volanti della III brigata costituivano posti di blocco sulle strade in cui, verso la pianura, si dirama la statale N. 45 e sulla statale stessa distruggevano convogli nemici, catturavano prigionieri, anche tedeschi, e, penetrando nei depositi e nello stesso arsenale di Piacenza, asportavano materiale bellico preziosissimo. Il comandante Paolo che non solo studiava, ma guidava personalmente queste azioni, si fece molto onore per la sua audacia e per la sua perizia, creando intorno a sè una specie di mito. Era Paolo un ex brigadiere dei R.R.C.C., dai gesti nervosi, dai lineamenti muscolosi e marcati, che denotavano subito una volontà  che sa imporsi ed una decisione non comune; ma sotto la rude scorza albergava un cuore generoso e nobile, un cuore che sapeva comprendere ed anche perdonare. Perdonerà  anche ai suoi carnefici quando lo fucileranno nel cimitero di Piacenza.

("Paolo" - brigadiere Alberto Araldi)

La perdita di Paolo sarà  molto grave non solo per i partigiani della III brigata, ma per tutta la divisione « G. L. ». Uomini di tale levatura non dovrebbero mai perire. Nella « terra di nessuno » della bassa vai Trebbia il nemico impiegava autoblinde e carri armati, per cui nonostante la strenua resistenza opposta dalla III brigata, un battaglione di alpini nemici riuscì a raggiungere, come si è detto, l'abitato di Travo e successivamente quello di Perino. Anche in queste località  si avranno scontri armati, sostenuti dalle pattuglie della III brigata, da quella di Pippo e dalla IV in località  Barberino. In questo periodo di tempo si provvide a far saltare il ponte attraverso il quale la statale N. 45 passa dalla riva destra a quella sinistra del Trebbia, per poi sboccare a Bobbio.

Abbarbicati alle rocce che sovrastano le rovine del ponte crollato, reparti della brigata di Pippo e della IV stazionarono per molto tempo e crearono appostamenti difensivi. Ma la temuta infiltrazione nemica non avvenne da quella parte, anzi qui si verificò invece il passaggio alle file partigiane di alcuni alpini e di un loro sergente. (Questi, di nome « Ponte », dovrà  poi cadere in combattimento durante il rastrellamento invernale).

Data perciò la continua pressione a cui era stato sottoposto ed il pericolo di una defezione in massa dei suoi militari (a ciò contribuì molto anche la propaganda a mezzo di volantini redatti dal comandante Fausto) il battaglione alpino fu costretto a sgomberare dalla val Trebbia. Non tarderà  però a manifestarsi una forte puntata di carri armati tedeschi, che riusciranno a raggiungere Travo ed a cannoneggiare l'abitato di Caverzago, mentre truppe appiedate, salendo verso il crinale della costa del Bulla, giungeranno quasi a Bobbiano, incendiando per rappresaglia case di abitazione e cascinali isolati. Da parte partigiana non si ebbero a lamentare perdite, imprecisate furono invece quelle del nemico. Anch'io presi parte a questi scontri, come agli altri già  segnalati ed a quello successivo a Rocca d'Olgisio (val Tidone), dove portai all'attacco il reparto comando, in soccorso della I brigata, colà assediata da preponderanti forze avversarie.

Tutta questa serie di puntate nemiche non riuscirà  tuttavia a recare alcun pregiudizio alle formazioni partigiane, le quali anzi si faranno sempre più numerose ed in base alle esperienze passate si organizzeranno ancor meglio. Anche le amministrazioni civili della zona liberata miglioreranno la loro organizzazione e renderanno preziosi servigi alle popolazioni ed ai partigiani. Nel corso delle azioni armate, massimamente in quelle effettuate in pianura e sulla via Emilia, erano stati catturati anche molti automezzi, i quali verranno utilizzati, grazie al carburante che proveniva dai pozzi petroliferi di Montechiaro.

Il 27 agosto il nemico sferrò un forte attacco dalla parte del monte Penice. Si trattava di forze considerevoli, costituite da tedeschi e da militi del famigerato col. Fiorentini, appoggiate da mezzi corazzati e da batterie d'artiglieria. Nella battaglia intervennero i garibaldini dell'Americano, la brigata del cap. Giovanni e la IV brigata della divisione « G. L.». A queste due ultime, che già  avevano sostenuto vittoriosi scontri a Pietragavina, fu affidato il compito di sbarrare il passe Penice al nemico incalzante. I combattimenti si protrassero con alterna fortuna per tutta la giornata finchè alla sera, grazie all'apporto di reparti più freschi, il nemico riuscì a sfondare. Ne seguì un frettoloso ripiegamento dei partigiani che lasciarono così aperta all'avversario la via verso Bobbio.

La città  venne evacuata; fuggirono anche gli amministratori civili, insieme con tutti coloro che comunque risultavano compromessi coi partigiani. I feriti degenti all'ospedale civile vennero anch'essi evacuati ed avviati al preventorio di Bettola, attraverso la val Perino, con mezzi di fortuna. La costernazione della popolazione era grande, tanto più perchè si temevano rappresaglie da parte del nemico. Nella città  questo arrivò in forze, costituite da tedeschi e da militi dalla parte del Penice, da un battaglione di alpini della parte del Genovesato. Infatti la battaglia del Penice non aveva avuto il carattere di un'azione locale, ma si inseriva in una manovra strategica di più largo respiro, in sincronismo con la forte puntata dei battaglioni alpini della divisione « Monterosa », che, attraverso la due valli del Trebbia e dell'Aveto, marciavano verso Bobbio, con lo scopo evidente di liberare tutta la statale N. 45 e le altre strade che ad essa si ricollegano.

La divisione di Bisagno nella val Trebbia e la brigata dell'Istriano nella val d'Aveto, avevano contrastato l'avanzata dei battaglioni alpini, ma questi alla fine avevano prevalso, data la superiorità  numerica della loro forza e la miglior qualità  del loro armamento. A Bobbio giungerà  il battaglione « Aosta », comandato dal magg. Della Valle ed a tale battaglione i tedeschi affideranno il presidio della città  da essi occupata per primi. La divisione « Monterosa » era una divisione alpina formata da militari italiani, era stata costituita in Germania, dove i suoi componenti avevano ricevuto un'istruzione militare di prim'ordine; era formata per la maggior parte da soldati di leva prelevati dai tedeschi in Italia dopo l'8 settembre e da ex alpini del R. Esercito, i quali ai rigori della prigionia avevano preferito optare per la Repubblica di Salò pur di avere l'occasione di far ritorno in Patria. Anche i suoi quadri erano formati da sottufficiali ed ufficiali italiani, controllati però da ufficiali tedeschi. Numerosi erano poi anche i fascisti, elementi fanatici incaricati di sorvegliare la truppa ed alcuni degli stessi ufficiali, sospettati di nutrire sentimenti tutt'altro che filo- tedeschi. In virtù del rigore, tutto tedesco, della disciplina alla quale erano stati sottoposti, dell'ottima istruzione militare ricevuta e dell'ottimo armamento, questi battaglioni costituivano delle unità  organiche di prim'ordine, capaci di manovrare e di combattere ed erano superiori agli stessi tedeschi, perchè alle doti di buoni combattenti, che da questi ultimi avevano appreso, aggiungevano la capacità  di sapersi arrangiare e di trarsi d'impaccio nelle situazioni più difficili, anche se isolati, comè nell'indole appunto dei latini.

In Bobbio liberata si avevano incerte notizie che agissero delle spie in favore del nemico. Tutti ne parlavano, ma nessuno sapeva fornire indicazioni precise. Erano allusioni vaghe, non indizi sicuri che servissero a scoprire una trama. Perciò decisi di agire personalmente. Vestiti abiti borghesi mi recai un giorno al palazzo Malaspina, dove sapevo di trovare la signora Passanitello, moglie del commissario prefettizio, il quale era fuggito al seguito del nemico, quando questo aveva evacuato la città . Temendo un attacco alla colonna, cosa che poi avvenne, la signora ed i figli erano rimasti. Mi presentai come commissario di P. S., dicendo di recar nuove del marito e di essere stato inviato in incognito sul posto, onde assumere informazioni e creare un centro di spionaggio. Occorreva però conoscere il nome della persona di « sicura fede » a cui appoggiarsi e più ancora quello di coloro che già  avevano « lavorato », onde «tessere la trama spionistica. La signora ingenuamente rivelò un solo nome: quello di colui che per la sua capacità , il suo prestigio e l'attività  già  svolta poteva considerarsi il capo. Era quanto mi bastava; non diedi ordine di arresti, ma solo mi limitai ad abboccarmi con l'informatore ormai smascherato, diffidandolo. La vergogna di vedersi scoperto e per di più da un concittadino, la paura della rappresaglia e delle gravi conseguenze a cui avrebbe esposto se e la propria famiglia e fors'anche l'opportunità di riguadagnarsi la stima e l'onore così meschinamente perduti, valsero a farlo ravvedere. I fatti lo confermeranno in seguito, ma il suo nome resterà un segreto per tutti.

Alla signora Passanitello, che nel frattempo aveva scoperto la vera identità del suo interlocutore, venne dato un salvacondotto per sè e per i figli, perchè indenni potessero lasciare la zona. Sul finire del mese di luglio, mentre mi recavo da S, Giorgio all'Alzanese, caddi da cavallo, producendomi una grave lacerazione alla gamba sinistra. Si rese perciò necessario il mio ricovero all'ospedale civile di Bobbio, dove rimasi degente per otto giorni. Quando però feci ritorno a S. Giorgio, per riprendere il mio posto, trovai questo occupato da un altro. Un tale che millantava di essere stato inviato dal partito comunista con specifici incarichi di carattere molto ambiguo. Questa persona giunse ad ingannare a tal punto il comandante che ne ebbe pieno credito.

Per questo intervento e per la presenza di altri elementi che si agitavano mossi da invidie e gelosie, al comando di divisione si era intanto creata un'atmosfera di disordine e di scarsa disciplina : vi aveva, ad esempio, acquistata autorità persino una donna, sedicente spagnola, che i partigiani del Valoroso avevano catturato e trattenuto in quanto informatrice manifesta del nemico. Ora costei non soltanto era diventata la vivandiera del reparto comando, ma presenziava a colloqui su questioni militari ed era diventata materia di sollazzo per alcuni. Verrà fucilata in seguito, perchè ormai al corrente di troppe cose. Naturalmente questa situazione era aspramente criticata da molti partigiani; di conseguenza io venni nella determinazione di abbandonare il comando di divisione. Mi seguirono i partigiani Tom, Gianni, Mix, Barba 1°, Barba 2° e Russo ed insieme ci avviammo verso la città di Bobbio, che, come si è detto, dopo la battaglia del Penice era stata occupata dal nemico, scegliendo per noi l'azione, il rischio, un'attività che risultasse proficua. Da questi propositi e come frutto delle azioni svolte contro il nemico, ebbe origine la 7^ brigata alpina.


LA GUERRIGLIA INTORNO A BOBBIO - NASCITA E PRIME AZIONI
DELLA 7.a BRIGATA ALPINA - RICONQUISTA DI BOBBIO


Incontro alle truppe nemiche che dopo la battaglia del Penice stavano per entrare in Bobbio, si fece avanti, alle porte della città evacuata, il vecchio vescovo, monsignor Bertoglio, accompagnato da pochi prelati. Chiedeva clemenza e scongiurava il nemico di non compiere rappresaglie. Aveva tutti i motivi per pensare che queste si verificassero dal momento che l'avversario le aveva compiute di già nella zona che era stata teatro della battaglia. Da ogni parte infatti erano giunte notizie di atrocità, di atti di saccheggio e si potevano scorgere ancora le fumate sinistre degli incendi che al Penice andavano distruggendo la villa del dottor Pietra, padre del comandante partigiano Italo; l'albergo Buscaglia e numerose altre villette. Tuttavia, per quanto i comandanti responsabili avessero dato assicurazioni, anche in Bobbio il nemico sfogava la sua rabbia; ne farà le spese lo stesso Virgilio Guerci, comandante della IV brigata, la cui casa sarà completamente saccheggiata. Come se ciò non bastasse, alcuni militi del colonnello Fiorentini prelevavano dalla propria abitazione il signor Chiapparoli, un sarto, e dopo averlo condotto con un pretesto appena fuori dell'abitato, lo freddavano barbaramente. Rimase questa una morte oscura sulla quale nessuno seppe mai fornire elementi utili per giungere a una giustificazione. L'ucciso era notoriamente una persona dal carattere mite, lontana dagli eccessi, che non si era mai qualificata politicamente e tanto meno determinata per l'una o per l'altra delle due parti contendenti; certamente si trattò di rancori personali che in quella atmosfera potevano facilmente sfogarsi.

Comunque sta il fatto che molti uccidevano semplicemente per il gusto sadico di uccidere, senza affatto riflettere sulla gravità dell'azione e sulle conseguenze, anche morali, che ne sarebbero derivate. La vita di ognuno, anche per i civili, era ormai sostenuta da un filo esilissimo ed il più delle volte bastava un nonnulla, un capriccio, per produrre la catastrofe. Questo fatto, il quale da solo bastava ad accrescere la già triste fama della banda Fiorentini, unito poi all'aspetto dei militi fascisti ed al loro comportamento, valse a creare in Bobbio un vasto, profondo senso di inquietudine e di terrore.

A dimostrare che i tedeschi non fossero da meno rispetto ai fascisti, giunse poco dopo, il 22 agosto, la grave notizia che l'intero centro abitato di Cerignale era stato dato alle fiamme. In tal modo sfogavano anch'essi il loro cieco furore contro una popolazione che tanto generosamente aveva dato asilo ai partigiani. Per la paura di esporsi, i civili di Bobbio se ne stavano rinchiusi nelle case e la città appariva deserta. Ovunque regnava lo sgomento e la desolazione, ognuno presagiva tempi ancora più tristi. Fu quindi con un certo senso di sollievo che la popolazione vide alternarsi al presidio dei tedeschi e dei militi fascisti quello degli alpini dei battaglione « Aosta », comandato dal magg. Della Valle, proprio per la maggior garanzia che sembrava essi offrissero in fatto di comprensione e di minor crudeltà.

Gli alpini, appena ebbero preso possesso di Bobbio, si preoccuparono di approntare dei muniti sistemi difensivi, specialmente nella parte collinare che sta ad occidente della città. Dalla parte orientale, invece, il fiume Trebbia costituiva già di per se un vallo, un ottimo elemento di difesa. Da questo lato, infatti, gli attaccanti o avrebbero dovuto passare attraverso i due soli ponti di S. Colombano e di S. Martino, oppure esporsi a percorrere il greto, terreno troppo scoperto e pericoloso per la sua larghezza e la mancanza di vegetazione e di avvallamenti. Gli apprestamenti difensivi, cui si è fatto cenno, erano costituiti da numerosi caposaldi in trincea, circondati da cavalli di frisia e collegati fra di loro da camminamenti profondi. Si trattava di opere fatte secondo la miglior regola dell'arte militare e tenute da truppe scelte, che ben sapevano il fatto loro.

Il comando di btg. era insediato nel Castello Malaspina, in posizione centrale e preminente, rispetto a tutto quanto il sistema difensivo. Sulla statale N. 45, al ponte Dorbida, era distaccato un reparto col compito di bloccare un eventuale attacco dal lato nord. Sguarnito era invece il lato sud della stessa statale, verso Genova, perchè tutta l'alta val Trebbia si trovava ormai in possesso del nemico. E i partigiani? Dopo la ritirata dal Penice i garibaldini dell'« Americano » erano ripiegati sulla linea del Brallo; la VI brigata aveva fatto ritorno a Romagnese, sua zona abituale, la IV brigata si era ritirata sulla riva destra del Trebbia, nella zona di Coli-Arelli-Gavi. Le rimanenti brigate della divisione « G. L. », le quali non avevano preso parte alla battaglia e quindi non si erano logorate, erano rimaste sulle loro posizioni.

La divisione « G. L.» rimaneva ancora padrona della bassa val Trebbia, all'incirca da Perino a Rivergaro, ma, in seguito al passaggio della sua IV brigata sulla riva destra del fiume, offriva esposto al nemico il suo lato sud, dove lo schieramento aveva subito un arretramento profondo sino alla linea di Cicogni-Monte Lazzaro-Longarini-Bocchè-Fosseri-Caldarola-Scarmago-Pietra Parcellara-Perino. Da questa parte erano stati fatti affluire alcuni reparti della III brigata, in rincalzo alla V, perchè lo stesso comando di divisione si trovava ormai minacciato da vicino. La vasta zona che dal Penice scende verso il fiume Trebbia ed è compresa tra il torrente Carlone a sud di Bobbio ed il torrente Dorbida a nord di Mezzano Scotti, era però stata evacuata dai partigiani; da questo lato la divisione di Fausto presentava il suo fianco scoperto. Fu appunto in questa zona che decisi di operare, mentre ancora nelle file partigiane regnava la confusione della disfatta, gli animi erano depressi ed il morale molto scosso. Infatti, già nel corso della notte del 23 agosto, provvidi con i miei uomini a far saltare il ponte della Rocchetta, sul quale corre la statale N. 45, a soli 900 metri a nord della città di Bobbio. Mentre i due Barba e Russo, per evitare sorprese, si spingevano in pattuglia avanzata verso il caposaldo nemico del ponte Dorbida, Tom, Gianni, Mix ed io scavammo i fornelli per il collocamento dell'esplosivo dando fuoco alle micce. La grave interruzione prodotta impressionò fortemente l'avversario e valse a farlo desistere dal proposito di proseguire l'ulteriore avanzata verso la bassa val Trebbia.

Vennero invece rafforzati i caposaldi e tenuti in allarme continuo in vista di un ritorno offensivo dei partigiani. E i partigiani infatti tornarono; quello non era che il preludio di una serie di attacchi che si andò concretando con ritmo crescente, senza lasciar più alcuna tregua al nemico e lo logorò nella sua potenza e nella sua capacità e volontà  di resistenza. Le azioni di giorno e di notte si succedettero senza tregua, rompendo la monotonia della situazione bellica, proprio quando pareva che i partigiani dormissero e solo gli avversari operassero.

Furono azioni condotte alla garibaldina e fatte di scaltre improvvisazioni, da gente di vent'anni che vuol fare la guerra come i « picciotti » del '60 : guerra d'impeto e d'individualità, non guerra strategica. Il giorno 30 agosto Barba 1° ed io, rimasti a scopo di osservazione nei dintorni del ponte distrutto, riuscimmo a sorprendere e a catturare una pattuglia di due alpini armati di mitra. Saranno queste le prime armi automatiche della VII brigata. Nel corso della notte del 1° settembre, mentre infuriava il temporale, i due Barba, Tom, Gianni ed io attaccammo il caposaldo del ponte Dorbida, alle porte nord di Bobbio. Già  nel tardo pomeriggio ci eravamo portati nella zona e ci eravamo nascosti in un casolare abbandonato. Quando poi calarono le tenebre e il temporale aumentò d'intensità, strisciando sul terreno puntammo verso la postazione avversaria. Tom venne staccato con l'ordine di costringere al silenzio un cane che coi suoi latrati poteva dare l'allarme. L'oscurità era così completa da rendere difficile persino l'orientamento: occorreva attendere la luce dei lampi, osservare la direzione e poi riprendere a strisciare. Lo scrosciare della pioggia copriva ogni fruscio, ma l'abbaiare del cane continuava insistente per quanti sforzi facesse Tom per farlo tacere. Avrebbe potuto ucciderlo, ma lo sparo avrebbe compromesso ogni cosa. Occorreva quindi prenderlo con le buone, accarezzarlo, convincerlo che si trattava di amici; alla fine Tom ci riuscì. Intanto gli attaccanti erano ormai giunti vicino al caposaldo. Nel precedere gli altri, io mi trovai faccia a faccia con la sentinella nemica, che, rischiarata dal bagliore di un lampo, mi si era parata improvvisa davanti. Estrassi allora il pugnale e con un balzo glielo puntai al petto. Di fronte a quest'atto l'avversario si affrettò a lasciar cadere il mitra per alzare le braccia, mentre il terrore gli strozzava in gola il grido dell'allarme. Fu così che gli altri partigiani sopraggiunti poterono sorprendere nel sonno i rimanenti uomini.

Risultarono catturati una squadra mitraglieri ed una fucilieri, comandate da un sottufficiale. Abbondante fu pure il bottino delle armi: un fucile mitragliatore M. G. 42, 25 moschetti di tipo tedesco, alcune cassette di munizioni e 30 bombe a mano. Persino la tenda venne asportata, lasciando sul posto la sola paglia. Ad eccezione delle bombe a mano, tutto quanto il materiale fu caricato sulle spalle dei prigionieri, compreso il mitragliatore ed i fucili, il primo privato però del nastro ed i secondi dell'otturatore. La stessa cosa verrà fatta anche nelle azioni future, per evidenti ragioni di sicurezza e per consentire ai partigiani maggior libertà di movimento. All'appello dei prigionieri, fatto subito sul posto, risultava mancante un alpino, ma pensò Barba 1° a scovarlo e l'impresa ebbe il suo lato comico. Infatti il ricercato fu sorpreso dietro una siepe, dove si era riparato per certe sue esigenze mentre i calzoni gli sfuggivano di mano e s'abbassavano ogni volta che Barba 1°, minaccioso, gli intimava di alzare le braccia. In tutta l'azione non fu sparato un solo colpo e tutto si svolse in tanta calma e silenzio, che soltanto nel pomeriggio dell'indomani gli avversari si accorsero dello smacco subito.

Nella stessa notte gli alpini catturati vennero condotti a Cicogni; là , come farò sempre in seguito, prospettai loro la scelta tra la libertà di raggiungere la propria famiglia e la decisione di farsi partigiani. Nel secondo caso avrebbero riavute le armi e sarebbero stati trattati a parità di diritti rispetto agli altri. Nessuno ebbe incertezze e tutti optarono per la soluzione che parve migliore, in quanto era sintomo di ravvedimento, ed anche la più onorevole perchè offriva loro la possibilità  d'impugnare le armi contro gli invasori e contro i veri nemici della Patria. Il prelevamento operato al ponte Dorbida scosse molto l'avversario, il quale subito si affrettò a disporre dei campi minati attorno ai suoi capisaldi, a tendere dei fili metallici per la segnalazione acustica mediante campanelli e a far circolare, anche di notte, dei pattuglioni da un caposaldo all'altro, onde assicurarsi che tutti stessero all'erta. Impressionò molto anche i civili, che lo commentarono con meraviglia per l'audacia degli attaccanti e con soddisfazione per lo smacco inferto al nemico. Dopo i tristi giorni della ritirata del Penice, i fatti recenti parvero finalmente il segnale della riscossa ed ebbero larga eco fra i partigiani delie altre formazioni. La notizia fu subito risaputa da Fausto, il quale si affrettò ad inviare a Cicogni il partigiano Camisa (Lenin), con una somma di denaro da consegnarmi : doveva servire per far fronte alle spese di vettovagliamento per i nuovi sopraggiunti. Insieme col denaro, Camisa recò pure l'invito, per me e per i miei uomini, di raggiungere S. Giorgio con un autocarro messo a disposizione per il loro trasferimento.

Evidentemente Fausto desiderava vedere gli alpini e complimentarsi con gli audaci che li avevano catturati. Al comando di divisione l'accoglienza fu delle migliori : Fausto ebbe parole di elogio per i partigiani che avevano preso parte all'azione e parole di comprensione per gli alpini, ai quali non solo diede il benvenuto, ma anche difese con accanimento, contro un comandante di brigata ed alcuni partigiani lì presenti, che ad un certo punto, manifestarono il desiderio di impadronirsi delle armi catturate e dei buoni scarponi che gli alpini calzavano. Da questo incontro nacque la VII brigata alpina « Aosta », che per assoluto desiderio mio e con l'approvazione di Fausto fu lasciata libera di operare nella zona di Bobbio, con autonomia pressochè assoluta.

In effetti si trattava di un distaccamento più che una vera e propria brigata, in quanto contava soltanto 31 unità, oltre il comandante, con l'armamento di un mitragliatore tedesco M. G. 42, di 30 moschetti dei quali 25 di tipo tedesco, di 2 mitra Beretta, di 5 pistole e 42 bombe a mano, il tutto però dotato di una scarsa quantità di munizioni. I nomi di « alpina » e di « Aosta » le erano stati imposti per il fatto che in maggioranza la brigata era composta da ex-alpini del battaglione « Aosta ». Questa piccola brigata non fissò mai una località stabile per il suo comando, che per la verità era rappresentato da me solo. Si trattava di un'unità mobilissima, caratteristica questa che manterrà anche in seguito, quando le sue file saranno destinate ad ingrossarsi, appunto secondo le esigenze della guerriglia, in modo da confondere l'avversario, da non dargli sentore della sua vera consistenza, da colpirlo da ogni lato e con repentinità, manovrando di continuo in una serie di attacchi rapidi, decisi, improvvisi e di grande varietà.

Intanto il presidio nemico di Bobbio chiedeva rinforzi, che giungevano attraverso l'alta valle Trebbia e la valle dell'Aveto : erano i battaglioni alpini « Brescia », « Ivrea » e « Saluzzo ». Nella notte del 3 settembre i partigiani della VII brigata ritornarono all'azione attaccando il caposaldo di « quota 432 », a nord-ovest di Bobbio, difeso da due squadre di mitraglieri e da una squadra di fucilieri. Data la distanza relativamente breve dal castello Malaspina, in cui come si è detto aveva sede il comando nemico, questa quota era stata con cura sistemata a difesa, onde bloccare un eventuale attacco partigiano al castello. All'intorno era stato disposto un sistema di reticolati e di campi minati; questi ultimi con passaggi obbligati che soltanto l'avversario conosceva. Questo era un grande ostacolo: una novità che per la prima volta si presentava nella guerra partigiana, almeno nella valle Trebbia. Informatori civili mi avevano sì avvertito della loro presenza, ma nulla avevano saputo dire circa l'esatta ubicazione, data anche la loro ignoranza in fatto di toponomastica. Mancavano quindi riferimenti precisi, in mancanza dei quali non solo l'attacco sarebbe stato frustrato, ma avrebbe arrecato perdite agli attaccanti. Allora, travestito da contadino, andai ad aggirarmi sul luogo, finchè avvistato dagli avversari, con alte grida venni da questi avvertito di non passare in determinate zone, e di passare invece per altre libere dal pericolo.

Era quanto mi bastava sapere. Scoperti alcuni di questi « corridoi », decisi di agire nella notte stessa, nel timore che nel frattempo il nemico modificasse la disposizione delle sue mine. All'azione condussi gli ormai abituali due Barba, Tom, Gianni, nonchè sei degli alpini prelevati due giorni innanzi, con lo scopo di metterli alla prova. L'attacco ebbe luogo dopo la mezzanotte, dopo aver atteso nelle vicinanze che la luna si celasse dietro una coltre di nubi. Procedevo rapido e senza incertezze, data la perfetta conoscenza della zona ed ero seguito a breve distanza dal solo Barba 1°. I rimanenti, invece, avevano l'ordine di seguire più distanziati, in fila, e tutti avanzavano strisciando con cautela.

Quota 432 è una collinetta a vetta tondeggiante, sistemata a vigneto e, in parte, a campi : piuttosto brulla, salvo una parte del lato nord, dove scende in un ripido bosco di castagni. Sulla sommità sorge un casolare sbrecciato, che si trovava al centro del caposaldo nemico. La sentinella stava seduta su un tronco d'albero, fuori dalle postazioni, in posizione preminente, per spaziare lo sguardo all'intorno. In questo atteggiamento la scorsi, con un cenno mi feci raggiungere da Barba 1°, per avere conferma di ciò che mi era parsa una forma umana che si stagliava confusamente contro lo sfondo del cielo buio. A questo punto, il rumore prodotto dallo strisciare fra le stoppie richiamò l'attenzione della scolta, che rizzatasi in piedi non indugiò a gridare il « chi va là!», ma corse subito verso la mitragliatrice, più che mai decisa ad aprire il fuoco.

Barba 1° fu però più svelto: con un breve scarto la precedette, saltò nella buca ed afferrata l'arma gliela puntò, costringendola ad alzare le braccia. Intanto, con l'aiuto degli altri partigiani provvidi a catturare e a disarmare nove alpini nemici. I più riuscivano però a fuggire e a dare l'allarme con spari e con segnalazioni fatte a mezzo di pistole Verry. Subito tutto quanto il sistema difensivo avversario entrò in azione, concentrando su « quota 432 » il fuoco di tutte le sue armi : proiettili traccianti, razzi illuminanti, colpi di tromboncino, raffiche rabbiose di mitragliatrici si alternavano con i tonfi laceranti dei mortai. Per evitare perdite si rese perciò necessario abbandonare la posizione e non insistere nell'azione tanto più che, individuati i partigiani attraverso il bagliore accecante dei razzi, il nemico non solo stava rettificando il suo tiro, ma aveva già iniziato il contrattacco in forze. La violenta reazione avversaria non riuscì, tuttavia, ad impedire di portar via gli alpini catturati e le loro armi. Fra i numerosi moschetti e bombe a mano figuravano pure un fucile mitragliatore M. G. 42 ed alcune cassette di munizioni. Da parte partigiana non fu sparato un solo colpo e non si ebbero perdite. Solo Tom e Gianni, trovandosi in difficoltà, stentarono a sganciarsi, ma alla fine raggiunsero indenni il luogo di raccolta prestabilito. I sei alpini partigiani portati all'azione si comportarono egregiamente e fra tutti si distinse il sergente Nino Castelli, anch'egli uno dei prelevati al ponte Dorbida.

L'8 settembre una squadra della VII brigata veniva staccata nella zona di Buffalora-Colletta, a sud-ovest di Bobbio, per completare l'accerchiamento della città su tutta la riva sinistra del Trebbia, controllare i movimenti del nemico e disturbare il traffico della rotabile Bobbio-Genova. Nello stesso giorno, vestiti abiti civili, io facevo ingresso in Bobbio, dove riuscivo a catturare un alpino e a condurlo armato fuori dalla città, passando a breve distanza dal posto di blocco di Valgrana. Presenti al fatto erano alcune donne che mi riconobbero, ma ristettero mute e piene di apprensione, temendo la mia cattura o peggio. Tutte queste azioni, per la loro sempre crescente frequenza e temerarietà valsero a risollevare il morale dei partigiani e dei civili, nonchè a scuotere quello dell'avversario, al quale ormai non veniva più lasciata alcuna tregua, nè di giorno, nè di notte, a logorarne i nervi e la resistenza fisica, a farlo vivere in una atmosfera di incubo, di allarme continuo, di continua paura. A tutto ciò contribuirono anche le raffiche di mitragliatrice che saltuariamente, di notte, erano sparate dai partigiani della IV brigata, verso la città assediata.

Questi, infatti, superato il periodo di crisi, e sollecitati dall'esempio di quelli della VII, uscivano dalle loro posizioni arretrate di Coli-Arelli, per scendere sul far della sera, sui costoni rocciosi dell'Erta, in faccia alla città, dall'altra parte del fiume, a far sentire all'avversario la voce dei loro canti e quella delle loro armi. Ma mentre l'attenzione e la reazione del nemico si concentravano con accanimento da quella parte, i partigiani della VII brigata operavano alle sue spalle sulla riva sinistra, con azione silenziosa, meno teatrale ma più proficua. La IV brigata rimase sempre sulla sponda destra e non esplicò mai alcuna vera azione contro gli alpini della « Monterosa ». Dovette invece subirne alcune forti puntate offensive, sia perchè quei canti crepuscolari di« Bandiera rossa» molto li infastidivano, sia, presumibilmente, per il fatto che da parte nemica si ignorava ancora l'esistenza della VII brigata e si credeva che fossero gli stessi partigiani del comandante Guerci gli autori degli smacchi patiti.

Le rimanenti brigate della divisione « G. L. » dislocate nella valle Trebbia se ne stavano sulle loro posizioni: la V nella zona di Perino, la III in quella di Scarniago-Travo-Montechiaro-Rivergaro. Solo quest'ultima era però attiva nel frustrare puntate avversarie dalla parte della pianura e nell'effettuare azioni di prelevamento di armi e di materiale dalla polveriera e dai magazzini nemici, azioni di disturbo del traffico avversario sulle strade della bassa val Trebbia, fino alle porte della città di Piacenza. I partigiani garibaldini, come prima è stato detto, avevano abbandonato i centri abitati di tutta la vai d'Aveto e di tutta l'alta vai Trebbia ed erano riparati sui monti. Sicchè tutte le strade dell'Aveto e la statale N. 45 da Bobbio a Genova rimanevano in mano al nemico, il quale ora le presidiava fortemente e le teneva sgombre per poter rifornire i battaglioni arroccati in Bobbio.

Dalle altre due parti, cioè verso Piacenza e verso il Penice, i partigiani della VII brigata avevano invece completato l'accerchiamento, mediante l'interruzione del ponte della Rocchetta e l'insidia continua della loro presenza.

Nella notte dell' 11 settembre condussi l'intera squadra distaccata alla Colletta ad attaccare il posto di blocco che il nemico aveva stabilito in località Maiolo, sulla rotabile Bobbio-Penice. Era questo costituito da una squadra fucilieri al comando di un maresciallo e si trovava compreso fra il caposaldo di « quota 432 » e quello di Cascina Maiolo. Il compito era quindi arduo, perchè si trattava di incunearsi fra queste due fortificazioni e di superarle senza destare l'attenzione.L'attacco ebbe perciò la direttrice torrente Bobbio-Maiolo e fu coronato dal pieno successo, anche se le difficoltà non furono poche. Dapprima furono sorprese le due sentinelle, quindi i rimanenti alpini che furono trovati immersi nel sonno all'interno di una tenda. Il maresciallo dormiva con il capo appoggiato sopra una specie di cuscino, sotto il quale teneva la pistola pronta all'uso, ma bastò il « Fermo o ti brucio!» pronunciato da Barba 1° a farlo desistere dal proposito di impugnarla. All'appello dei prigionieri mancava però un caporale: elemento deciso e pericoloso che se ne stava sul fondo di una buca profonda, munito di bombe a mano già pronte per il lancio in quanto liberate in precedenza della linguetta di sicurezza. Pensai allora io a metterlo in condizioni di non nuocere. Strisciando sul terreno, raggiunsi la buca e rapido vi balzai dentro, immobilizzando e disarmando l'avversario, al quale per maggior sicurezza Barba 1°, da buon questurino, provvide a legare i polsi. Mentre alcuni partigiani ricevevano l'ordine di ritirarsi per scortare i prigionieri e mettere in salvo le armi catturate, mi fermai con i rimanenti sul posto, dalla mezzanotte fin quasi all'alba, in attesa del pattuglione nemico che, come al solito, doveva fare l'ispezione dei caposaldi. Questo però inspiegabilmente mancò all'appuntamento. Era infatti mia intenzione di catturarlo, per poi sostituirmi ad esso nel suo compito. Ciò avrebbe significato avere via libera per penetrare in tutti i caposaldi, anche nel castello e far più larga messe di prigionieri e di armi. Il piano era dei più arditi; purtroppo questa volta la sorte favori la parte dell'avversario.
Italo Londei

(continua)